giovedì, 30 Giugno 2022

Greenpeace, rapporto sul clima delle Nazioni Unite: “Pressione da alcuni paesi per falsare dati su emissioni”

Secondo alcuni documenti rivelati da Greenpeace, i paesi produttori di carne e combustibili fossili fanno pressioni per modificare i dati sull'inquinamento ambientale raccolti dalle Nazioni Unite. Stando a quanto riportato i paesi in questione sarebbero Brasile, Argentina, Australia, Giappone, Arabia Saudita e OPEC (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio).

Tommaso Panza
Salentino, classe 1993. Una laurea in mediazione linguistica. Fondazione Basso(Roma). Amante della lettura e del cinema, in particolare delle opere che raccontano spaccati di realtà. Deciso sin da piccolo a diventare un giornalista.

Rapporto sul clima delle Nazioni Unite, pressioni esterne per annacquarne i dati. A meno di 10 giorni dalla Cop26, Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, programmata a Glasgow (Scozia) dal 31 ottobre al 12 novembre 2021, sotto la presidenza del Regno Unito, ecco che Greenpeace sgancia la bomba riguardo al rapporto sul clima delle Nazioni Unite.

Rapporto sul clima delle Nazioni Unite: secondo Greenpeace i giganti dei combustibili fossili mondiali starebbero esercitando pressione per modificare i dati oggettivi sulle emissioni

Rapporto sul clima delle Nazioni Unite: secondo Greenpeace i giganti dei combustibili fossili mondiali starebbero esercitando pressione per modificare i dati oggettivi sulle emissioni

Secondo quanto diffuso da Greenpeace, sul proprio giornale online Unearthed, l’associazione sarebbe possesso di documenti che attestano come i paesi che producono carbone, petrolio, carne bovina e mangimi per animali hanno fatto pressioni per annacquare un importante rapporto sul clima delle Nazioni Unite. Questo è quanto sarebbe emerso da una fuga di documenti vista dal team investigativo di Greenpeace .

La fuga di notizie riguardo il rapporto sul clima delle Nazioni Unite, mostrano come i produttori di combustibili fossili tra cui Australia, Arabia Saudita, Iran e Giappone stiano esercitando forti pressioni sull’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change – Gruppo intergovernativo sul cambiamento climaticoformato nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite, l’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM) e il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) allo scopo di studiare il riscaldamento globale.

I paesi che hanno esercitato pressione per modificare il rapporto sul clima delle Nazioni Unite

I paesi che hanno esercitato pressione per modificare il rapporto sul clima delle Nazioni Unite

Secondo i documenti, all’interno di questo cerchio di paesi rientrerebbero anche quelli dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec), i cui membri includono Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Emirati Arabi Uniti e Venezuela.

Sempre secondo quanto risecondo quanto riferito da Greenpeace ai paesi produttori ed esportatori di combustibili fossili si sarebbero uniti anche grandi produttori di carne e prodotti lattiero-caseari come il Brasile e l’Argentina, anche loro con l’intento di modificare a loro favore i dati riportati nel rapporto sul clima delle Nazioni Unite.

Simon Lewis, professore di scienza del cambiamento globale presso l’University College di Londra, ha dichiarato a Unearthed che

Questi commenti mostrano le tattiche che alcuni paesi sono disposti ad adottare per ostacolare e ritardare le azioni per ridurre le emissioni. Alla vigilia dei colloqui cruciali della Cop26 c’è, per me, un chiaro interesse pubblico nel sapere cosa dicono questi governi dietro le quinte.

Come la maggior parte degli scienziati, sono a disagio con le fughe di bozze di rapporti, poiché in un mondo ideale gli scienziati che scrivono questi rapporti dovrebbero essere in grado di svolgere il proprio lavoro in pace. Ma non viviamo in un mondo ideale e, con le emissioni ancora in aumento, la posta in gioco non potrebbe essere più alta.

L’IPCC ha affermato che i suoi processi sono stati progettati per proteggersi dal lobbismo e che per farlo ha utilizzato “team di autori diversi ed equilibrati, un processo di revisione aperto a tutti e il processo decisionale sui testi per consenso”.

Il professor Martin Siegert, co-direttore del Grantham Institute presso l’Imperial College di Londra, ha affermato che il rapporto ha esposto il comportamento di alcuni paesi che hanno tentato di frenare i progressi sulla decarbonizzazione:

Tuttavia, questa attività di lobbying non ha alcun impatto sulla credibilità scientifica del rapporto IPCC. Che l’IPCC sostenga la scienza di fronte a interessi acquisiti così forti è un trionfo e dovremmo essere grati agli scienziati coinvolti per non aver ceduto a tale pressione.

Non fatevi illusioni, la decarbonizzazione al livello di cui abbiamo bisogno per evitare pericolosi cambiamenti climatici sarà contrastata da alcuni, forse molti, nell’industria dei combustibili fossili e da un numero di persone, aziende e nazioni che beneficiano finanziariamente dei combustibili fossili.

Oggi sarebbero numerosissimi i soggetti interessati alla modifica del rapporto sul clima delle Nazioni Unite. Sono molti i paesi che tentano di esercitare pressione sugli scienziati affinché cambino le loro conclusioni. Per esempio l’Australia vuole sostenere la produzione e l’uso di carbone, l’Arabia Saudita vuole per chiare ragione sostenere l’industria petrolchimica, oppure la Russia interessata al sostentamento dell’economia che ruota intorno al gas naturale e alla produzione di carne bovina brasiliana.

Alla Cop26 , che inizierà alla fine del mese, i rappresentanti della maggior parte dei paesi si riuniranno per cercare di concordare misure per affrontare la crisi climatica. Ai delegati viene chiesto di fare la loro parte per mantenere un obiettivo di riscaldamento globale di 1,5°C al di sopra dei livelli preindustriali al fine di evitare i danni più gravi e irreversibili al pianeta, a cominciare dalla pressione per modificare il rapporto sul clima delle Nazioni Unite.

Leggi anche: Verso la COP26 di Glasgow: 197 paesi contro i cambiamenti climatici

Tommaso Panza
Salentino, classe 1993. Una laurea in mediazione linguistica. Fondazione Basso(Roma). Amante della lettura e del cinema, in particolare delle opere che raccontano spaccati di realtà. Deciso sin da piccolo a diventare un giornalista.

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