lunedì, 18 Ottobre 2021

L’appello all’Onu: “Stop a macello di animali vivi, la pandemia parte da lì”

Domenico Di Sarno
Informatico e politologo laureato con Lode. amante dei libri di ogni genere perché fortemente convinto che la cultura sia come il cibo, ne serve ogni giorno per nutrire la mente. Appassionato di storia e diritto costituzionale.

Sono ormai mesi che si dibatte sull’origine del coronavirus SARS-COV-2, piaga che sta interessando praticamente il mondo intero. L’agente patogeno considerato è un agente nuovo per la comunità scientifica internazionale che è tuttora in fase di studio. Le ipotesi sull’origine son state molteplici e hanno lasciato anche spazio a varie teorie del complotto. Allo stato attuale le informazioni in possesso ci permettono di ritenere verosimile la possibilità che il virus sia stato trasmesso dai pipistrelli all’essere umano. Qualche mese fa si erano diffuse in Italia delle immagini e degli articoli di testate giornalistiche che documentavano la pratica di macellare animali vivi nel mercato di Wuhan.

Tre intenzioni di cambiare ma persiste l’abitudine

Nei giorni immediatamente successivi allo scoppio dell’epidemia in Europa, si era poi detto che la Cina stava andando verso l’addio a pratiche alimentari di questo tipo per prediligere una cultura alimentare diversa. Passarono appena pochi giorni, l’epicentro del virus si era trasferito da Wuhan alla Lombardia, quando in Cina si riaprì la possibilità di riaprire il mercato degli animali di Wuhan. Come riportato in questi giorni da varie testate giornalistiche l’associazione internazionale Animal Equality ha chiesto all’Onu di intervenire per proibire il consumo di carne nei cosiddetti wet market, ossia i mercati bagnati. L’associazione si batte per la protezione degli animali che sono allevati a scopo alimentare ma nella fattispecie si è interessata al problema del mercato cinese da cui ha preso avvio tutto. Leggi anche: Emergenza Coronavirus, la stampa 3D sta facendo la differenza

La risoluzione dell’Onu, una via impraticabile

Il problema sarebbe però ben più complesso dal punto di vista del diritto internazionale. Animal Equality è libera di chiedere all’Organizzazione delle Nazioni Unite una risoluzione o una raccomandazione. Si tratta comunque di una interpretazione circa il carattare vincolante di una risoluzione dell’Onu. Se poi si volesse dare una maggiore legittimazione a questa risoluzione, essa dovrebbe essere discussa dal consiglio di sicurezza, organismo del quale la Cina è membro permanente con diritto di veto. Anche se si riuscisse, ragionando per assurdo, a far passare una risoluzione (cosa impossibile senza l’avallo del voto cinese in consiglio di sicurezza), non si potrebbe imporre alla Cina di vietare la presenza dei wet market sul proprio territorio.

Riuscirà l’Onu a fermare questo massacro?

La Cina ha la seconda economia del mondo e il secondo esercito, è il paese più popolato con una superficie di oltre 9 milioni di Km quadrati. Quale sarebbe la sanzione per il governo cinese se scegliesse di non adeguarsi? E chi dovrebbe costringere la Cina a pagare la sanzione o ad applicare la risoluzione? La possibilità che l’Onu discuta quindi questa richiesta esiste ma che possa imporre alla Cina di cambiare queste sconvolgenti pratiche alimentari, appare pressoché impossibile e occorre quindi rimetterci al buon senso del governo cinese Leggi anche: Coronavirus, tutti liberi dopo il 13 aprile? di Domenico Di Sarno

Domenico Di Sarno
Informatico e politologo laureato con Lode. amante dei libri di ogni genere perché fortemente convinto che la cultura sia come il cibo, ne serve ogni giorno per nutrire la mente. Appassionato di storia e diritto costituzionale.

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