domenica, Agosto 7, 2022

Perché i giovani non vogliono più lavorare?

Con la stagione estiva e con l'assenza di personale da impiegare nei luoghi di lavoro, è ripartita la solita questione trita e ritrita della mancanza di voglia da parte dei giovani di trovare un impiego, ma perché i ragazzi non vogliono più lavorare?

Melissa Matiddi
Esperta in comunicazione e digital marketing, studia lo yoga e le discipline orientali. Ama creare, leggere e viaggiare. Silenziosa ma rumorosa, è sempre pronta a varcare nuovi orizzonti.

I giovani non vogliono più lavorare: eccola puntuale la solita hit di ogni anno. Periodicamente assistiamo alla messa in onda della classica telenovela italiana, trasmessa durante il periodo estivo e ripetuta dai datori di lavori, dagli imprenditori, dalle soubrette italiane, dai personaggi noti dello spettacolo e anche da qualche esponente della politica italiana.

Ma è possibile che tutti, cioè proprio tutti, si sentono in diritto di far decollare le loro vite prive di successo e di popolarità e sfruttare la visibilità del “Festival degli sfaticati” per esprimere un parere, che tra l’altro non è neanche richiesto, sulla voglia di lavorare dei giovani?

Non bastava il fallimento di una società che nel XXI secolo colleziona tutte le sfumature del disagio giovanile riassumibili in Neet, i giovani che non studiano e non lavorano, in Hikikomori, i ragazzi che si ritirano dalla vita sociale e lavorativa, in alternanza scuola-lavoro, nei fenomeni della Great Resignation e della Poor Generation, a farci capire che qualcosa non sta andando per il verso giusto?

La storia narrata è sempre raccontata da un unico punto di vista: quello del povero datore di lavoro che non riesce a trovare il personale per mandare avanti la sua attività. Che poi lo stesso lavoratore introvabile sia sottopagato, sfruttato fino all’osso, sminuito e annientato nella dignità di cui ormai è privato, non interessa a nessuno.

Se l‘Articolo 1 della Costituzione afferma che “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, perché priva i suoi figli di un impiego rispettabile o peggio ancora, impone un meccanismo secondo cui un giovane è costretto ad accettare mansioni sottopagate o addirittura gratuite? Lo Stato italiano non dovrebbe schierarsi in una posizione inter pares per iniziare quantomeno a trovare una risposta credibile alla domanda: “perché i giovani non vogliono più lavorare?”

I giovani non vogliono più lavorare… per essere sottopagati

Con l’incalzare della Great Reshuffle, il grande rimescolamento avvenuto con la pandemia e il lockdown, i giovani hanno avuto modo di pensare e rimodulare la loro vita per cercare nuovi equilibri e soddisfare nuove priorità, tra cui una maggiore flessibilità e un desiderio più forte di rispettare, di valorizzare e di migliorare la propria salute.

In poche parole, i ragazzi si sono chiesti: “Vale veramente la pena di stare chiusi tutti i giorni in ufficio e passare dalle 10 alle 12h a stare seduti su una sedia a fissare un pc e ritrovarsi comunque a fine mese con problemi economici? I giovani hanno risposto in massa con un potente no.

Il fenomeno del grande licenziamento è stato solo il primo step di una serie di azioni promosse dai lavoratori più giovani che si sono resi conto che il gioco non valeva la candela.

Secondo una ricerca Acli-IREF, un lavoratore su 4 entro i 40 anni ha uno stipendio da povero e come afferma il suo Vicepresidente, Stefano Tassinari:

Serve mettere in campo un’economia che cerchi la produttività non al massimo ribasso dei costi del lavoro e dei fornitori ma, come fanno alcune realtà di eccellenza, nel lavoro di qualità, nella crescita professionale e individuale delle persone che lavorano, nella partecipazione e nella collaborazione con loro.

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I giovani non vogliono più lavorare per uno stipendio da fame

Il problema del precariato e degli stipendi da fame è reale e concreto. Eppure, nel 2022, ancora si pone l’attenzione sulla mancanza di voglia da parte dei giovani di trovare un impiego che li possa educare all’arte del lavoro.

La storia è sempre la stessa e gli italiani si ritrovano, come ogni volta, ad essere persuasi dal recruiter di turno che li rassicura sulla sicurezza occupazionale, sul prestigio aziendale, sulla crescita professionale e sulla possibilità remota, su cui tutti abbiamo puntato almeno una volta nella vita, di essere confermati e finalmente assunti, ma di soldi, di retribuzione e di stipendio non si parla mai, o meglio se ne parla solo alla fine.

