domenica, Luglio 3, 2022

Perché nel 2022 ci sono ancora vittime di stupro?

Le violenze sessuali singole o di gruppo sono ancora le protagoniste della nostra cronaca. Perché le donne sono ancora vittime di stupro? Quali dinamiche nascondono le violenze?

Melissa Matiddi
Esperta in comunicazione e digital marketing, studia lo yoga e le discipline orientali. Ama creare, leggere e viaggiare. Silenziosa ma rumorosa, è sempre pronta a varcare nuovi orizzonti.

L’etimo della parola stupro è di un qualcosa che provoca stupore, di un qualcosa che non ci si aspetta che viene imposto con la forza. Ma allora, se si tratta di un atto così aggressivo e violento, perché nel 2022 la cronaca nera è ancora tinta da questo orrendo crimine?

Le recenti notizie sugli stupri di gruppo avvenuti a Bologna, ai danni di una 15enne e a Milano, nella notte di capodanno nei confronti di due turiste tedesche, hanno puntato i riflettori sulle dinamiche messe in atto dal branco e sulle motivazioni sociali e culturali che ne derivano.

La diagnosi del comportamento maschile rappresenta la narrazione e il punto focale di una condizione setacciata da crudeltà, autocommiserazione, solitudine, sofferenza e misoginia. Ma che cosa scatta nella mente degli stupratori?

Dentro il fenomeno dello stupro

Lo stupro è il prodotto di una civiltà malata fatta di debolezze, fragilità e spettacolarizzazioni oscene. Fin dall’antichità, le donne si sono trovate in una situazione di tremenda incapacità di difesa, in cui il loro corpo veniva e viene ancora oggi percepito come oggetto, come uno strumento di vanto e godimento su cui scaricare le proprie regressioni.

Nel periodo dei latini e dei greci, i filosofi erano convinti di meritare, in quanto uomini, il corpo femminile. Il poeta romano Ovidio, nella sua Ars Amatoria, dichiarava: “Anche quella che ti farà credere di non volere, vorrà”. Lo storico Erodoto sosteneva che fosse inammissibile che le donne potessero avere la libertà di decidere per se stesse e che invece fossero desiderose di provare piaceri sessuali. Nella letteratura provenzale del Medioevo, il genere della pastorella, raccontava di un cavaliere che si avvicinava ad una donna per corteggiarla, quest’ultimo però, poteva avvalersi dell’aggressione sessuale o del matrimonio forzato per rivendicare l’inganno che gli aveva recato la ragazza. Affermazioni forti che però non si distaccano molto dal pensiero moderno. Nel 2017, un uomo di Bologna dichiarò che lo stupro per le donne era brutto solo all’inizio.

Un pensiero agghiacciante, intrappolato ancora oggi in una mentalità primitiva, contaminata da un’ignoranza spregiudicata, in cui il corpo delle donne è considerato un oggetto.

Secondo il sondaggio dell’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti, una donna su 20 è stata stuprata a cominciare dai 15 anni. La maggior parte degli Stati europei non considerano lo stupro come un vero reato. C’è una reale difficoltà nel riconoscere la violenza come assenza di consenso.

La cultura occidentale non si riesce a separare da certi giudizi e continua a confondere vittima e carnefice e a minimizzare la violenza. I mass media, rivendicando il diritto a occuparsi delle notizie di stupro sulle donne, non fanno altro che alterare e aggravare la questione dell’oggettivazione sessuale. Il corpo femminile detiene l’attenzione in ogni storia, diventa il fulcro, il motore principale di tutta la vicenda, è considerato per certi aspetti il capro espiatorio su cui molti posano gli occhi.

Il corpo: l’emblema dell’oggettivazione sessuale

Per rispondere alla domanda che ci siamo posti all’inizio, è necessario indagare sulla struttura adottata dalle Istituzioni. Per descrivere una società dove si normalizza e si minimizza un comportamento violento nei confronti di uomini e soprattutto di donne, è stato coniato il termine di cultura dello stupro. La prima che fu in grado di dare questa definizione fu la giornalista Susan Brown Miller. Nel saggio “Aganist our will: men, women and rape“, delinea la violenza come un processo di oppressione con cui gli stupratori ricattano e tengono in pugno le vittime. Lo definisce come un fenomeno di intimidazione consapevole, in cui gli uomini tengono le donne in uno stato di paura costante.

