domenica, Ottobre 25, 2020

Turismo Italia: un mercato da ricostruire, tra conta dei superstiti e scenari incerti

Quando si pensa ad un terremoto, generalmente si riflette e si conviene su 3 aspetti: che non è possibile prevederli o perlomeno, che sia sempre molto complicato, che non si sa quanto possano durare e che una volta passati, quello che rimane “sopra” la macerie rappresenti esattamente il punto da cui ripartire. Semplice. Devastante. Il paragone potrà sembrare scomodo, ma a ben vedere, quello che si è abbattuto sull’economia mondiale da quando il virus della COVID-19 è entrato a far parte della nostra quotidianità è qualcosa di forse ancor più potente di un terremoto, che rischia di mietere, nel medio-lungo termine, molte più vittime di quanto non stia facendo il virus stesso.

Il turismo paga il prezzo più alto della crisi

E se è vero che il turismo, di questa economia fluida e globalizzata, ne è il figlio prediletto, è possibile ipotizzare senza troppe paure di essere smentiti, che il settore dell’accoglienza sarà il primo a essere stato contagiato e l’ultimo che ne verrà fuori. Impossibile da prevedere, si diceva. Nel caso del turismo nostrano, in particolare, neanche lontanamente immaginabile, considerato il trend più che positivo riscontrato negli ultimi anni. Un mercato florido, per fatturato diretto e derivante dall’indotto, enogastronomico in primis, che nel 2018 ha raggiunto un nuovo massimo storico, superando il picco già raggiunto nel 2017, con circa 428,8 milioni di presenze e 128,1 milioni di arrivi e che nel 2019 ha segnato nel settore alberghiero ed extra- alberghiero italiano un’impennata dell’incoming straniero, vero asset strategico, con un +30% ottenuto grazie a una serie di strategie e attività che hanno mixato politiche istituzionali di attrattività e investimenti privati sempre più mirati e campagne di comunicazione iper profilate. Leggi anche: La lettera di Giorgio Armani: “Io non voglio più lavorare così, è immorale”

Un’onda d’urto imprevedibile

Come prevedere un’onda d’urto così forte da spazzare via un lustro di certezze e di risultati raggiunti e inabissare le previsioni di crescita per il prossimo decennio? Difficile. Impossibile, appunto. E come spesso avviene in presenza di fenomeni così tragici e inaspettati, la paura più grande è data dall’incertezza: incerta la durata della tragedia, incerti i tempi di ripresa, incerto lo scenario futuro, tutto da immaginare e ricostruire, una volta fatta la conta dei superstiti. Perché se è vero che anche il peggiore dei terremoti ha una fine, è ancor più vero che nella maggior parte dei casi, qualcosa, e qualcuno, rimarrà inevitabilmente sotto le macerie.

E i piccoli alberghi a gestione familiare?

Piccoli alberghi a gestione familiare, bravi nell’arte dell’accoglienza e magari meno bravi a far conciliare l’ospitalità artigianale con le performance occupazionali. Player internazionali costretti a ridurre il numero dei propri dipendenti a causa del calo di fatturato. E una fetta enorme di extra-alberghiero, stritolato tra improvvisazione, canoni di locazione che pesano e una rapporto tra domanda e offerta che – quando il mercato lentamente ripartirà – li vedrà nettamente sfavoriti nei confronti delle grandi catene. Una rielaborazione del mito di Davide e Golia, con un finale meno “lieto”. Si sente sempre dire che ogni crisi, per quanto drammatica e duratura, porti con sé una naturale selezione dei soggetti coinvolti e l’occasione per sviluppare nuove idee e nuovi paradigmi operativi. E forse è vero. Ma fa male pensare a quanti non ce la faranno, a quanto verrà perso non solo in termini economici, ma di passione, di empatia, di abnegazione, in un mercato, come quello turistico italiano che da sempre fa dell’arte dell’accoglienza un valore unico e imprescindibile. Leggi anche: Covid, i test sierologici per trovare gli anticorpi sono la soluzione?

Nulla sarà più come prima

E se è vero che in queste settimane abbiamo capito che è possibile ripensare, almeno in parte, i paradigmi del lavoro, della scuola e delle relazioni sociali, è molto probabile che anche il concetto di turismo, per come lo abbiamo inteso negli ultimi 10-15 anni, ne uscirà stravolto. La pandemia in corso ha mostrato definitivamente i limiti di una economia globale interconnessa che quando rallenta si inceppa: vien da sé che anche il turismo di massa, violento e inconsapevole, forse segnerà una battuta d’arresto. In un mercato dell’ospitalità post Covid-19, caratterizzato da una sola domanda “interna”, contratta e impoverita, e un’offerta di camere massima, è probabile che ad ottenere maggiori risultati saranno le grandi catene alberghiere, attente al controllo di gestione e al profit management. O forse, sulla scia della paura e della necessità per il viaggiatore di sentirsi più “coccolato”, assisteremo al ritorno in auge di una ospitalità più genuina e verace, che non persegue la revenue ad ogni costo, ma è disposta a mettersi in gioco in prima persona, attraverso una personalizzazione del viaggio e una fidelizzazione spontanea della propria clientela.

Resilienza e capacità di adattamento

Qualsiasi scenario prevarrà, tutti i soggetti coinvolti dovranno dimostrare resilienza e capacità di adattamento. Comprese le grandi OTA, che in questa guerra di trincea stanno faticando più del previsto, impegnate a salvaguardare la brand reputation mentre l’asticella dei profitti scende pericolosamente: avranno di sicuro liquidità sufficienti per leccarsi le ferite ma dovranno fare i conti, questo è certo, con un risveglio collettivo delle coscienze alberghiere ed extra alberghiere, che punteranno forte su un nuovo paradigma: quello della disintermediazione. Tutto questo mentre qualcuno sembra aver già individuato i destinatari delle prossime campagne marketing, Airbnb per Medici e Infermieri, e chi, come CloudBeds, ha presentato “Hospitality Helps”, un’iniziativa che offre al governo statunitense, per ora, ma estendibile a tutti i Governi, una banca dati di strutture ricettive che si rendono disponibili ad ospitare medici, infermieri, persone contagiate e familiari.

Ricostruire le macerie e ripartire

Servirà un cambiamento di mentalità sarà fondamentale, in questa opera di ripartenza e ricostruzione dalla macerie, che tutti i player in campo nel settore dell’accoglienza inizino a correre nella stessa direzione, evitando quel monadismo volontario degli ultimi anni in cui ognuno ha pensato a massimizzare il proprio profitto a svantaggio della crescita armonica del movimento turistico italiano. E servirà inevitabilmente il sostegno netto delle istituzioni governative affinché i singoli non si sentano soli. La strada è lunga, e non sarà sufficiente restare a guardare dalla finestra delle proprie Suites. Servirà destarsi, facendo nostro l’inno di Mameli. Tutti i giorni, e non soltanto alle 18, durante l’aperitivo dai balconi. Leggi anche: Stop a deforestazione, WWF: “Le foreste sono il nostro antivirus” di Marco Caroselli

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