domenica, Giugno 20, 2021

Il massacro delle foibe, perché si parla di strage dimenticata

Dal 2004 in poi il “Giorno del ricordo” è stato memoria della nostra identità nazionale ma anche scontro per propaganda politica. Oggi però memoria e ricordo non possono più essere benzina sul fuoco.

Domenico Di Sarno
Domenico Di Sarno
Informatico e amante dei libri di ogni genere perché fortemente convinto che la cultura sia come il cibo, ne serve ogni giorno per nutrire la mente.. Appassionato di storia e diritto costituzionale.

Il 10 febbraio l’Italia celebra il “Giorno del Ricordo” per non dimenticare il massacro delle foibe.

Spesso ricordiamo eventi del secolo Breve, di come essi abbiano influenzato il corso della storia modificando il modo di vivere di singoli e popoli e l’attitudine di questi a sentirsi o meno nazioni.

Quello che colpisce nella lettura della storia è che questa è piena di responsabilità che non possono essere sempre colpe, né possono essere sempre meriti.

Siamo abituati a chiederci quale sia la causa piuttosto che a ricercare il responsabile perché come affermava San Giovanni XXIII Papa, “Distinguiamo il peccato dal peccatore” perché la storia racconta ma non giudica, e ognuno, alla luce della conoscenza, può crearsi una propria opinione.

Le notizie di genocidi, massacri, eccidi, si susseguono e si ripetono in qualsiasi epoca, prescindendo dalla periodizzazione tradizionale della didattica storica.

Il massacro delle Foibe, la pulizia etnica troppo a lungo dimenticata

massacro delle foibe 10 febbraio giorno del ricordo

Sul finire della Seconda Guerra Mondiale il popolo Italiano è stato vittima di un eccidio sistematico che il Presidente Emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, definì a suo tempo, “pulizia etnica”. Parlando di Auschwitz si celebra ogni anno la Giornata della memoria, per ricordare questa pulizia etnica, dal 2004 il 10 febbraio è ricordato come “Giorno del Ricordo”.

Il primo presidente della Repubblica a visitare i luoghi delle foibe fu Francesco Cossiga che il 3 novembre 1991 si recò in pellegrinaggio alla foiba di Basovizza a Trieste. Anche il Presidente Scalfaro si recò in visita a Basovizza l’11 febbraio 1993.

Leggi anche: Edith Bruck sul valore della memoria: “Dopo di noi non faranno altro che cancellare”

Il massacro delle foibe, perché si parla di strage dimenticata?

Per più di 40 anni nessuno ha ricordato l’eccidio o quasi. Secondo molti analisti e molti quotidiani italiani, questo silenzio sarebbe stato il risultato di un accordo implicito tra tutte le forze politiche sia di destra che di sinistra.

Dal 2004 in poi il “Giorno del ricordo” è stato memoria della nostra identità nazionale ma anche scontro per la propaganda politica alla stregua di quanto accade il 25 aprile.

Il vero e proprio ricordo è iniziato dopo la fine del bipolarismo con la caduta del muro di Berlino, quasi come la caduta di quel muro fisico avesse aperto una breccia nel muro che separava un popolo dal ricordo. Cossiga stesso, al momento della sua visita esattamente 30 anni fa, chiese perdono per mezzo secolo di silenzio.

Il massacro delle foibe, gli antefatti

Come sappiamo l’Italia nel 1943 era spaccata in sostenitori del fascismo e partigiani, gli alleati angloamericani non sapevano come considerare il nostro paese.

Da un lato il governo Badoglio che aveva firmato l’armistizio di Cassibile, dall’altro la repubblica di Salò e il Re che lasciava la capitale per rifugiarsi a Brindisi. Per classificare il ruolo dell’Italia fu coniato il termine “cobelligerante”.

Il massacro delle foibe, i motivi dell’eccidio

foibe massacro 10 febbraio

Alla fine della guerra la città di Trieste, ma anche la Dalmazia, presentavano una struttura sociale disomogenea in cui erano presenti gruppi di italiani nati in quelle terre o stabilitivisi anni o decenni addietro.

Dall’altra parte Pola e Fiume avevano una popolazione in larga parte slava che conviveva in quei territori con l’etnia italiana da un tempo molto lungo. Questa condizione è stata comune a Trieste e Gorizia fino agli anni Settanta.

Come spesso accade quando si immagina uno stato che sia anche una nazione, i problemi non si generano solo per la convivenza sociale ma anche per ragioni di natura propagandistica e soprattutto ideologica.

Negli anni che precedettero la Grande Guerra del 1915-18 il governo austriaco intendeva indebolire l’etnia italiana presente nei territori a vantaggio di quelle slovena e croata. Non bisogna dimenticare che fino al 1918 più di trentamila italiani furono espulsi dai territori irredenti e privati dei loro beni.

La bestia del nazionalismo contrappose l’etnia germanica a quella italiana e poi quest’ultima a quelle slave.

L’unificazione sotto la guida del maresciallo Tito portò a un sentimento anti-italiano nei territori della ex Jugoslavia che sfociò nella formazione di milizie e strutture militari organizzate con la finalità, tra le altre cose, di epurare la popolazione del luogo dagli italiani.

