giovedì, Dicembre 2, 2021

È il mese della Prevenzione del Suicidio, oggi più che mai dobbiamo parlarne

Settembre è il mese della prevenzione del suicidio, ecco perché in era Covid è necessario lavorare per l’abbattimento dei tabu e dello stigma.

Marianna Chiuchiolo
Giornalista con studi in Mediazione Linguistica, un passato nella musica e nel teatro e un'avida curiosità per tutto ciò che riguarda scienza, arte e psicologia. Ha abbracciato da tempo la crociata della Mental Health Awareness come missione di vita. Autrice di racconti, poesie e sceneggiature perché l'immaginazione lo pretende, giocatrice di ruolo perché immaginare storie è bellissimo, ma viverle è meglio.

Nella cittadina in cui sono nata c’è un viadotto che dal fianco della montagna scende verso le periferie. Una curva di cemento e asfalto tenuta su da quattro o cinque piloni che, come zampe di ragno, ne supportano la sinuosità a un centinaio metri dal suolo.

L’ennesimo abominio edilizio, secondo alcuni, di cui non varrebbe la pena scrivere se non fosse che il viadotto in questione è stato spesso lo scenario di storie che, in occasione del Mese della Prevenzione del Suicidio, è doveroso raccontare. Ma prima, facciamo il punto della situazione.

Prevenzione del suicidio, quali sono i fattori di rischio?

Le stime dell’OMS parlano di 700mila morti per suicidio ogni anno. Un numero impressionante se si pensa che il suicidio è la causa di morte che più di ogni altra può essere prevenuta.

C’è uno strano modo di rapportarsi a una realtà cruda e spaventosa come quella di chi sceglie di porre fine alla sua vita. Tante e complesse sono le motivazioni dietro una scelta così radicale e disperata che ogni storia meriterebbe un articolo dedicato. Tra i fattori di rischio troviamo:

  • Presenza di disturbi del tono dell’umore, come depressione o disturbo bipolare.
  • Presenza di patologie gravi.
  • Abuso di sostanze come alcol o droghe.
  • Un passato di traumi o abusi.
  • Casi di suicidio in famiglia.
  • Tentativi di suicidio effettuati in passato.
  • Perdita del lavoro o della stabilità economica.
  • Perdita di una persona cara.
  • Senso di isolamento, distacco sociale o mancanza di supporto emotivo.
  • Presenza di comportamenti impulsivi.
  • Condizionamenti di natura religiosa, mistica o sociale.

Come si può vedere, i fattori non solo soltanto psicologici, ma anche sociali: il suicidio è un problema che in qualche modo ci riguarda tutti.

Vale ancora di più in epoca Covid, anche visto l’aumento dei casi di depressione conseguito all’isolamento e all’instabilità derivate dalle restrizioni.

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Perché parlare di suicidio fa così paura?

Quello che è certo è che ci spaventa confrontarci con questa realtà, poiché essa ci mette di fronte alla possibilità che persino l’istinto più basilare della vita organica – quello volto alla sopravvivenza – possa venire meno, e che un essere umano si voti al suo esatto opposto.

E no, non parliamo di suicidio d’onore o di amanti che scelgono di essere uniti nella vita come nella morte – ché storie di questo tipo portano spesso a una romanticizzazione della sofferenza psicologica che è soprattutto deleteria – ma di tragedie compiutesi silenziosamente, che si rivelano al mondo quando ormai è troppo tardi per porvi rimedio.

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Nel 2021, la prevenzione del suicidio è ancora una questione di fortuna

Parlavo in apertura di un viadotto, un luogo sospeso, distaccato dalla terra e dal suo rumore, uno scenario perfetto per la tragedia definitiva: da un salto del genere non c’è scampo, e così è stato per molte persone che, nel corso degli anni, si sono avvicendate giù attraverso quel vuoto che, solo a guardarlo, stringe la gola.

Se non fosse che, l’ultima volta che questo ponte ha ospitato un disperato, le cose sono andate diversamente. Un’auto si è fermata lungo la carreggiata proprio un minuto prima del salto definitivo, ne sono scese due persone e hanno offerto a chi stava per porre fine alla sua vita l’unica cosa di cui avesse disperatamente bisogno: un orecchio attento.

Un lieto fine, una storia di eroismo, invece no.

Perché in un mondo perfetto è così che la vicenda sarebbe stata raccontata, le due persone che quel giorno hanno salvato una vita sarebbero state ammirate come era giusto che fosse, si sarebbe posto l’accento su quel gesto di empatia, conforto e supporto disinteressato di cui abbiamo profondamente bisogno. Invece l’opinione pubblica si è rivolta altrove.

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Uno stigma ancora radicato impedisce di lavorare verso una prevenzione del suicidio efficace

La storia è finita sui giornali, ma per i motivi sbagliati. Si è posto soprattutto l’accento sulla necessità di dotare il viadotto di una rete di sicurezza. Un’operazione comunque necessaria, potremmo pensare, ma inefficace a un’analisi più approfondita. Intervenire soltanto in questo modo può arginare parte del problema, ma è fondamentalmente un palliativo, un metterci una pezza. Un po’ come, in presenza di una patologia fisica, limitarsi alla terapia del dolore senza trattare l’infiammazione.