Oltre all’abuso di tipo carnale, altre forme rientrano in questa definizione: le battute sessiste, il catcalling, la colpevolizzazione fisica e la banalizzazione del comportamento maschile. Nonostante ciò, possa apparire un pensiero lontano, appartenente al passato, una buona parte di persone considera, ancora oggi, la violenza come una versione esagerata ed esasperata della vittima. Si tende quindi a minimizzare l’atto dello stupro, si cade nella tendenza di volerlo comprendere parzialmente e di non voler tollerare che i soli responsabili siano gli esecutori della violenza.

A riprova di ciò, fino al 2018, sulla piattaforma digitale Steam era possibile trovare un videogioco Rape Day che permetteva di vestire i panni di un sociopatico che poteva infastidire, uccidere e stuprare le donne, diventando lo stupratore più pericoloso della città.

E ancora, la 17enne attivista per il clima, Greta Thunberg, è stata raffigurata sotto forma di adesivo, da un’azienda petrolifera canadese, mentre veniva violentata da un uomo che la teneva per le trecce. La polizia canadese che si è occupata del caso ha stabilito di non potere fare nulla poiché non si trattava di pornografia infantile.

In entrambi i casi, la violenza viene minimizzata e associata a uno scherzo, a un gioco. Si perde completamente di vista il contenuto che subisce un processo di normalizzazione sociale. Come può la violenza essere rappresentata come un gioco? Il victim blaming è la risposta.

Victim Blaming

Nel 1971, il professore di psicologia dell’Università di Boston, William Ryan, sviluppò un concetto attraverso il quale spiegava come il principio di meritare di nascere in un certo strato sociale, fosse, in realtà, un pretesto per insabbiare e nascondere certi privilegi. Il lavoro di Ryan è considerato una grande confutazione al rapporto di Moynihan che aveva attribuito la colpa, dell’aumento della povertà, alle famiglie afroamericane monoparentali invece che alla discriminazione e al razzismo. In parole povere, si incolpano le vittime del loro vittimismo e si perde di vista il colpevole.

L’opera, Victim blaming, in italiano incolpare la vittima, individua una scorciatoia tramite cui un fenomeno, spesso di rilevanza sociale, viene sminuito e decomposto. L’assunto dello psicologo è stato adattato a tutti quei casi in cui la vittima non è mai innocente, anzi, diventa colpevole e viene mortificata per il suo stesso atteggiamento. Il focus della questione viene spostato su argomenti del tutto irrilevanti. Quante volte le notizie secondarie, rispetto ad un crimine, attirano l’attenzione più delle primarie, provocando una miopia nel lettore?

Nel caso dello stupro, il processo è esattamente lo stesso. La violenza, infatti, viene sgonfiata e associata ad un gioco, una burla, viene sottovalutata. Si sposta l’attenzione su particolari inutili come l’abbigliamento della vittima, l’età, il giro di amicizie, le condizioni mentali o il tasso di alcolemia. Giusto ieri, si è diffusa la notizia che un Liceo scientifico di Cosenza, sta scioperando contro le molestie di un professore, più volte accusato di palpeggiamenti nei confronti delle studentesse che hanno confessato il tutto alla Preside che non ha mai preso provvedimenti.

Le notizie di violenze sono sempre direttamente proporzionali alla diffusione di atteggiamenti bullizzanti nei confronti delle vittime che vivono doppiamente un sopruso. Da un lato subiscono la volontà e la forza di un’altra persona, dall’altro vengono processate dall’opinione pubblica per avere un comportamento che in qualche modo giustifichi quel brutale gesto.

Proprio la scorsa estate, lo stupro che ha tinto di nero le pagine dei giornali, parlava di violenza di gruppo nei confronti di una ragazza italo-norvegese nella villa in Sardegna del figlio Beppe Grillo. Nonostante la notizia, il leader del movimento Cinque Stelle decise di verificare l’attendibilità della versione della ragazza. Assunse un investigatore privato per accertarsi della salute mentale della vittima e per controllare, con ogni mezzo possibile, la veridicità di quanto accaduto dal momento che la ragazza denunciò la violenza giorni dopo l’accaduto e non il giorno seguente. Questo particolare, privo di ogni logica, avrebbe portato Grillo a mettere in dubbio le confessioni della ragazza e ad ipotizzare che la giovane avesse alterato la storia pur di apparire.

