domenica, Gennaio 16, 2022

Congo, un paese mai nato: ricco, ma senza pace né giustizia

La Repubblica Democratica del Congo, un’analisi su un paese in perenne conflitto, dopo la morte del nostro ambasciatore Luca Attanasio.

Luca Tartaglia
Classe 88. Yamatologo laureato in Lingue Orientali, specializzato in Editoria e Scrittura, con un Master conseguito in Diritto e Cooperazione Internazionale. Ama dedicarsi a Musica e Cultura, viaggiare, “nerdeggiare” e tutto ciò che riguarda J. J. R. Tolkien

Un’imboscata. Nord-est del Congo, nella regione sperduta, come tutta l’Africa, del Kivu. Spari, confusione, panico.

Siamo al 22 febbraio scorso, un agguato armato costato la vita, oltre che all’ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo, Luca Attanasio, al carabiniere Vittorio Iacovacci e all’autista congolese Mustapha Milambo.

Due giorni dopo, a Beni, città dimenticata lì vicino, 13 morti nel centro abitato. Sempre nel nord del Kivu.

Ancora Kivu, 2 marzo. Spari, morti, rimane ucciso il capo procuratore militare, il maggiore William Assan dell’esercito congolese, incaricato di indagare sulla morte dei nostri connazionali dieci giorni prima.

Stesso luogo, stessa violenza, ma che storia racconta questa terra? Come si è arrivati a tanto? In quella che, per chi non lo sapesse, essere tra le nazioni più ricche di risorse al mondo, e allo stesso tempo, con la popolazione al 175imo posto per indice di sviluppo umano (un indice Onu per stabilire la qualità della vita tra istruzione, sicurezza, economia e sanità) su 189 Paesi.

Congo, storia di un paese dimenticato dove i conflitti sanguinari sono la quotidianità

Congo Miniera Coltan

Il Congo, anzi, Repubblica democratica del Congo, ultimo di molti nomi dati a questa nazione di quasi 100 milioni di abitanti, ha una storia travagliata che conta milioni e milioni di morti, dittature, sfruttamento e anche interessi internazionali viste le sue risorse minerarie tra cui oro, diamanti, cobalto, coltan, rame e così via. Una storia del più brutale colonialismo, in questo caso belga. Il Congo, chiamato Stato Libero del Congo dal 1885 al 1908 sarà non una colonia, ma bensì un possedimento “privato” dell’allora Re Leopoldo II. Un possedimento come noi abbiamo il nostro giardino di casa. Questo fino al 1908, quando passerà sotto il controllo del governo belga sotto il nome di Congo Belga. Vent’anni come un vero “inferno”, sfruttamento intensivo, con una forte dose di crudeltà, dove la dominazione sarà brutale e inumana e porterà alla morte un numero difficilmente calcolabile di persone (si stima dal milione ad addirittura 15 milioni). Repressione che continuerà, anche se sotto altri metodi, fino all’indipendenza raggiunta nel 1960 con le prime elezioni libere nel paese. Un paese martoriato da una profonda, e ancora ben presente, dominazione coloniale belga, ma non solo, visto il nuovo mondo fatto di blocchi da Guerra Fredda, in cui il Congo avrà un’importanza non comune.

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Lumumba, un sogno di libertà e autodeterminazione infranto

Il primo eletto, per soli tre mesi come primo ministro, fu Patrice Emery Lumumba, storico personaggio della lotta per l’indipendenza della Repubblica del Congo (così chiamata dal 1960 fino al 1964), tanto da diventare in breve tempo uno dei grandi simboli dei paesi non allineati che volevano spezzare le catene dei paesi colonizzatori.

Una linea politica antimperialista, filocomunista, che gli costò la vita pochi mesi dopo, quando venne assassinato il 17 gennaio del 1961.

Una morte che rimane ancora oggi nei grandi libri di storia come emblema delle responsabilità occidentali, nello specifico di Stati Uniti e Belgio, nelle politiche invasive, violente e di destabilizzazione, adottate verso quelle colonie che volevano troppa “indipendenza” o non rispettavano politiche adeguate (si parla di Guerra Fredda e interessi minerari).

Mobutu, “Re” dello Zaire, tra sangue e inadeguatezza internazionale

Così si passa al potere assoluto e violento del generale Mobutu Sese Seko, famoso dittatore dal copricapo leopardato senza scrupoli che cambiò il nome del paese in Zaire.

Mobutu esce fuori con un potere smisurato nel 1965, con l’appoggio degli Stati Uniti per le sue posizioni anticomuniste, e filooccidentali, e dopo una guerra sanguinosa interna avvenuta per un tentativo di secessione da parte della regione del Katanga (con il supporto del Belgio, esperimento durato dal 1960 – 1963).

Un supporto tutto occidentale quello di Mobutu, da Francia al Belgio, durato circa 25 anni, lasciando il paese in ginocchio ed in balia di un tiranno che accentrava su di sé tutta l’organizzazione dello stato.

Uno stato caratterizzato da culto della personalità, violenta soppressione dei dissidenti, clientelarismo e corruzione del regime, il tutto ovviamente danneggiando irreversibilmente l’economia del paese, che dovette affidarsi sempre di più al debito pubblico, di cui buona parte finiva nelle tasche della famiglia Mobutu che, in 30 anni, ha accumulato almeno 8 miliardi di dollari.

