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Finlandia, il governo in rosa di Sanna Marin: ecco il perché di tanto scalpore

La notizia della settimana lavorativa corta proposta dalla premier finlandese Sanna Marin ha acceso negli ultimi giorni il dibattito internazionale, per poi spegnersi in una smentita giunta da Helsinki. Ma una verità rimane incontrastata: dal nord arriva aria di profondo cambiamento.

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Un’ovazione di stupore e consensi ha agitato le cronache degli ultimi giorni. In Finlandia, la neoeletta premier Sanna Marin avrebbe proposto l’introduzione della settimana lavorativa corta per rendere più felici e meno stressati i suoi concittadini. Quattro giorni lavorativi di sole sei ore, stipendi inalterati. Un sogno.
E forse proprio a causa delle tinte oniriche della sua portata, la notizia è rimbalzata centinaia di volte su giornali e social media, invaghiti da una così rosea prospettiva. Tuttavia, le cose non stanno esattamente così.

Un’utopia a portata di mano

È vero che ad agosto, in piena campagna elettorale, Sanna Marin, classe 1985, la più giovane premier del mondo, aveva proposto l’introduzione della settimana lavorativa corta in occasione del 120esimo anniversario del partito socialdemocratico da lei capitanato. Una sfida, forse per il momento irrealizzabile, basata sulla convinzione che la vita vada assaporata insieme alle persone amate e non tra le mura di un ufficio.

Perché questo non potrebbe essere il prossimo passo per la Finlandia? Otto ore sono davvero l’unica scelta possibile? Credo che le persone meritino di trascorrere più tempo con le loro famiglie, con i propri cari, dedicandosi agli hobby e altri aspetti della vita, come la cultura. Questo potrebbe essere il prossimo passo per noi.

Un inno alla ricerca del benessere, dettata anche dalla giovanissima età della premier, ma che ha la potenza di una rivoluzione. Per renderla possibile i passaggi sono ancora impervi, tanto che da Helsinki è arrivata presto la smentita: per il momento l’agenda di governo non prevede la riduzione di orario della settimana lavorativa.

La vera forza di Sanna Marin: volontà e determinazione

Eppure da questa dinamica si può evincere un dato estremamente interessante, su cui riflettere. Nel nord Europa si muovono forze e correnti nuove, potenti, in grado di sovvertire lo status quo.

Basti pensare che Sanna Marin è a capo di un governo quasi del tutto in rosa: i leader dei 5 partiti della coalizione di cui si è avvalsa per guidare la Finlandia sono tutte donne, quattro della quali sotto i 35 anni.

Ora la premier dovrà fronteggiare la sfiducia del Paese verso la classe politica, il crollo demografico delle nascite e l’ascesa dei sovranisti. Per il rilancio della Finlandia punterà soprattutto sulla politica sociale, l’ecologia, la spesa per l’occupazione, il benessere e lo sviluppo di politiche giovanili. Il tutto condito da un pizzico di sano intuito femminile.

Sin dal suo insediamento, Sanna Marin ha chiarito la sua visione riguardo alla sua posizione:

Non ho mai pensato alla mia età. O al mio genere, io penso al perché sono entrata in politica e alle cose che ci hanno fatto vincere tra gli elettori: abbiamo molto lavoro da fare per ricostruire la fiducia.

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L’ascesa di Sanna Marin, la rivincita delle pari opportunità

Sanna Marin incarna quella che da qualsiasi altra parte in Europa verrebbe considerata un’utopia. 34 anni, sposata, con una figlia, la giovane premier è cresciuta, dopo la separazione dei genitori, con la madre e la nuova compagna. Ha fatto la cassiera, la dipendente di un negozio, laureandosi nel 2012 all’Università di Tampere. Nel 2015 ha cominciato la sua ascesa, non priva di ostacoli, all’interno del partito social democratico, guadagnandosi fiducia e rispetto. Impensabile, altrove, una carriera così straordinaria in poco più di 4 anni.

La sua vicenda biografica si riflette nei suoi propositi di governo:

Questo è ciò su cui voglio lavorare. Voglio costruire una società in cui ogni bambino possa diventare qualsiasi cosa e ogni persona possa vivere e crescere con dignità scrive su Twitter.

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Molto rumore per nulla?

Perché la proposta di un taglio agli orari lavorativi ha destato tanta attenzione? Se la meritocrazia, la parità e l’uguaglianza, supervisionate da un’apertura mentale oculata, fossero all’ordine del giorno, probabilmente la notizia non avrebbe sollevato il furor di popolo. Sembrano concetti astratti, distanti, che stridono con la realtà di tutti i giorni, eppure dovrebbero essere il pane quotidiano della società occidentale. I tentativi da parte di singole aziende di valorizzare il lavoro salvaguardando la salute e il benessere fisico e mentale dei dipendenti sono numerosi, ma non sistemici. Fior fior di studi, come quello della New Economics Foundation nel Regno Unito, hanno provato che l’introduzione della settimana corta sarebbe vantaggiosa anche a livello economico, portando all’assunzione di più dipendenti e a un conseguente aumento delle entrate fiscali. I lavoratori avrebbero più energia e motivazione, chiedendo meno giorni di malattia e meno pensioni di invalidità, migliorando la condizione di stress ed evitando il burnout.

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La Finlandia: un paese all’avanguardia

Non è un caso che Sanna Marin sia potuta emergere proprio in Finlandia. Il Paese è uno dei più emancipati e all’avanguardia nell’ambito della parità dei sessi e delle generazioni. Per restare in politica, il parlamento di Helsinki sfiora la parità esatta tra i due sessi nell’ultimo secolo ed è caratterizzato dal progressivo “ringiovanimento” dei suoi componenti. Non solo, dal punto di vista di welfare e integrazione sociale, il paese dei mille laghi è tra le capofila delle nazioni europee.

Dunque, sebbene non ancora in vista, l’ipotesi di una settimana lavorativa corta non sembra più così evanescente, anche dopo lo scoppio della bolla mediatica. Nella vicina Olanda è già una realtà: qui si lavora  4 giorni tra le 29 e le 34 ore a settimana, mentre in Norvegia le 33 ore di lavoro a settimana prevedono 21 giorni di ferie pagate e 43 settimane di congedo in caso di maternità e paternità. Anche in Danimarca si lavora 33 ore a settimana, anche se presto potrebbero diventare 30, così come in Belgio. E in Italia? Secondo l’Ocse è il paese peggiore: con le sue 36 ore settimanali e uno stipendio medio di 25.500€ all’anno, è il fanalino di coda della top ten.

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di Enrica Vigliano

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