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Roma, scandalo scuole divise per ceto sociale: facciamo chiarezza

Scoppia la bufera sulla scuola che a Roma divide le classi per censo. Ma non è così: la vera divisione è quella che strumentalizza le sviste per montare casi mediatici.

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Leggere e scrivere sono tra le capacità fondamentali che si imparano a scuola. Se fin qui siamo, in linea teorica, tutti d’accordo, l’applicazione delle due abilità nella vita di tutti i giorni non è altrettanto immediata. Soprattutto non è così scontato l’impiego dei livelli cognitivi successivi, ovvero la lettura tra le righe e la scrittura comunicativa.

Il caso della scuola di via Trionfale a Roma che ha infiammato l’indignazione pubblica in questi giorni è un esempio lampante. L’istituto scolastico, articolato in varie sedi, avrebbe pubblicato e poi rimosso una presentazione della scuola, saltata subito all’occhio per la sua supposta discriminazione sociale.

L’incriminata presentazione discriminatoria

Sul sito, in effetti, venivano descritti i plessi scolastici, sottolineando il tipo di studenti che ogni singola sede accoglie. Scritta in quel modo, di fatto, la presentazione poteva sembrare fuorviante:

La sede di via Trionfale e il plesso di via Taverna accolgono alunni appartenenti a famiglie del ceto medio-alto, mentre il plesso di via Assarotti, situato nel cuore del quartiere popolare di Monte Mario, accoglie alunni di estrazione sociale medio-bassa e conta, tra gli iscritti, il maggior numero di alunni con cittadinanza non italiana. Il plesso di via Vallombrosa, sulla via Cortina d’Ampezzo accoglie, invece, prevalentemente alunni appartenenti a famiglie dell’alta borghesia assieme ai figli dei lavoratori dipendenti occupati presso queste famiglie (colf, badanti, autisti, e simili).

Tuttavia, leggere tra le righe o meramente leggere il rigo che precede tale affermazione avrebbe chiarito subito quale fosse la ragione di tale distinzione:

L’ampiezza del territorio rende ragione della disomogeneità della tipologia d’utenza che appartiene a fasce socio-culturali diversificate.

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Saper interpretare, una dote che si impara dentro e fuori le aule scolastiche

Ossia, usando le parole del consiglio d’Istituto che ha replicato contro le accuse di discriminazione avanzate dalla rete, dal sindaco di Roma, Virginia Raggi, e dal ministro dell’istruzione, Lucia Azzolina:

I dati riportati nella presentazione della scuola, composta da 4 distinti plessi, collocati in diversi contesti socio-culturali, sono da leggere come mera descrizione socio-economica del territorio, secondo le indicazioni del Miur per la redazione del Pof (Piano di offerta formativa). L’istituto scolastico non ha mai posto in essere condotte discriminatorie nella ripartizione degli alunni nei diversi plessi o nelle diverse classi. Infatti, è importante chiarire che al momento dell’iscrizione dei propri figli, sono i genitori a scegliere uno dei 4 plessi scolastici dell’istituto sulla base dei criteri della residenza e/o del luogo di lavoro. L’istituto attua costantemente e quotidianamente le migliori e più opportune pratiche per l’inclusione e la rimozione di qualunque discriminazione.

Leggasi: prima di saltare a conclusioni affrettate, meglio documentarsi. La notizia ha il sapore di una strumentalizzazione, o di un colossale qui pro quo. Se da una parte il redattore della nota è stato forse troppo didascalico, usando specifiche inopportune, dall’altra il lettore avrebbe avuto gli strumenti giusti per capire che i dati riportati erano puramente descrittivi, una fotografia della realtà di fatto.

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Porsi le giuste domande e cercare le giuste risposte

A ben vedere, dunque, non è il ceto a dividere gli alunni per classe, ma una questione logistica, abitativa. D’altronde, a leggere bene, i figli delle badanti e delle colf vanno a scuola con i figli dell’alta borghesia: se fosse vero che la scuola abbia fatto distinzioni economiche, come sarebbe possibile?

Semmai la polemica potrebbe essere questa: quanto incide la possibilità di spostarsi, di raggiungere la scuola, di avere servizi gratuiti, sull’istruzione di un bambino? Perché non si tratta di un problema di estrazione economica, bensì di uno sociale. Se poi maestri e professori più accreditati vengono assegnati alle scuole “di élite”, allora sì che si può parlare di discriminazione. L’istruzione è un diritto, la facoltà di accedervi nello stesso modo, indipendentemente dalle capacità economiche, dovrebbe esserlo altrettanto.

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Classi divise: un male assoluto?

A costo di sembrare impopolari, alcuni aspetti di una stratificazione scolastica, poi, potrebbero essere davvero utili per tutti. Non legati al censo, ma alle capacità degli studenti. In tanti paesi all’estero, Svizzera, Gran Bretagna, Giappone, da anni vengono sperimentate le “classi per merito”: gli alunni sono suddivisi in base alle loro specifiche abilità e predisposizioni. Diversificando l’apprendimento, si creano gruppi omogenei, stimolanti dal punto di vista intellettivo e competitivo per i bambini. Può sembrare ingiusto, ma andare alla stessa velocità permette agli studenti di arrancare di meno dietro agli studi in cui non eccellono, e allo stesso tempo primeggiare in quelle che sono le proprie inclinazioni personali. Il metodo ha in sé alcuni aspetti negativi, che andrebbero comunque rivisti, ma gli studi dell’University College in pedagogia confermano che la tendenza sia, nel complesso, vantaggiosa.
Anche perché se è vero che “tutti i bambini sono uguali”, è chiaro come in altri ambiti della vita la differenziazione non costituisca un problema. Per esempio nello sport: non tutti possono diventare campioni ma ciò non toglie che tutti possano praticarlo, traendone beneficio e divertimento.

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di Enrica Vigliano

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