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Ius culturae, 132mila bambini stranieri diventerebbero italiani

Riaperta la discussione per l’approvazione al Senato dello ius culturae: la legge permetterebbe ai bambini stranieri che hanno concluso con successo le scuole primarie o secondarie di diventare cittadini italiani.

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Si scrive “ius”, si traduce “diritto” e lo si trova quasi sempre accompagnato da un’altra parola. La maggior parte di noi lo ha incontrato per la prima volta a scuola, dove ci parlavano dello ius primae noctis, il diritto di un signore feudale di passare la prima notte di nozze con la sposa di qualunque suo sottoposto e coglierne per sé la verginità. Da adulti abbiamo poi scoperto che nel Medioevo non è mai esistito nulla di simile, ma questa favoletta ci è rimasta così impressa da farci comprendere nell’immediato in cosa consista ogni locuzione che contiene la parola “ius”.

Ultimamente, soprattutto quando si parla di politiche di integrazione degli immigrati, la si incontra sempre più spesso. Fino a qualche tempo fa il punto cardine delle discussioni in materia di cittadinanza agli stranieri era la legalizzazione dello ius soli, ovvero la possibilità di riconoscere la cittadinanza italiana a un bambino nato da genitori stranieri ma in territorio italiano. Attualmente è in vigore lo ius sanguinis: la cittadinanza è acquisita per diritto di sangue se almeno uno dei genitori è italiano. I figli di genitori stranieri possono richiedere di diventare cittadini italiani soltanto al compimento del 18esimo anno d’età e solo se hanno risieduto nel paese “legalmente e ininterrottamente” dalla nascita. Ma, se lo ius soli a molti sembra una forzatura che riconosce lo stato di cittadino italiano a bambini che non necessariamente verranno educati al rispetto della nostra cultura, il discorso cambia quando si parla, appunto, di ius culturae.

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Ius culturae, di cosa si tratta

Se lo ius culturae venisse approvato come legge, i ragazzi stranieri otterrebbero la cittadinanza italiana al 12esimo anno d’età a condizione di aver completato con successo un ciclo di studi o seguito un corso di formazione professionale. La proposta di legge era già stata approvata dalla Camera nel 2015, ma mai passata al Senato. Adesso si torna a discuterne grazie al neoministro della Famiglia Elena Bonetti, che si è di recente dichiarata in favore di questa legge, convincendo Giuseppe Brescia, presidente della Commissione Affari Costituzionali, a riaprire un esame il 3 ottobre. Brescia si è così espresso:

Siamo ancora all’inizio, ma credo si possa lavorare per introdurre lo ius culturae, legando la cittadinanza alla positiva conclusione di un ciclo di studi, e non alla sola frequenza. Serve una discussione che metta all’angolo propaganda e falsi miti, guardi in faccia la realtà e dia un segnale positivo a chi si vuole integrare.

Dello stesso avviso anche altri parlamentari, quali la Boldrini, che ritiene che i bambini nati e cresciuti – quindi scolarizzati – in Italia siano a tutti gli effetti cittadini italiani che meritano gli stessi diritti dei loro compagni. La pensa in maniera simile anche Matteo Orfini:

Il momento per superare una atroce discriminazione che colpisce anche tanti bambini non arriva mai in questo paese. E invece il momento è proprio questo. Lo ius culturae si può approvare in poche settimane. Senza tentennamenti, senza paura e senza subalternità agli argomenti della peggiore destra.

È interessante che si parli di cultura come caratteristica discriminante per l’emancipazione, perché di acquisire diritti si tratta, considerato che gran parte dei commenti negativi rivolti agli immigrati è spesso “impara l’Italiano”, sebbene nella maggior parte dei casi tali contestazioni vengano espresse in un Italiano alquanto improbabile.

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Cosa cambierà se la legge dovesse passare

Secondo il MIUR, attualmente in Italia gli studenti stranieri che potrebbero godere dello ius culturae – quindi quelli che nell’ultimo anno scolastico hanno concluso le scuole primarie o secondarie ─ sono circa 132mila. Di questi, 102mila sono extracomunitari, che godono di meno diritti rispetto ai cittadini europei.

Parliamo in media di un ragazzo ogni circa 500 persone, con una maggiore concentrazione nelle regioni settentrionali e un’ancora maggiore densità nella provincia di Prato, dove il numero di bambini di origine asiatica è particolarmente elevato.

Se tutti questi ragazzi dovessero ottenere la cittadinanza, la popolazione subirebbe un incremento dello 0,19%. Tuttavia, checché ne dica chi parla di invasione o di sostituzione etnica, un incremento del genere non sarebbe necessario a risolvere il problema del calo demografico. L’Italia resterebbe comunque un paese dove il tasso di mortalità è superiore di quello di natalità.

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di Marianna Chiuchiolo

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