La dipendenza da lavoro è una malattia: come riconoscerla e guarire in 3 passi

Ammalarsi di lavoro è uno dei lati oscuri della società capitalista. Guarire è possibile: ecco come riconoscere e superare la dipendenza da lavoro.

Marianna Chiuchiolo
Marianna Chiuchiolo
Giornalista con studi in Mediazione Linguistica, una formazione da teatrante e una generale tendenza a perdersi nei vicoli di una fervida immaginazione. Ama in egual misura la scienza e la poesia e si spende da tempo per la crociata della Mental Health Awareness come missione di vita.
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Ore di straordinari svolte giorno dopo giorno, weekend trascorsi a organizzare il lavoro e un costante senso di spaesamento al pensiero di fermarsi: essere malati di lavoro non è un semplice modo di dire. Figlia di una società di stampo capitalista e di una concezione distorta del valore di un individuo, la cosiddetta dipendenza da lavoro può avere conseguenze anche molto gravi per la salute fisica e mentale di chi ne viene colpito.

In questo articolo approfondiremo le caratteristiche del workaholism, i rischi che pone per l’individuo e le migliori strategie per uscirne.

Essere malati di lavoro, una dipendenza dell’era moderna

La sindrome di dipendenza da lavoro rientra nel gruppo delle cosiddette new addictions, cioè disturbi che non sono legati all’abuso di sostanze, ma di comportamenti ed esperienze e che finiscono con l’interferire l’equilibrio del sistema neurochimico e la vita quotidiana. Alcuni esempi sono la dipendenza da gioco d’azzardo, la dipendenza da shopping e la dipendenza affettiva.

Ciò che rende le new addictions potenzialmente più pericolose rispetto all’alcolismo e alla tossicodipendenza è il fatto che i comportamenti compulsivi di cui si cade preda sono in genere socialmente accettati, se non addirittura incoraggiati, come nel caso della dipendenza da lavoro.

Quando abbiamo cominciato ad ammalarci di lavoro?

Ma quando è nata esattamente la necessità di studiare i comportamenti di chi riesce a sopravvivivere solo se la sua giornata è incentrata su produttività e lavoro?

Il termine workaholism è stato introdotto nel 1971, sulla base di una definizione coniata dallo psicologo Wayne Oates nel suo libro “Confessions of workaholics: the facts about work addiction”.

La necessità di una definizione che veicolasse implicitamente un senso di dipendenza non salutare – la parola ricorda il termine alcoholic, cioè alcolista – aumentava man mano che il concetto di dedizione al lavoro diventava più distruttivo. Solo due anni prima, nel 1969, in Giappone si verificava la prima morte causata dall’eccessivo stress lavorativo: era ormai evidente che c’era bisogno di analizzare un fenomeno sempre più diffuso e pericoloso.

Il termine stacanovista, con cui venivano generalmente etichettati i lavoratori particolarmente devoti, non conteneva alcuna accezione negativa, né tantomeno patologica, e pertanto non era adatto a definire una malattia del comportamento in grado di infierire su diversi aspetti della vita di chi ne soffriva.

Una definizione accademica per il termine workaholism, però, è arrivata solo nel 1998, ad opera di Bryan E. Robinson, che lo catalogò come :

Disturbo ossessivo-compulsivo che si manifesta attraverso richieste auto-imposte, un’incapacità di regolare le proprie abitudini di lavoro ed eccessiva indulgenza nel lavoro fino all’esclusione delle altre principali attività della vita.

Caratteristiche della dipendenza da lavoro

Margaret Thatcher workaholic in un episodio di The Crown

In un episodio della fortunata serie The Crown, il Primo Ministro Margaret Thatcher viene invitato dalla Regina Elisabetta II a passare un fine settimana in Scozia, nel castello di Balmoral. La previdente Signora di Ferro trova snervante l’idea di trascorrere due interi giorni senza essere produttiva, e decide di portare con sé un po’ di scartoffie dall’ufficio, per portarsi avanti col lavoro. Ma, al di là di aneddoti e rappresentazioni narrative, cosa vuol dire esattamente essere malati di lavoro?

