martedì, Agosto 4, 2020

Mondiali 2006, quanto ci mancano nell’era del Covid?

14 anni fa la Nazionale di Calcio italiana vinceva i Mondiali in Germania. Oggi le piazze sono più deserte che mai e gli stadi vuoti. Il cielo tornerà azzurro sopra l'Italia?

Luca Tartaglia
Luca Tartaglia
Classe 88. Yamatologo laureato in Lingue Orientali, specializzato in Editoria e Scrittura, con un Master conseguito in Diritto e Cooperazione Internazionale. Ama dedicarsi a Musica e Cultura, viaggiare, “nerdeggiare” e tutto ciò che riguarda J. J. R. Tolkien

Il cielo era azzurro sopra Berlino, sopra l’Italia, e su tutto il mondo in quel caldissimo 9 luglio 2006. Le urla, le trombette a tutto spiano, i clacson delle macchine riversate in tutte le strade della penisola annunciavano la vittoria dell’Italia ai Mondiali di Calcio.

L’italia non si abbraccia più

Una vittoria sofferta, ai rigori, ma che ci ha regalato la Coppa del Mondo. Eravamo tutti lì, anche solo per un attimo, nella felicità condivisa e indistinta, tra abbracci, strette vigorose e baci. Oggi, 9 luglio 2020, tutto questo è impensabile. La crisi mondiale causata dal Covid-19 ha rivoluzionato il nostro modo di pensarci come società. E tutto quel senso di appartenenza ha subito un drastico cambiamento. Lo si è visto a Roma, in una Piazza Navona surreale, priva di vita, quando è stata diffusa la musica di C’era Una Volta in America, del Maestro Ennio Morricone.

Roma, Piazza Navona deserta.

I legami fisici e emotivi messi a dura prova dal distanziamento

Oggi non si può fare aggregazione, i contatti fisici devono essere ridotti al minimo e le manifestazioni, anche di gioia come concerti e feste, sono a numero “chiuso”(perlomeno lì dove hanno lentamente riaperto). Tutto questo è il risultato inevitabile di una pandemia ancora ben presente nella realtà sia internazionale sia locale, quella del vicino di casa o del tabaccaio di quartiere. Le migliaia di morti che si è portato via questo nuovo virus non possono svanire, non devono. E non è giusto che gli sforzi fatti vengano vanificati, ancor di più per una minaccia che sì è ora identificata, ma non per questo meno pericolosa.

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Tenere alta la guardia

Impensabile, in quel lontano Luglio 2006, in una serata di un’estate torrida, immaginare un campionato con partite a porte chiuse, esami sierologici e mascherine. Impensabile anche il rinvio di Euro 2020 al prossimo anno, con le tante incertezze che accompagnano questa decisione. Giocatori che si limitano a timidi abbracci e goffe “toccate” di gomito per esultare ad un goal. Un goal non accompagnato da urla di giubilo, ma da un brusio che rende il silenzio diffuso ancor più assordante. L’incertezza, il costante bilico di insicurezza dato da una costante minaccia. Una minaccia che porterebbe tutto di nuovo a fermarsi, il pallone come l’economia, a chiudere le porte, a rintanarsi nelle nostre case. JFK affermava che:

Cambiare è la regola della vita. E quelli che guardano solo al passato o al presente, certamente perderanno il futuro.

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Un nuovo cielo azzurro

Non deve essere la paura a dominarci. A pensare che nulla tornerà come prima. Deve essere la speranza di una nuova e migliore normalità. Quella condivisa da tutti, tra risa, lacrime di gioia e sentimenti oggi sopiti. Una speranza che non permette alla volontà di piegarsi. Una volontà, ferrea e inclusiva, di tornare insieme ad abbracciarci, ancora e ancora, su quel bellissimo tetto del mondo colorato di azzurro.

Luca Tartaglia
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