martedì, Aprile 20, 2021

Elena Ferrante, la scrittrice dall’identità ignota nel 2020 fa ancora parlare di sé

L’identità dell’autrice dei record è ancora oggetto di speculazioni: la storia di un caso letterario e mediatico.

Marianna Chiuchiolo
Marianna Chiuchiolo
Laureata in Mediazione Linguistica, con un passato nella musica e nel teatro e un'avida curiosità per tutto ciò che riguarda scienza, arte e scrittura. Ha abbracciato da tempo la crociata della Mental Health Awareness come missione di vita. Autrice di racconti, poesie e sceneggiature perché l'immaginazione lo pretende, giocatrice di ruolo perché immaginare storie è bellissimo, ma viverle è meglio.

Gli uomini da sempre si appassionano ai nostri corpi, ci amano, ci mettono al centro della loro arte e della loro letteratura, ma solo per suonarsela e cantarsela da soli, stabilendo loro canoni, fissando loro gerarchie. Noi siamo stimoli: suscitiamo piacere, amore, grandi opere. Nel migliore dei casi ci chiamano muse, con tanto di aggettivo possessivo: la mia musa.

Con queste parole Elena Ferrante si racconta a Daria Bignardi in un’intervista pubblicata su Vanity Fair. Elena Ferrante, la scrittrice dei record, la cui identità è chiacchierata almeno quanto il successo delle sue opere. A distanza di quasi un anno dalla pubblicazione de La vita bugiarda degli adulti, si torna a speculare e discutere su chi sia realmente, ma stavolta con uno spirito diverso rispetto a prima. Ma andiamo con ordine.

Chi è Elena Ferrante? Un mistero ancora da risolvere

C’è chi ritiene che dietro lo pseudonimo letterario si nasconda in realtà un uomo, chi suppone addirittura che si tratti di un gruppo di persone. Troppo eclettica, troppo poliedrica, o forse troppo precisa e dettagliata nel raccontare relazioni tossiche, cosa poco accettabile in una società ancora fondamentalmente legata a stereotipi di genere che vorrebbero le donne come naturalmente più inclini alla delicatezza e al senso del dovere che alla cruda precisione.

C’è chi è addirittura arrivato a frugare tra i report di bilancio della casa editrice e a incrociarne i conti con quelli di Anita Raja – traduttrice e saggista, da oltre quattro anni sospettata di essere la penna dietro la maschera – o addirittura del marito della Raja, in un’operazione che ebbe poco a che fare col giornalismo e molto con la speculazione mediatica.

Ma perché tutto questo accanimento nel voler scoprire la reale identità di questa scrittrice che da anni fa incetta di premi? Al di là del dibattito sul diritto di restare anonimi, non dovrebbero essere le opere a parlare, anziché il corpo di un autore? Dovrebbero, almeno questa è la logica risposta a quella che parrebbe una domanda retorica. Eppure la logica non sembra bastare.  

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Il successo letterario e la questione dell’identità

Elena Ferrante è di origini napoletane, questo lo sappiamo per certo, e Napoli pulsa attraverso le righe delle sue opere. È così per la quadrilogia de L’amica geniale – debitamente sottotitolata nell’adattamento televisivo per non privarla di quel dialetto che ne caratterizza l’anima e le atmosfere – che l’ha portata al successo mondiale al punto da essere inserita dal Time nella lista delle 100 persone più influenti del 2016. Ma il legame con la sua terra ne pervade l’intera produzione letteraria, a partire dall’opera prima, L’amore molesto, che le fruttò nel 1992 il prestigioso Premio Procida-Isola di Arturo-Elsa Morante, istituito in memoria della scrittrice che la stessa Ferrante cita come una delle sue autrici preferite. Più volte finalista nei concorsi letterari più ambiti – Premio Strega, Premio Artemisia e Premio Viareggio, tanto per citarne alcuni – con film in concorso a Venezia e Cannes ispirati ai suoi romanzi, la Ferrante si impone prepotentemente come uno degli autori italiani più influenti dell’ultimo decennio. È forse questo il problema? O meglio, è davvero questo il problema? Tutto si riduce alla generale incredulità davanti a opere di questo tipo scritte da una donna?

