sabato, Luglio 24, 2021

Il 2 novembre ai tempi del Covid, cosa vuol dire ricordare i nostri morti

La commemorazione dei defunti ha origini antiche ed ha rappresentato da sempre un momento importante per l'uomo. Ai tempi del Covid viene a mancare la condivisione del dolore.

Michela Sacchetti
Michela Sacchetti
Aspirante giornalista. Ama la letteratura, il cinema e il teatro. Dopo il diploma in ragioneria cambia itinerario iscrivendosi alla facoltà di Lettere. Laureata in Scienze del Testo, crede che nella vita si può e si deve continuare sempre ad imparare.

Quest’anno la commemorazione dei defunti sarà diversa per via del Covid e in seguito al recente aumento dei contagi. Le amministrazioni locali hanno previsto gli accessi contingentati ai cimiteri. Per le celebrazioni rimane il rispetto delle norme di sicurezza tenendo conto delle dovute distanze, sempre in base alla capienza massima. Il Papa ha invece esteso a l’intero mese di Novembre la possibilità di lucrare l’Indulgenza plenaria, stabilita per il 2 Novembre.

Le origini della commemorazione dei defunti

La commemorazione dei defunti del 2 Novembre ha origini antiche che uniscono paesi lontani sia per epoche che distanti. Anche la data non è causale. Fin da epoche antiche si celebrava la festa degli antenati o dei defunti in questo periodo dell’anno. Questa data sembra riferirsi al periodo del grande Diluvio, di cui parla la Genesi. La festa sarebbe nata in seguito a questo evento, per ricordare le vittime del diluvio e per esorcizzare la paura che fatti simili possano ripetersi. Tulle le grandi civiltà hanno sempre voluto ingraziarsi i defunti, dedicando loro dei particolari momenti: dai Romani, ai Celti fino alle civiltà del Messico e della Cina. Pensiamo anche al culto dei morti o degli antenati delle tribù africane.

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Il 2 novembre in quarantena

Quando dalla sera del 9 marzo il lockdown è stato esteso all’intera penisola italiana tutte le attività pubbliche sono state chiuse, tranne quelle relative ai beni di prima necessità. Purtroppo essendo chiuse anche le chiese e i luoghi di culto neanche i funerali potevano essere svolti e chi perdeva un proprio caro non solo non poteva vederlo, perché spesso confinato in ospedale, ma riusciva a fare solo un breve saluto al cimitero. Nessun momento comunitario che accompagnasse il defunto e significasse anche antropologicamente un momento forte per l’elaborazione del lutto. Tutto questo ci è stato negato.

2 novembre e il ricordo delle vittime del Coronavirus

L’immagine simbolo della prima ondata da Covid, con i morti per Coronavirus a Bergamo trasportati dai camion dell’esercito.

Nessuno di noi potrà mai dimenticare le immagini delle centinaia di bare e dei camion dell’esercito che lasciavano la città di Bergamo perché satura di defunti e impossibilitata a smaltirne una cosi grande quantità nei forni crematori. Il forno crematorio di Bergamo lavorando a pieno regime, 24 su 24 può smaltire 25 defunti, ma il numero di quei giorni lo superava di gran lunga. Momenti difficili per tutti. Un dipendente 28enne di un’agenzia di pompe funebri di Madone (Bergamo) così raccontava a Il Giorno di Bergamo:

Sono tre giorni che non dormo, lunedì sera ho avuto una crisi di nervi.

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Commemorazione dei defunti: il dolore delle famiglie

Proseguendo, in riferimento alle famiglie delle vittime di Covid, il giovane dice:

La cosa peggiore però è continuare a dire ai parenti che non possono rivedere il loro caro per via della chiusura immediata del feretro. Tutti i funerali sono tristi ma quelli delle persone che conosciamo lo sono di più.

Milioni le vittime che non hanno potuto avere una cerimonia commemorativa. I familiari di queste vittime hanno vissuto un dolore atroce, ferita che farà fatica a rimarginarsi.

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2 novembre, il dolore in attesa del lockdown

Un dolore commemorato in attesa del lockdown. Un prete bergamasco, Padre Aquilino Apassiti, intervistato da InBlu Radio raccontava scene strazianti:

L’altro giorno una signora, non potendo più salutare il marito defunto, mi ha chiesto di fare questo gesto. Ho benedetto la salma del marito, fatto una preghiera e poi ci siamo messi entrambi a piangere per telefono. Si vive il dolore nel dolore.

Michela Sacchetti
Michela Sacchetti
Aspirante giornalista. Ama la letteratura, il cinema e il teatro. Dopo il diploma in ragioneria cambia itinerario iscrivendosi alla facoltà di Lettere. Laureata in Scienze del Testo, crede che nella vita si può e si deve continuare sempre ad imparare.

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