La dipendenza da lavoro si manifesta in una serie di comportamenti e sensazioni legate alla sfera lavorativa e all’equilibrio vita-lavoro. In particolare, un workaholic tenderà ad assumere le seguenti abitudini:

  • Trattenersi sul luogo di lavoro per più di 8 ore al giorno, o dedicare oltre 8 ore al giorno al lavoro
  • Lavorare nei weekend e in vacanza
  • Non usufruire dei propri giorni di ferie o delle ore di permesso
  • Lavorare anche quando è ammalato o in cattive condizioni di salute
  • Saltare i pasti o nutrirsi in maniera disordinata per non sottrarre tempo al lavoro

A ciò si aggiungono una serie di segnali relativi alla sfera personale, fisica e psicologica come ad esempio:

  • Costante preoccupazione su problematiche lavorative
  • Mancanza di interessi al di fuori della sfera lavorativa
  • Sonno disturbato a causa delle preoccupazioni lavorative
  • Sensazione di angoscia o perdita di scopo nei momenti in cui non ci si dedica al lavoro

A un tale impegno lavorativo, non sempre corrispondono prestazioni elevate, né soddisfazione riguardo alle proprie performance.

Da un punto di vista fisiologico, il workaholic può essere definito un adrenalino-dipendente. Questo lo porta ad essere spesso aggressivo nei confronti di colleghi o familiari, a mostrarsi sempre sicuro di sé e compiacersi della propria dedizione alla sua professione, generalmente a scapito della sfera personale e sociale.

Conseguenze della dipendenza da lavoro

Essere malati di lavoro può avere serie conseguenze per la salute fisica e mentale del workaholic, ma anche avere un impatto devastante sulla sua sfera sociale e relazionale, in particolare sui membri della famiglia.

Conseguenze per la salute della persona

I sintomi più immediati della dipendenza da lavoro sono un costante stato di agitazione e nervosismo derivanti dalle preoccupazioni lavorative. Poiché allo svolgimento delle proprie mansioni viene data priorità rispetto ai bisogni primari, ne conseguono facilmente insonnia e aumento di peso o debolezza, causati dalla cattiva alimentazione.

A causa delle energie sempre più esigue e consumate dalla propria devozione al lavoro, non è insolito che la dipendenza lavorativa sia di fatto la prima fase di un burnout.

Uno studio condotto da Cecilie Schou Andreassen su oltre16.000 lavoratori norvegesi ha, invece, evidenziato che il 32,7% dei workaholic è a rischio di sviluppare un disturbo da deficit di attenzione/iperattività e il 25,6% di sviluppare un disturbo ossessivo-compulsivo. Altra conseguenza comune della dipendenza da lavoro è la depressione, il cui rischio è stato stimato intorno all’8,9%, mentre ben il 33,8% dei malati di lavoro va incontro a disturbi d’ansia.

Nei casi più gravi, l’eccessivo carico di lavoro può portare a infarti cardicaci o ischemici, e alla morte del soggetto.

Conseguenze per la sfera familiare

Una persona malata di lavoro tende generalmente a sacrificare la vita privata in nome delle mansioni professionali. Questo si riflette sui rapporti con i familiari più stretti, in particolare il coniuge e i figli.

La prolungata assenza, sia fisica che emotiva e mentale, del workaholic è generalmente causa della fine dei rapporti di coppia, se non si interviene per trattare lo stato patologico. Il malato di lavoro è generalmente arido e cinico in tutto ciò che riguarda i rapporti interpersonali, cosa che può creare fratture nella relazione con il partner.

Secondo l’American Academy of Matrimonial Lawyers, la dipendenza da lavoro sarebbe una delle cause più frequenti di divorzio, che si verifica in circa l’84% dei casi, mentre conseguenze secondarie sono relazioni extraconiugali o abuso di alcol.

Ancora più problematiche sono le ripercussioni del workaholism per i figli, i quali, a differenza dei partner, non hanno la possibilità di separarsi dal genitore prima della maggiore età, e finiscono col restare invischiati in un legame di codipendenza.

Costretti a vivere in un ambiente familiare carico di stress e cinismo, dove il genitore è assente e spesso dimentica compleanni e celebrazioni, i figli possono sviluppare diverse strategie adattive, ad esempio facendosi carico in giovane età delle responsabilità familiari, oppure distaccandosi progressivamente dalla sfera affettiva fino a diventare freddi ai sentimenti.

Come si diventa malati di lavoro?

donna affetta da dipendenza da lavoro

Le cause della dipendenza da lavoro possono essere diverse, a volte con la concomitanza di fattori differenti.

Temperamento dell’individuo

I workaholic sono spesso dei perfezionisti, con una bassa tolleranza alla frustrazione, spesso alla ricerca di status sociale. Identificano la propria realizzazione personale con il successo lavorativo e ne fanno una ragione di vita.

In alcuni casi, possono esserci tratti di personalità narcisistica o ossessivo-compulsiva alla base di questi atteggiamenti.

