giovedì, Dicembre 2, 2021

Strappare lungo i bordi, la serie che ogni millennial dovrebbe guardare

A tre giorni dall’uscita su Netflix, la serie firmata da Zerocalcare, è già in cima alla top ten italiana. Ecco perché merita di essere vista.

Marianna Chiuchiolo
Giornalista con studi in Mediazione Linguistica, un passato nella musica e nel teatro e un'avida curiosità per tutto ciò che riguarda scienza, arte e psicologia. Ha abbracciato da tempo la crociata della Mental Health Awareness come missione di vita. Autrice di racconti, poesie e sceneggiature perché l'immaginazione lo pretende, giocatrice di ruolo perché immaginare storie è bellissimo, ma viverle è meglio.

Strappare lungo i bordi, ci insegnavano da piccoli, è un’operazione semplice. Talmente semplice che ci riescono persino i bambini delle elementari.

Certo è che, quando quella riga tratteggiata è lunga quanto una strada da percorrere, l’impresa diventa un filo più complessa e, dalla sagoma iniziale di una persona realizzata e autonoma, potresti ritrovarti tra le mani quella di un uomo qualsiasi, con la schiena ingobbita e una collezione di paranoie sempre in tasca. Che fare allora? Smettere di ritagliare per evitare di distruggere il foglio è davvero possibile?

È questa l’idea di fondo di Strappare lungo i bordi, l’ultimo successo di Michele Rech, in arte Zerocalcare, fumettista e autore italiano noto anche, suo malgrado, come portavoce della sua generazione.

Zerocalcare, un Millennial che parla di Millennial

In pratica cercavo lavoro pe’ campa’, ma quanno lo trovavo, me volevo ammazza’ piuttosto che annacce. Che poi è ‘na sintesi di come campano tre miliardi di persone a ‘sto monno.

Portavoce involontario dicevamo, perché Zero l’etichetta di manifesto generazionale ha cercato di staccarla di dosso ai suoi lavori con ogni mezzo, ma è inevitabile riconoscere nelle sue riflessioni, nella sua esperienza e persino nelle easter egg e le vagonate di citazioni alla cultura pop la storia di un Millennial degli albori, uno di quelli nati nei primi anni ‘80, con tutto ciò che questo ha comportato.

La sua è la voce di noi che siamo cresciuti inseguendo la promessa di un futuro stabile e meritocratico – almeno così ci insegnava la generazione precedente – salvo poi ritrovarci a lavorare sottopagati e sottomansionati, salvo risvegliarci bruscamente un giorno a Genova e renderci conto di cos’è e cosa non è la giustizia, salvo alla fine ritrovarci a camminare perennemente in bilico, trovando ognuno un appiglio in qualcosa per non cadere.

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Zerocalcare: dalle locandine ai fumetti, fino all’animazione

Per chi avesse vissuto senza mai utilizzare internet nel corso degli ultimi dieci anni, ecco un breve sunto della carriera del nostro autore.

zerocalcare michele rech

Zerocalcare, o meglio Michele Rech, cresce a Rebibbia, un angolo di Roma Nord dove raramente ci si reca per un giro turistico, a due passi dal sofisticato quartiere Parioli ma con un’anima punk profondamente diversa, e Rebibbia è un pezzo fondamentale della sua formazione e della sua produzione. Le prime esperienze come disegnatore lo vedono impegnato nella realizzazione di locandine, copertine e strisce su fanzine per artisti di genere punk e hardcore, e un fumetto ispirato alle vicende del G8 di Genova, da lui vissute in prima persona e i cui retroscea, anche a distanza di vent’anni, continua a raccontare.

Ma è nel 2011, con la pubblicazione del volume La profezia dell’Armadillo e l’apertura di un blog personale, che Rech diventa ufficialmente Zerocalcare e la sua carriera prende il volo.

I primi a innamorarsi dei suoi lavori, neanche a dirlo, sono i coetanei che si riconoscono inevitabilmente nelle vicende raccontate, nell’altalena emozionale che oscilla tra il prendere la vita con leggerezza e le paturnie, le ansie e le ossessioni di chi, confrontandosi con il trailer del proprio film personale, certi giorni proprio non riesce a non sentirsi un fallito.