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Il rapporto con la società e il ruolo della donna

Nell’intervista di cui sopra, Elena Ferrante racconta del suo rapporto con la società e, in maniera più sottile, con gli strascichi di un patriarcato destinato a diventare retaggio di altri tempi:

Ci disturba poco che un uomo trascuri i figli per amore, mentre che lo faccia una donna infastidisce non solo i maschi ma anche noi stesse. L’esistenza femminile è stata costretta a gestire la colpa, a temerne le conseguenze e a subirle.

E ancora:

Realizzarsi per la mia generazione ha significato spesso conquistarci la stessa forma di vita che i maschi si erano tradizionalmente attribuiti. Salvo poi scoprire che quella loro forma di vita non ci contemplava e che una sua pallida imitazione ci era possibile solo accettando vecchie e nuove subalternità. Quel circolo vizioso dura ancora e ci frustra e ci rende infelici.

Ma colpisce ancor più nel segno quando prosegue:

Credo che il patriarcato sia davvero finito, ma un po’ come è morto il Dio di Nietzsche. Il corteo funebre non accenna a smettere di serpeggiare e tirerà brutti tiri ancora per molto.

È interessante notare come la stessa autrice ami spaziare tra argomenti diversi: ecologia, natura, rapporto tra opera e lettore, tra immaginazione e memoria, politica e attivismo e – non ultimo – il rapporto con il successo. Curioso che, invece, i riflettori siano puntati più sulla ricerca di una foto e di un nome che di ciò che effettivamente viene raccontato da una persona che ha fatto del raccontare storie la propria ragione di vita.

È davvero così importante scoprire l’identità di Elena Ferrante?

La stessa Elena Ferrante ha spesso giocato con il mistero, arrivando nel 2016 a pubblicare il volume La frantumaglia, che raccoglie una serie di lettere inviate al suo editore e a diversi lettori scelti, nonché le interviste più rilevanti rilasciate a varie testate. Una scelta dettata non tanto dalla voglia di soddisfare i lettori, quanto dalla necessità di ribadire il diritto a parlare attraverso le opere e non la foto in quarta di copertina.

È una scelta, questa dell’anonimato, che può essere interpretata in vari modi: da una parte sembra andare in controtendenza in una società che veicola i propri messaggi in maniera sempre più visiva, dall’altra alimenta ancor più il dibattito legato alla reale identità di un autore. Dibattito che di questi tempi colpisce anche altri professionisti. Niente diritti a chi resta anonimo, ha dichiarato l’UE proprio qualche giorno fa in merito alla paternità dell’opera Il lanciatore di fiori di Banksy. Forse in questo caso l’identità della scrittrice è più facilmente tracciabile, ma il concetto di fondo rimane lo stesso: non vogliamo supereroi che non possiamo chiamare per nome. Eppure le opere restano, parlano e smuovono cuori e coscienze. Ed è qui che sta la differenza tra le polemiche di qualche anno fa e quelle attuali.

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Dicevamo in apertura che il dibattito sull’identità della Ferrante si è riaperto con uno spirito più critico. Mentre in passato il vero scoop era riuscire a tirar fuori un nome, adesso la polemica è più diretta verso se stessa: questo nome è davvero così importante? Forse no, e questo è già un passo avanti.

di Marianna Chiuchiolo

Marianna Chiuchiolo
Marianna Chiuchiolo
Laureata in Mediazione Linguistica, con un passato nella musica e nel teatro e un'avida curiosità per tutto ciò che riguarda scienza, arte e scrittura. Ha abbracciato da tempo la crociata della Mental Health Awareness come missione di vita. Autrice di racconti, poesie e sceneggiature perché l'immaginazione lo pretende, giocatrice di ruolo perché immaginare storie è bellissimo, ma viverle è meglio.

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