sabato, Maggio 21, 2022

Addio parità di genere: perché in Italia la pandemia ostacola i diritti delle donne

Sebbene quello della parità di genere sia tema condiviso anche da buona parte dalla società maschile, è noto quanto il mercato del lavoro fatichi a riflettere questa parità.

Asia Buconi
Classe 1998, romana. Studia scienze politiche e relazioni internazionali, ama l’attualità e la letteratura, ma la sua passione più grande è la sociologia, soprattutto se applicata a tematiche attuali. Nel tempo libero divora film e serie tv.

Si è celebrata ieri la giornata internazionale della donna, un momento che induce ogni anno a riflessioni più ampie sulla condizione femminile e sulla parità di genere nella società di oggi.

E, come spesso accade, la festa ha rappresentato il trionfo di una narrazione di genere ormai, e per fortuna, condivisa dai più: le donne devono avere necessariamente le stesse opportunità degli uomini, dunque stessi stipendi, stessa considerazione e rispetto.

Sebbene tali principi siano ampiamente condivisi, è noto quanto il mercato del lavoro fatichi a riflettere questa parità, che rimane solo teorica, come una nobile intenzione mai messa in atto. E la pandemia di Covid-19 ha poi aperto a nuovi scenari di disuguaglianza di genere, con dati preoccupanti per le donne di oggi e di domani.

La parità di genere è lontana: i preoccupanti numeri della pandemia

parità di genere in italia

Un primo allarmante dato post-pandemia è stato rilevato dallo studio “If not now, when? realizzato da Accenture e Quilt.AI con la collaborazione di Women20, l’engagement group del G20 che garantisce il dialogo sulla questione femminile.

I dati raccolti hanno attestato che il raggiungimento della parità di genere slitterà di 51 anni e sarà conquistato solo nel 2171.

L’indagine ha messo poi in luce la maggiore propensione al licenziamento femminile, la cui probabilità rispetto a quello maschile è del 79% in più, senza contare l’aumento dello stress e della tensione dovuto alla cura dell’ambito domestico e a quella dei bambini, aumentata per le donne del 29% rispetto alla situazione pre-pandemica (anche quella maschile è aumentata del 34%).

Ma è il fronte disoccupazione a destare maggiore preoccupazione: l’Istat ha rilevato che tra novembre e dicembre 2020 sono state 99 mila le donne a perdere il lavoro, contro soli 2000 uomini. Nel 2020, invece, tre lavoratori su quattro a cadere nella disoccupazione sono donne (312 mila contro 132 mila): perciò, rispetto a dicembre 2019, sono venuti a mancare circa 444 mila posti di lavoro, 70% dei quali apparteneva a donne.

Se non fosse abbastanza, la Uil e l’istituto di ricerca Eures hanno rilevato che nella sola zona di Roma la pandemia ha prodotto 80 mila nuovi disoccupati tra i lavoratori precari, di cui almeno 35 mila sono donne: un dato molto alto se si pensa che nel contesto romano il 60% dei lavoratori precari è di sesso maschile.  

È perciò evidente che, per quanto la pandemia abbia colpito tutti indistintamente, siano le donne a dover pagare il prezzo più alto, arrivando spesso alla non felice decisione di abbandonare la ricerca di un lavoro: è il caso delle inattive, 338 mila in più rispetto al 2019.

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Le donne pagano il prezzo più alto, ma una soluzione esiste

La tragica situazione in cui alberga l’occupazione femminile non deve essere interpretata esclusivamente come l’ennesima sfumatura di “gender gap” imperante, nonostante non si possa negare che spesso le donne debbano accettare posizioni lavorative più fragili e meno retribuite rispetto a quelle dei colleghi uomini.

È soprattutto conseguenza di una crisi pandemica che ha colpito settori dell’economia tipicamente femminili, come quelli del turismo, della ristorazione, degli alberghi, dei servizi domestici e della cultura.

L’urgenza è quella di comprendere l’importanza di questi ambiti occupazionali, spesso poco finanziati e considerati, ma che in realtà risultano essere fondamentali per un paese civile come l’Italia, e quindi meritevoli di tutela e attenzione.

La disponibilità di fondi rappresentata dal Recovery Fund deve necessariamente tenere conto di tali settori, incrementando gli investimenti nei servizi sociali e imparando a valorizzarli.

Non solo: per raggiungere una parità di genere è fondamentale portare avanti interventi mirati ad assistere le famiglie con bambini, in modo da permettere alle loro madri (che più spesso rinunciano al lavoro per occuparsi dei figli rispetto ai padri) di poter avere un’occupazione stabile, così da  evitare che molte abbandonino la propria carriera o l’ambizione di un’indipendenza economica.

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Verso la parità di genere: un’urgenza per l’Italia o solo buone intenzioni?

I fondi che oggi il Governo si trova ad amministrare per la ripartenza post-pandemica sono un’enormità e una ponderata gestione di essi potrebbe aiutare a risolvere rilevanti problemi sociali come quello del gender gap e quello nuovo, inedito, della crisi occupazionale femminile.

Ora spetta all’Italia, che è tra i paesi europei più lontani dal raggiungere una reale uguaglianza lavorativa, dimostrare alle donne quanto la parità di genere sia considerata un’urgenza prioritaria e non un’inutile buona intenzione mai messa in atto.

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Asia Buconi
Classe 1998, romana. Studia scienze politiche e relazioni internazionali, ama l’attualità e la letteratura, ma la sua passione più grande è la sociologia, soprattutto se applicata a tematiche attuali. Nel tempo libero divora film e serie tv.

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