Leggi anche: Bergamo, nasce il Bosco della Memoria per le vittime del Covid: “Ricorderemo attraverso la vita”

Il massacro delle foibe, il giallo sul numero delle vittime e l’assoluto valore umano

Ma un giallo si pone anche sul numero delle vittime. Una foiba è una cavità carsica, un fosso inghiottitoio tipico di quelle terre. Questi fossi sono diventati delle vere e proprie fosse comuni. Le cifre sono discordanti.

Lo scrittore goriziano Guido Rumici parla di 11 mila morti, altre fonti di circa 5 mila, fonti enciclopediche riportano invece un numero imprecisato che però inizia con circa 700 cadaveri infoibati. Al di là della dimensione il dolore umano resta.

Leggi anche: Deja vu, quella sensazione del “Ehi aspetta, qui ci sono già stato!”

Il massacro delle foibe, responsabilità politiche e militari

Se da un lato sappiamo che l’impero austroungarico fomentava l’odio tra l’etnia italiana e quella slava e che l’opportunismo politico del dopoguerra ha lasciato nascosto oltre cortina la storia degli inghiottitoi di vite umane, dall’altro dobbiamo osservare le responsabilità materiali.

Gli esecutori materiali dell’eccidio furono i partigiani Jugoslavi dell’OZNA, il Dipartimento per la sicurezza del popolo. Questi corpi militari si resero responsabili dello sradicamento materiale e fisico dell’etnia italiana.

La Jugoslavia era sotto l’influenza di un’ideologia politica, quella di Josip Bloz, diametralmente opposta a quella che aveva governato l’Italia nel ventennio precedente. Tra i trucidati vi erano anche ex ufficiali della repubblica di Salò ma il massacro avvenne anche per ragioni di carattere economico come l’odio di mezzadri croati accumulato nei confronti di proprietari terrieri italiani.

Il massacro delle foibe, il ricordo oggi

magazzino 18 ricordo foibe

Ogni anno la stampa e i media in generalo commemorano il 10 febbraio come il Giorno del Ricordo pressappoco come avviene nel mese di settembre per la commemorazione dell’eccidio di Cefalonia.

Per questo anno la Rai ha mandato in onda uno speciale Tg1 per commemorare l’evento. La televisione di Stato si è interessata al magazzino 18 nella città di Trieste nel quale sono conservati gli effetti personali di moltissime vittime.

Il massacro delle foibe, memoria e non vendetta

Nel 2011 i governi di entrambe le nazioni, Italia e Croazia, definirono “folle vendetta delle autorità Jugoslave” e “privi di giustificazione” i massacri compiuti dall’OZNA.

L’etnia italiana era una minoranza che rappresentava un coinquilino scomodo. Così come a Cefalonia, la Seconda Guerra Mondiale ha prodotto la conseguenza della violenza anche dopo la fine ufficiale delle ostilità.

Il Carso, l’Istria e le città delle terre irredente sono circondate da foibe ma le vittime sono state trucidate anche fuori. Probabilmente è questa una delle ragioni per le quali le cifre sono discordanti.

In virtù delle dichiarazioni il ricordo non ha la funzione di fomentare l’odio tra popoli amici: uomini, donne, esseri umani che hanno in comune più cose di quante li dividano. La memoria e il ricordo non possono essere benzina sul fuoco.

La Repubblica ha deciso di commemorare le foibe a partire dal 2005 in funzione di una legge del 2004 promulgata appositamente e molto cara ai Presidenti Ciampi e Napolitano, ma non meno all’attuale capo dello Stato Mattarella.

Il ricordo non è né deve essere stimolo di vendetta ma solo memoria e rispetto. Un rispetto per chi è stato vittima dell’odio e per il valore assoluto della pace.

Leggi anche: Frasi e aforismi più belli sulla resilienza, una forza nascosta che viene fuori nelle difficoltà

Il massacro delle foibe, quale è la situazione oggi?

Il trattato di Osimo del 1975 è entrato in vigore nel 1977 quando la città di Trieste, simbolo dell’irredentismo e, per certi versi, come dice il nome della piazza dell’unità d’Italia, è stata risistemata nei suoi confini.

La pace, come la memoria e la verità, è un valore inalienabile che non deve contrastare con i diritti dell’altro ed è bello concludere con una citazione della famosa canzone scritta da Giovanni Ermete Gaeta, il famoso E.A. Mario che nella Leggenda del Piave scrive:

La pace non trovò né oppressi né stranieri.

Tutti devono godere della pace e della memoria senza distinzione affinché i popoli cancellino l’idea di opprimere i loro simili.

Leggi anche: Liliana Segre, la memoria: “Un giorno del settembre 1938 diventai l’altra”

Domenico Di Sarno
Domenico Di Sarno
Informatico e amante dei libri di ogni genere perché fortemente convinto che la cultura sia come il cibo, ne serve ogni giorno per nutrire la mente.. Appassionato di storia e diritto costituzionale.

Ultime notizie