Dopo che il candidato ha faticosamente scalato prove su prove e superato proroghe che slittano ogni tre mesi, arriva il verdetto finale: “Sei bravissimo/a, ma non possiamo assumerti”. Una volta che il malcapitato viene liquidato con le solite scuse, si passa alla prossima vittima che subirà il medesimo trattamento di cortesia e sfruttamento. Ecco spiegato perché i giovani non vogliono più lavorare, si sono resi conto della nocività del sistema.

Questo stratagemma viene impiegato più o meno da una ventina di anni e sacrifica sempre più spesso la tenacia e la speranza di ogni ragazzo che capito l’andazzo e conosciuto l’imbroglio, non può fare a meno che redimersi da questo marciume che ha consumato ormai, persino le parole per definirlo.

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La generazione Z dice basta al precariato e agli sfruttamenti

I giovani non vogliono più lavorare: il tempo passa, ma le cattive abitudini rimangono, prima fra tutte quella di addossare la colpa, di un sistema fallito che è ormai al collasso, ai ragazzi. Sempre più spesso le istituzioni non fanno altro che sporcarsi le mani con la retorica delle generazioni sfaticate che preferiscono il divertimento al lavoro.

I recenti titoli mediatici si sono messi di punta per sottolineare la difficoltà da parte dei datori nel reperire il personale addetto ai lavori con il solito ritornello. Migliaia di articoli denunciano la disperazione di quei poveri imprenditori che non sanno più che fare e che sono disposti a tutto per mandare avanti le proprie attività.

A leggere i giornali, i ristoratori di tutta Italia non capiscono proprio il motivo per cui i giovani non vogliono più lavorare. Ed ecco che in aiuto, escono fuori i personaggi noti, che dall’alto delle loro gavette e dei loro sacrifici, si sentono legittimati nell’aprire bocca e dare fiato su una tematica semplice quanto banale che però continua ad essere affrontata dal lato sbagliato: quello di chi non vuol mettere in regola, quello di chi non vuol pagare.

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I giovani non vogliono più lavorare: da Briatore a Borghese, suggerimenti contro la pigrizia generazionale

Tramite una narrazione sempre più tossica, il binomio giovani-lavoro continua a fare numeri da capogiro al botteghino degli orrori. Vengono descritti come sfaticati, non disposti ai sacrifici e amanti di un reddito, quello di cittadinanza, che li avrebbe demotivati nel cercare un impiego vero. Insomma, da qualunque punto la si guardi, la colpa è sempre dei giovani.

Quest’anno al festival de: “Voglia di lavorare, saltami addosso”, si sono aggiunti alcuni personaggi noti, come Alessandro Borghese, Flavio Briatore e pure Hoara Borselli, la regina della conduzione italiana.

Mentre il primo, imprenditore e cuoco di fama internazionale, ha ribaltato l’Articolo 3 della Costituzione italiana che recita: “Ogni persona ha diritto ad un lavoro decente e dignitoso, il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro”, affermando:

Sarò impopolare, ma non ho alcun problema nel dire che lavorare per imparare non significa essere per forza pagati. Io prestavo servizio sulle navi da crociera con vitto e alloggio riconosciuti. Stop. Mi andava bene così: l’opportunità valeva lo stipendio. 

Oggi ci sono ragazzetti senza arte né parte che di investire su se stessi non hanno la benché minima intenzione. Manca la devozione al lavoro, manca l’attaccamento alla maglia. Alle volte ho come l’impressione che le nuove generazioni cerchino un impiego sperando di non trovarlo perché, quando poi li chiami per dare loro una possibilità, non si fanno trovare.

Il secondo, milionario griffato e imprenditore di mezzo mondo, ha dato la colpa al reddito di cittadinanza che sarebbe, secondo il suo modesto parere, l’ambizione più alta dei giovanissimi, impegnati solo a sperperare il sussidio in divertimenti e sballo.

Di recente, ci ha omaggiato della sua saggezza, anche la conduttrice e attrice italiana, Hoara Borselli, che ha, con una semplice dichiarazione, giustificato il precariato e gli stipendi da fame, raccontando che la gelateria per la quale lavorava da adolescente per due ore al giorno, la pagava con patatine e ghiaccioli.

La comicità di certe esternazioni, se da un lato suscita ilarità, dall’altro preoccupa perché il lavoro non deve essere mai gratuito o mal pagato, e i giovani, questo ce lo stanno dicendo in ogni modo.

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Melissa Matiddi
Esperta in comunicazione e digital marketing, studia lo yoga e le discipline orientali. Ama creare, leggere e viaggiare. Silenziosa ma rumorosa, è sempre pronta a varcare nuovi orizzonti.

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