Un successo supportato da migliaia di followers

I follower del giovane fumettista romano – che all’epoca, ricordiamolo, ci teneva a specificare di avere 27 anni e non 30, come da molti riportato – diventano un vero e proprio fandom, che lo supporta e lo segue in ogni sua avventura. Dalle graphic novel in cui la realtà si mescola alla fantasia, come Dimentica il mio nome e Un polpo in gola, ai reportage impegnati di Kobane Calling e ai toni cupi e tormentati di Scheletri, passando per le collaborazioni con le testate più di spicco e la recente avventura con l’animazione che lo ha consacrato al grande pubblico, il nostro uomo sembra non sbagliare un colpo.

E quest’intera premessa impregna ogni fotogramma di Strappare lungo i bordi, che per molti versi è un sunto di tutto ciò che ha portato lui, e noi, al punto in cui siamo oggi.

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Strappare lungo i bordi, a tre giorni dall’uscita è già un record

strappare lungo i bordi

Strappare lungo i bordi è uscita ufficialmente su Netflix il 17 novembre 2021 ed è immediatamente schizzata in cima alle classifiche della piattaforma. Un successo annunciato, visto l’hype che ha preceduto la pubblicazione, ma non immeritato. Dal giorno 1 raccoglie consensi, analisi, recensioni – non ultima quella che state leggendo – di chi ha voluto cimentarsi nell’impresa di racchiudere in poche righe un intero sottotesto di sogni, legami, fallimenti e ripartenze che, neanche a dirlo, ogni Millennial conosce bene.

Prodotta da Movimenti Production in collaborazione con Bao Publishing, la serie scorre tra i disegni inconfondibili di Zerocalcare e animazioni sperimentali che vedono personaggi storici e cult del passato prendere vita e insinuarsi tra le scene. È composta da un totale di sei episodi, della durata variabile tra i quindici e i diciotto minuti, e può quindi essere goduta d’un fiato impiegando lo stesso tempo che ci vorrebbe per visionare un film.

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Una serie per affezionati e non solo

Strappare lungo i bordi è Zerocalcare, e lo è sotto ogni aspetto, a cominciare dai riferimenti a un’infanzia vissuta con il mito di Sirio il Dragone e dei cavalieri Jedi al brusco risveglio del sopracitato G8, passando per le citazioni che chi ha familiarità con i suoi lavori precedenti conosce bene.

Prosegue con una vita adulta trascorsa a cercare di non perder troppi pezzi per strada e a confrontarsi con il caos che, dalle vicende esterne, si riflette inevitabilmente in un rapporto con l’economia domestica che potremmo definire fazioso, e chi ha già visto la serie capirà a cosa mi riferisco. Si acuisce, infine, quando poi ci si confronta con la generazione successiva e il suo batterci sul tempo, il modo in cui è più consapevole e più realizzata rispetto a noi, prima di noi.

Il tutto si amalgama con musiche originali e hit degli anni ‘80 e ‘90 che, da semplice colonna sonora, diventano eco e specchio degli episodi raccontati, sia nei continui flashback e nel modo in cui il passato modella – passo dopo passo, è proprio il caso di dirlo il presente, sia nella risoluzione finale.

Immancabile, infine, quella parlata romana fino al midollo, che alcuni hanno definito strascicata e incomprensibile, ma che invece dona autenticità a ogni scena perché, come dicevamo in apertura, non potrebbe esserci Zerocalcare senza Rebibbia.

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Strappare lungo i bordi: si ride, si piange, si riflette

Ce impuntamo a fa’ un confronto co le vite degli altri, che a noi ce sembrano tutte perfettamente ritagliate, impilate, ordinate e magari so così perfette solo perché noi le vediamo da lontano e invece sotto l’occhi c’abbiamo solo ‘ste cartacce senza senso, che so’ proprio distanti dalla forma che avevamo pensato. Io non lo so se questa è ancora ‘na battaglia oppure se ormai è annata così, che avemo scoperto che se campa pure co ‘ste forme frastagliate, accettando che nun ce faranno mai giocà nella squadra di quelli ordinati e pacificati. Però se potemo comunque strigne intorno al fuoco e ricordasse che tutti i pezzi de carta so’ boni pe scaldasse. E certe volte quel fuoco te basta, e altre volte no.

Strappare lungo i bordi è, anche nelle atmosfere, tutto quello a cui Zerocalcare ci ha abituati: si parte con un’ironia pungente, scanzonata nella sua irrefrenabile paranoia, per poi colpire sul climax con un pugno allo stomaco, e alleviare il tutto con la risoluzione di una matita che tratteggia sempre il tutto con un riflesso di speranza o quantomeno di resilienza, e la cosa più interessante è che lo fa in maniera assolutamente involontaria, dato che lo stesso Zero si definisce spesso un pessimista e un disilluso.