Dittatura che durerà fino al 1997 quando Mobutu dovette fuggire in Marocco dopo diverse sommosse popolari e interferenze di paesi limitrofi. Un’invasione in piena regola, da parte di una coalizione africana guidata dal Ruanda, in appoggio al ribelle congolese Laurent Kabila, che rovescerà Mobutu, diventando il terzo presidente della Repubblica Democratica del Congo nel maggio ’97.

Le Guerre del Congo, i conflitti più cruenti dopo la II Guerra Mondiale e la morte di Attanasio

Congo War

I conflitti che hanno interessato il Congo negli ultimi 25 anni hanno causato una quantità di morti senza precedenti dopo la Seconda Guerra Mondiale. Parliamo dell’ordine di milioni e milioni di morti, tra i 5 ai 10 circa. Ma i numeri possono essere traditori e non sapremo mai un numero esatto.

Sappiamo però per certo che la prima (1996 – 1997) e la seconda guerra del Congo (1998-2003) nascono con motivazioni diverse seppur si risolvono in modo similare. Morti, stragi, torture, stupri come arma di guerra, mutilazioni, distruzione di proprietà, campi, e anche animi umani, spezzati dopo tanta sofferenza.

Sia chiaro ai più, questi conflitti, stragi, sofferenze e tutto ciò di cui abbiamo parlato continuano ancora oggi, nell’eterna sordità dei media internazionali e dei governi; o forse questi ultimi non ignorano, ma preferiscono il silenzio.

In Congo le fazioni in guerra per cobalto, il coltan, il cosiddetto nuovo oro, indispensabile per i nostri dispositivi tecnologici, sono finanziate da società di tutto il mondo: ci sono americani, russi, cinesi, francesi, e gli immancabili belga. Una guerra mondiale che combattono le etnie locali” come ha detto Roberto Saviano. Il tutto crea un circolo di dinamiche di migrazione e sfruttamento, puntualmente accolte da disinteresse, o conflittualità sociale e politica, che rende questo, e altri paesi, “terra di saccheggio“.

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Congo, sono passati 10 anni dal rapporto Mapping dell’Onu e la necessità di fare giustizia

Si parlava di più di 6 milioni di morti, 617 violazioni gravi dei diritti umani, tra stragi e torture. Due anni e 33 esperti al lavoro, forti responsabilità attive di Ruanda e poi Uganda, nell’appoggio a milizie criminali transfrontaliere e a L. Kabila nel perpetrare violenze e morte.

Questo in sostanza ci diceva il rapporto Mapping del 1° Ottobre 2010 dell’Onu sui conflitti che hanno interessato il Congo dal 1993-2003, che chiede con forza un Tribunale Internazionale per portare davanti alla giustizia i responsabili di tale sofferenza perché, purtroppo, ce ne sono tanti. Sono passati 11 anni quasi, nulla è cambiato, nessuno è intervenuto, nessuno ne parla. Ogni giorni intorno agli interessi economici del Congo vengono massacrate persone, famiglie, politici, militari e così via. Così via.

Certo, le cause sono molteplici: Istituzioni deboli, corrotte. Democrazie fortemente imperfette. Interferenze dall’estero. Presidenti deboli. Mancanza di sovranità. Ma detto ciò, cosa fare di questo, come qualcuno lo ha definito a buona ragione, “Olocausto Africano”? Abbiamo veramente il coraggio di parlare di giustizia dopo aver letto tutto ciò?

Riflettere, parlarne, conoscere, capire

Congo River

Ora, per chi come me, non sapeva gran parte di queste cose, vedrà nella morte dei nostri connazionali un nuovo significato. Un qualcosa, per chi stava lì nell’operare dalla parte della luce, nel cercare di gettare una fune di speranza verso di loro, che partisse da noi.

Oggi il Congo, domani la Nigeria e poi il Camerun, e tutta l’Africa, sono parte del nostro sistema di vivere, del nostro pensiero, della nostra quotidianità.

Dovremmo fare come facciamo in altri campi della nostra mente. Dovremmo interessarci un po’ di più di cosa succede il quel continente, tanto bello quanto sofferente, tanto laborioso quanto sfruttato. Dovremmo chiedere alla nostra classe politica di render conto quando si riempiono la bocca di giustizia, sostenibilità e uguaglianza.

Dovremmo, con forza, pretendere dai nostri giornalisti di gettare più luce su determinati fatti, che sempre troppo spesso rimangono in angoli bui della conoscenza e poi quindi della coscienza.

Dovremmo pensare alla sostenibilità anche tecnologica, magari non cambiando un telefono al mese ora che sappiamo di bambini, mandati in sfinteri della terra profondi e bui, per decine di ore a cercare quel raro minerale necessario al funzionamento dello smartphone.

Dovremmo ricordarci di Luca, Vittorio e Mustapha, che lavoravano, anzi, quella è vocazione, per tutti noi, per la nostra anima e libertà spirituale e intellettuale.

Pensiamo al bellissimo, bellissimo Congo, come fosse la nostra terra, perché siamo tutti un unico popolo, dalla punta delle Alpi alle caverne del Kivu.

Noi dimostreremo al mondo ciò che può fare il nero quando lavora in libertà e faremo del Congo un centro che irradierà luce su tutta l’Africa.

P. Lumumba

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Luca Tartaglia
Classe 88. Yamatologo laureato in Lingue Orientali, specializzato in Editoria e Scrittura, con un Master conseguito in Diritto e Cooperazione Internazionale. Ama dedicarsi a Musica e Cultura, viaggiare, “nerdeggiare” e tutto ciò che riguarda J. J. R. Tolkien

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