Ridicolizzare l’atteggiamento della vittima è un modo per l’esecutore di nascondersi dietro al danno che ha provocato. L’obiettivo è quello di confondere le coscienze comuni. Questo fenomeno non solo vuole rendere la violenza “normale” ma vuole far credere che la vittima sia la diretta e unica colpevole.

Stupro di gruppo e cerimonia di rito

Nel 2022 leggiamo ancora notizie orrende di stupri di gruppo, perché non riusciamo a liberarci di questo fenomeno? Perché i ragazzi si macchiano di questo crimine?

La violenza sessuale di gruppo consiste nel mettere in scena la strategia usata per le battute di caccia, in cui la preda viene individuata tra tante, attaccata, immobilizzata e deturpata del suo corpo. Durante lo stupro avviene una simil cerimonia di fratellanza, in cui i ragazzi, prima di compiere l’atto sessuale, esprimono con la loro nudità una sorta di aggregazione e di giuramento fraterno.

Il gruppo decide di attaccare contemporaneamente la stessa donna per sentirsi coeso e forte. Questa dinamica consta di quattro passaggi: individuazione, persuasione, rito e punizione. Come nel caso di Milano e in tutti i casi precedenti, i maschi manifestano la propria forza, il proprio potere attraverso lo stupro che è un mezzo per manifestare una serie di pulsioni: prima tra tutte quella esibizionistica, avviene la spettacolarizzazione del corpo maschile. La donna diviene l’obiettivo e il mezzo principale, è percepita con disprezzo e merita di essere trattata come uno straccio usa e getta.

La sensazione che predomina è di brutalità e di aggressione, il piacere sessuale cede il posto a quella che è a tutti gli effetti una battuta di caccia in cui il senso di fratellanza e di appartenenza sono gli obiettivi principali.

Per fronteggiare il senso di insoddisfazione, insicurezza e accettazione, il branco ricerca un leader per condividere le proprie frustrazioni mentali e fisiche. Si innesca una specie di sudditanza e di ammirazione nei confronti del capo.

Il comportamento meschino del gruppo diviene cosi l’espediente per il superamento della sofferenza personale e per il raggiungimento dell’accettazione degli altri. La moralità del singolo viene assorbita dall’identità del gruppo che è privo di limiti e di regole. Per spiegare questo fenomeno, lo psicologo americano Stanley Milgram, dimostrò con l’esperimento di conformità sociale di Ash come un soggetto possa cambiare completamente i suoi pensieri pur di farsi accettare e inserire in un gruppo.

Nella collettività e meglio ancora nel processo di fratellanza, si radica una convinzione: il gruppo protegge i suoi sottoposti ad ogni costo. Si ha la certezza che il branco possa garantire l’anonimato e tutelare i partecipanti poiché si crede che la vittima non sia in grado di identificare i suoi aggressori.

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Sopraffare o essere sopraffatti?

In tutti gli stupri di gruppo gli esecutori devono compiere una scelta: sopraffare o essere sopraffatti?

La logica del branco è sempre la stessa: individuazione, rito, abuso e violenza. Poco prima di mettere in atto quel comportamenti devastante, nutrito di fratellanza, il gruppo è chiamato a scegliere da che lato stare. Essere parte di un gruppo significa schierarsi fino alla morte con esso, per proteggerlo. I ragazzi spinti dal desiderio di elevare e dimostrare la propria virilità, sono destinati a compiere la violenza. Ricercano e si rifugiano nel concetto di volontà di potenza sviluppato dal filosofo Friedrich Wilhelm Nietzsche che lo descrive come grande pulsione sessuale che spinge gli uomini ad andare oltre, a superare se stessi, a trovare delle soluzioni per contrastare la propria condizione di infelicità.

Decidere di arrecare dolore, significa sia giurare di essere fedeli al gruppo sia uscire da una condizione di insicurezza. Al contrario, tirarsi indietro vuol dire non essere all’altezza, essere mediocri e codardi.

Gli uomini che cadono nella trappola di infliggere dolore alla vittima, per uscire da una condizione personale di insicurezza, sono ubriachi di potere, la loro percezione è completamente alterata dalla ricerca di potere. Finché le Istituzioni non interverranno alla radice del problema sociale, il fenomeno degli stupri continuerà a lacerare e a devastare le sue vittime.

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Melissa Matiddi
Esperta in comunicazione e digital marketing, studia lo yoga e le discipline orientali. Ama creare, leggere e viaggiare. Silenziosa ma rumorosa, è sempre pronta a varcare nuovi orizzonti.

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