Eppure era così in Ogni maledetto lunedì (su due), in Dimentica il mio nome, in Macerie prime, Kobane Calling e persino, in fondo, in Rebibbia Quarantine. Con la differenza, forse, che in Strappare lungo i bordi, la riflessione si allarga e si arricchisce di altri punti di vista, quelli degli amici di sempre e non più solo dell’autore e della sua coscienza-armadillo, assumendo una connotazione più ampia e sfaccettata.

Il racconto di una insolita gita fuori porta: spoiler alert

Le vicende narrate in Strappare lungo i bordi vedono il nostro Zero partire insieme agli amici storici, Secco e Sarah, per recarsi a Biella dove, scopriremo poi, si terrà una veglia per la morte di una cara amica. Ed è tra passato e presente che le riflessioni si intrecciano tra bilanci, sogni infranti e piccoli traguardi vissuti attraverso gli occhi dei tre protagonisti.

Perché sì, sebbene la voce narrante sia chiaramente quella di Zero, Secco e Sarah non rivestono più il ruolo di rete di supporto, di ensemble che fa risuonare le riflessioni dell’attore principale, ma diventano di fatto coprotagonisti le cui voci, particolarmente quella di Sarah, offrono spunti che vanno ad arricchire e a volte persino guidare il pensiero di Zero verso direzioni inizialmente non contemplate. E lo fanno – letteralmente – riprendendosi le voci che, dall’iniziale inconfondibile doppiaggio di Zerocalcare, all’improvviso diventano quelle di Paolo Vivio e Chiara Gioncardi.

I personaggi: tra alter ego, coscienze saccenti e i due amici di sempre

È un bel campionario di Millennial quello rappresentato dai tre protagonisti, in cui ognuno troverà almeno una sagoma nella quale riconoscersi. Tutti e tre gli amici condividono lo stesso background ma hanno personalità e vite del tutto differenti.

Compagni di scuola da sempre, cresciuti a Rebibbia, forgiati nel caos di Genova, continuano a guardarsi le spalle l’un l’altro, nonostante i piccoli screzi inevitabili in qualsiasi rapporto, anche da adulti. Tutti e tre si scontrano con le idiosincrasie di un mondo diverso da quello che si sarebbero aspettati, di una traccia ben lontana da quella che si erano prefissati.

strappare lungo i bordi personaggi

Strappare lungo i bordi: Secco

C’è Secco, l’onnipresente compagno di disavventure che tutti gli aficionados del fumettista conoscono sin dai suoi primi lavori. A onor del vero, la versione che di lui è rappresentata nella serie animata sembra essere quella antecedente a Macerie Prime, in cui anche la sua vita si apprestava a una svolta più adulta e matura. Secco è, in un certo senso, tutto quello che una società improntata sulla ricerca del successo non vorrebbe che fossimo: poco interessato allo studio e al lavoro, la sua capacità di pagare l’affitto dipende da una buona o una cattiva mano di poker online.

È quello che ha perennemente una spada di Damocle sulla testa, che vive alla giornata e agisce senza mai preoccuparsi delle conseguenze, quello la cui unica preoccupazione è trovare tempo per un gelato. Secco è l’incarnazione del fregacazzi, eppure la sua presenza – è proprio il caso di dirlo – è fondamentale per rimettere in prospettiva le preoccupazioni degli altri due protagonisti.

Strappare lungo i bordi: Sarah

C’è la determinazione di Sarah, quella che ha un piano ben chiaro in mente sin da bambina, che vive tutta la sua vita in funzione dell’obiettivo di diventare insegnante e per il quale ingoia quotidianamente rospi e frustrazioni, ma sempre senza perdere la bussola. Di Sarah, a dire il vero, otteniamo un ritratto più tridimensionale di quello abbozzato in Macerie prime, dove si mostrava più emotivamente distaccata, al punto quasi di sembrare opportunista.

In Strappare lungo i bordi, invece, la sua presenza è quella di una vera e propria guida, un’insegnante di fatto e l’unica persona in grado di riportare Zero con i piedi per terra quando le sue paranoie gli fanno perdere il contatto con la realtà delle cose, in un delirio spesso nutrito da secchiate di sensi di colpa e qualche pennellata di egocentrismo.

Strappare lungo i bordi: Zero e l’Armadillo

E infine lui, Zero, il caos ambulante nel quale abbiamo imparato a riconoscerci, con la sua vita sconclusionata, le notti in bianco, le regole implicite di chi rifugge le scadenze e le imposizioni sociali, incise e rivisitate in un continuo confronto con l’Armadillo, qui doppiato da Valerio Mastandrea, sua coscienza e caotico grillo parlante sin dall’infanzia.