Anche perché questa richiesta di una rete antisuicidio che il popolo chiedeva a gran voce non avrebbe avuto lo scopo di proteggere vite. Leggendo i commenti delle persone comuni, lo sdegno per quanto accaduto non originava dal rendersi conto di quanto la condizione umana potesse essere labile, ma dal fatto che si potesse scegliere un modo tanto plateale di morire. Il commento più significativo recitava pressappoco così: “Tanto, se vogliono suicidarsi, lo fanno comunque ma almeno lo fanno tra le mura di casa e non lì”.

Perché è con questo che poi ci si scontra: una realtà agghiacciante da nascondere sotto il tappeto, che deve consumarsi in segreto, che non ci metta faccia a faccia con quei mostri che stanno bene sotto il letto e non in pubblica piazza.

Ed ecco che una storia di eroismo si risolve, come la maggior parte delle storie in cui un tentativo di suicidio non va a buon fine, in una storia di semplice tempismo e fortuna. Questa persona ha avuto salva la vita, ha ottenuto una seconda possibilità solo per caso, perché in quel momento e in quel luogo due persone qualunque passavano di là e, per uno scrupolo di coscienza, si sono fermate. In caso contrario, avremmo avuto l’ennesima pioggia di che tragedia, non se lo aspettava nessuno.

La prevenzione del suicidio parte dall’ascolto

prevenzione del suicidio

Il vero problema è questo: che il suicidio è una tragedia solo quando si riesce a compierlo. Solo allora si pone l’accento sulla sofferenza, su cosa possa portare una persona a un gesto così estremo, sul perché non abbia prima chiesto aiuto.

Ma ecco la rivelazione: la verità è che nessuno arriva a tanto senza prima provare a chiedere aiuto. Solo che generalmente lo si fa in maniera velata, sottile, tastando il terreno per capire se una richiesta così importante troverà supporto o se non si finirà investiti dai soliti luoghi comuni del tipo hai così tanto per cui vivere, non dire certe cose e – il peggiore – pensa a quanto farai star male i tuoi cari.

Fare prevenzione del suicidio attraverso l’informazione

Perché davvero si possa parlare di prevenzione del suicidio, bisognerebbe partire da qui. Dal tabu legato all’argomento, da quell’impossibilità di parlarne quando ancora si è in tempo per impedirlo, da tutte le barriere che – consapevolmente o meno – erigiamo quando l’ipotesi che un nostro caro possa arrivare a farlo ci sfiora.

Adesso più che mai è necessario normalizzare l’argomento e mettere fine a uno stigma così radicato, in modo che chi chiede aiuto venga finalmente preso sul serio prima che sia troppo tardi e chi perde un caro per suicidio non debba confrontarsi quotidianamente con i mordaci sensi di colpa che, in questi casi, si aggiungono al dolore del lutto. Perché questo è più efficace di tutte le reti di sicurezza e certo più di tutti i colpi di fortuna. Perché, quando un uomo arriva a togliersi la vita, perdiamo tutti.

Iniziative per la prevenzione del suicidio in Italia

Parlare di abbattimento dello stigma e dei tabu è facile, ma da dove partire per cambiare le cose? Il primo passo verso una maggiore consapevolezza è certo l’informazione.

In Italia esistono associazioni che hanno lo scopo di prevenire il suicidio, fornire sostegno psicologico ai survivors – cioè le persone che hanno perso in questo modo un amico o un parente – e fare divulgazione sull’argomento.

Sono inoltre attivi diversi numeri di emergenza, in particolare quello del Centro di Servizio per il Volontariato Lazio e quello di Telefono Amico Italia.

Prevenzione del suicidio all’estero

Molto più materiale è disponibile in lingua inglese. L’argomento è spesso oggetto di campagne social, e sempre più numerosi sono gli influencer che si occupano di salute mentale e che pongono l’accento sull’abbattimento dello stigma legato alla sofferenza psicologica, oltre a coinvolgere attivamente persone che soffrono di disturbi del tono dell’umore e che, in questo modo, si sentono parte di una comunità.

Esistono, inoltre, app e servizi online che che permettono di usufruire di supporto psicologico a prezzi ragionevoli, come ad esempio Better Help.

suicide prevention semicolon project

Un’altra iniziativa che ha avuto notevole eco mediatica, oltre a trovare supporters tra molte celebrità, è il Semicolon Project, che offre tool di valutazione e supporto mentale e che ha scelto come emblema il punto e virgola – semicolon in Inglese – il segno di punteggiatura che viene utilizzato quando un autore potrebbe scegliere di concludere definitivamente un periodo ma invece decide di andare avanti.

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Marianna Chiuchiolo
Giornalista con studi in Mediazione Linguistica, un passato nella musica e nel teatro e un'avida curiosità per tutto ciò che riguarda scienza, arte e psicologia. Ha abbracciato da tempo la crociata della Mental Health Awareness come missione di vita. Autrice di racconti, poesie e sceneggiature perché l'immaginazione lo pretende, giocatrice di ruolo perché immaginare storie è bellissimo, ma viverle è meglio.

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