Stile educativo e ambiente familiare in cui il workaholic è cresciuto

Perfezionismo e ricerca di realizzazione possono anche essere conseguenza di eventi vissuti dal workaholic durante l’infanzia.

Una famiglia troppo rigida, in cui il bambino veniva apprezzato e supportato solo se otteneva brillanti risultati a scuola, potrebbe averlo portato a credere che il suo valore è legato ai risultati che ottiene. In tal senso, il workaholic cerca nel lavoro le gratificazioni e l’approvazione che non ha potuto ottenere altrove, finendo col perdere se stesso nel processo.

Un evento traumatico come una separazione, un lutto o un brutto divorzio, invece, potrebbero aver scatenato in lui un desiderio di perfezione e di controllo sugli eventi della propria vita.

Ambiente lavorativo tossico

In alcuni casi, ci si ammala di lavoro a causa di superiori o colleghi tossici.

Molti ambienti aziendali tendono a instillare nei dipendenti la convinzione che ore di straordinario o rinuncia alle ferie siano dovuti, come spesso accade in Paesi dalla cultura lavorativa estremamente tossica, come il Giappone.

In altri casi, i superiori tendono a creare malsane competizioni tra colleghi in vista di promozioni o avanzamenti di carriera, oppure basano la valutazione delle prestazioni dei dipendenti solo sulla base del tempo trascorso in azienda.

Ammalarsi per il lavoro: i giovani non ci stanno più

Un segnale positivo arriva dal mercato del lavoro attuale. Se, fino a qualche anno fa, la dipendenza da lavoro sembrava colpire soprattutto i Millennials – che ne soffrivano in maniera più o meno grave in circa il 66% dei casi – le restrizioni dell’era Covid hanno mostrato a molti che una nuova via era possibile.

L’implementazione su larga scala dello smart working e una sempre maggiore consapevolezza sui problemi di salute mentale, hanno generato il fenomeno della Great Resignation, che ha coinvolto in particolare i summenzionati Millennials e i giovani lavoratori della Generazione Z.

In Italia, circa 379mila rapporti di lavoro sono stati interrotti nel 2021 e 557mila nell’anno successivo da lavoratori dipendenti in cerca di ritmi più sani e un miglior equilibrio tra lavoro e vita privata.

Come guarire dalla dipendenza da lavoro: una strategia in 3 passi

Nel momento in cui una condizione viene definita patologica, allora l’implementazione di strategie per trattarla e superarla diventa possibile.

Sebbene, nella maggior parte dei casi, una persona affetta da dipendenza da lavoro non si renda conto, o rifiuti di ammettere, di avere un problema, avviare un lavoro su se stessi volto alla modifica delle cattive abitudini in cui si è rimasti invischiati è necessario per evitare le conseguenze analizzate in precedenza.

Ecco 5 consigli per superare la dipendenza da lavoro.

1. Rivolgersi a un professionista

Trattandosi di una vera e propria patologia, cercare di intervenire con suggerimenti e supporto dettati dal buon senso e dall’affetto potrebbe essere deleterio. La persona più indicata per guidare un workaholic verso abitudini più sane è uno psicoterapeuta specializzato nelle nuove dipendenze. Questa figura sarà in grado di analizzare, insieme al paziente, le radici profonde della sua dipendenza e lavorare sui comportamenti disfunzionali che ne sono derivati.

2. Rielaborare l’agenda

Un secondo passo necessario per guarire dalla dipendenza da lavoro è rivedere le proprie priorità in un’ottica più salutare.

Poiché, soprattutto all’inizio, è complesso riscrivere dinamiche e abitudini ormai consolidate, tanto più se queste sono patologiche, è necessario imporsi dei limiti.

Il workaholic dovrà quindi pianificare ore e giornate libere da dedicare ad altro che non sia il lavoro, dalla coltivazione di un hobby a momenti di qualità con i familiari.

Affinché l’acquisizione delle nuove abitudini sia più efficace, è utile spegnere smartphone, PC o tablet, per non cadere nella sensazione di controllare email o comunicazioni.

3. Trovare significato in altre attività

Corollario della regola precedente, coltivare nuove passioni o trascorrere più tempo con amici e parenti aiuterà il workaholic a trovare un senso di sé in altre attività. Ulteriore misura da prendere per guarire dalla propria ossessione lavorativa è pianificare dei periodi di vacanza durante i quali distaccarsi del tutto dalle incombenze lavorative, ricaricare le energie e ritrovare la serenità.

Leggi anche: I giovani non fanno più sesso, la colpa è del capitalismo

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