Zero che, nonostante questa sua idiosincrasia nei confronti dell’età adulta, è l’unico dei tre ad aver realizzato il suo sogno d’infanzia. Non quello di diventare un dinosauro, ma quello di vivere disegnando fumetti.

Strappare lungo i bordi: l’ironia di sempre con uno sguardo più maturo

È interessante il modo in cui, di recente, Zero si pone nei confronti di se stesso: in un percorso già cominciato con Scheletri, l’autore non manca di sottolineare le proprie mancanze e difetti ma, all’ironia cui ci aveva ben abituati, si affianca adesso una consapevolezza più matura, che lo porta anche a mettersi più spesso in discussione. Soprattutto quando deve confrontarsi con il collante della storia: il rapporto con Alice.

strappare lungo i bordi

La storia, dicevamo, vede il trio recarsi a Biella per il funerale di un’amica, Alice per l’appunto. Alice di cui Zero era innamorato sin dal primo incontro, ma con la quale non si era mai dichiarato, in onore alla regola secondo la quale fare il primo passo ti rende implicitamente responsabile del successo della storia.

Alice che, invece, aveva provato più volte a concludere con il protagonista, fallendo davanti alla totale inconsapevolezza e inettitudine sociale di quest’ultimo. Alice per la quale non è importante che tu ci sia sempre ma che, quando ci sei, ci sei davvero.

Il rapporto con ciò che non è più e ciò che sarebbe potuto essere

Il tema della morte non è nuovo per l’autore, e più volte lo ha portato a confrontarsi con il tempo che passa, con ciò che resta e con ciò che sarebbe potuto essere. È fondamentale in La profezia dell’Armadillo e Dimentica il mio nome, è implicitamente rappresentato in Kobane Calling, è sottile ma straziante in Scheletri, ma in Strappare lungo i bordi si carica di una connotazione diversa.

Sì, perché Alice non è semplicemente morta: è morta per suicidio. E questo porta i protagonisti a confrontarsi con una realtà che va ben oltre la sua semplice dipartita. Il tema del suicidio, che era appena accennato in Macerie prime, porta Zero e gli altri a porsi più domande del solito, a riflettere sulla vita e i suoi contenuti più che sulla sua fine.

Ed è diretto e delicato allo stesso tempo il modo in cui l’argomento viene affrontato.

La lucidità necessaria per capire che una persona non si toglie la vita per un motivo soltanto, e che è da egocentrici pensare che un rifiuto o una chiamata ignorata possano essere stati la ragione per farla finita. Il modo in cui, nonostante questo, non possiamo fare a meno di chiederci se, rispondendo a quella telefonata, le cose sarebbero andate diversamente.

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Riflessioni di fondo: noi siamo più del nostro dolore

Soprattutto, e questo è il vero pugno allo stomaco, la consapevolezza che noi siamo più grandi del nostro dolore, che i nostri tormenti non ci definiscono ma fanno parte di un quadro più ampio, più sfaccettato, un quadro fatto di pugni dati e ricevuti, di storie fantastiche, di sogni persino. La consapevolezza che le ferite guariscono, ma le cicatrici no, e questo ci permette di indossarle come medaglie impresse sulla pelle.

Riprendendo il discorso di apertura: non è semplice strappare lungo i bordi se hai tra le mani un foglio grande quanto un’intera vita. Più semplice è invece cercare di seguire, per quanto possibile, la linea tratteggiata come fosse una strada. Un po’ meno riprendersi quando, per un attimo di distrazione, ci si perde.

Ma in qualche modo, qualcosa da quel foglio alla fine salta fuori: un compendio di sfide perdute e vinte che, a conti fatti, ci rendono ben più di una sagoma da ritagliare. Il tutto sempre senza mai perdere consapevolezza che ci spinge, nonostante tutto, a ricercare la leggerezza del filo d’erba in mezzo al prato, anche quando inevitabilmente ci si appesantisce.

Marianna Chiuchiolo
Giornalista con studi in Mediazione Linguistica, un passato nella musica e nel teatro e un'avida curiosità per tutto ciò che riguarda scienza, arte e psicologia. Ha abbracciato da tempo la crociata della Mental Health Awareness come missione di vita. Autrice di racconti, poesie e sceneggiature perché l'immaginazione lo pretende, giocatrice di ruolo perché immaginare storie è bellissimo, ma viverle è meglio.

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