giovedì, Luglio 9, 2020

Quando il selfie è un’ossessione

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Marianna Chiuchiolo
Marianna Chiuchiolo
Laureata in Mediazione Linguistica con un passato nella musica e nel teatro, scrive per il web da diversi anni. Appassionata di scienza, psicologia e viaggi, ama particolarmente passare ore a discutere di personaggi e trame analizzandone caratteristiche, vittorie e incongruenze. Scrittrice di racconti e sceneggiature perché l'immaginazione spesso lo richiede. Giocatrice di ruolo perché immaginare storie è bellissimo, ma viverle è meglio.

Scenario: gita fuori porta in una città nuova, pranzo tipico con un bicchiere di vino e la compagnia degli amici più cari. Come ricordarsi di questo momento? Ma naturalmente con un selfie! Rendere indelebile un ricordo con un click, e magari condividerlo perché anche altri possano virtualmente farne parte, è ormai un po’ il simbolo del nostro tempo. Ma che succede quando la mania dell’autoscatto diventa una vera e propria compulsione alla quale non riusciamo a rinunciare?

È ufficiale: la fissazione per i selfie è una vera malattia

A dirlo non sono i nostalgici del si stava meglio quando si stava peggio, le cui argomentazioni lasciano spesso il tempo che trovano, ma un team di scienziati guidati da Mark D. Griffith, professore della Nottingham Trent University e psicologo specializzato nel campo delle dipendenze comportamentali. L’ossessione di scattarsi fotografie per poi condividerle sui social sembra essere una necessità radicata a livello inconscio e presente soprattutto nei soggetti con scarsa autostima o costantemente in cerca di attenzioni. Leggi anche: Roma, le turiste potranno affittare un fidanzato da postare su Instagram Lo studio è stato condotto in India, il paese con il più alto numero di iscritti a Facebook, nonché di soggetti affetti da dipendenza da selfie. Il team di Griffith ha esaminato diversi gruppi di utenti, per un totale di circa 400 partecipanti, sottoponendoli a un sondaggio per valutare il modo in cui la condivisione di selfie influenzasse la loro autostima e la percezione di se stessi all’interno dell’ambiente sociale. Grazie alle risposte ottenute, è riuscito a stilare una scala di gravità della dipendenza da selfie. La selfite, così è stata rinominata questa malattia, si manifesta su tre i livelli: borderline, acuto e cronico.

Quando l’ossessiva ricerca di attenzioni trova sfogo sui social

Certo, non è detto che tutti ne siamo affetti. Trovare piacere nello scattarsi una foto per ricordare un momento speciale e magari condividerla per commentare insieme con gli amici non è necessariamente un comportamento malsano. Le manifestazioni della selfite sono, per l’appunto, patologiche e si spingono ben oltre la pratica comune di arricchire le bacheche social di testimonianze di vita vissuta. I soggetti affetti da selfite mostrano un’ossessione irrefrenabile per l’immortalarsi con il cellulare, e solo eventualmente condividere poi i propri ritratti. Leggi anche: Se non stai pagando, il prodotto sei tu Nel livello borderline del disturbo, la mania dell’autoscatto si realizza in almeno tre selfie al giorno, non necessariamente condivisi online, mentre in quello cronico assistiamo alla pubblicazione sui social di almeno sei selfie in una singola giornata. Numeri effettivamente da capogiro, spia di un problema radicato che non può essere liquidato come semplice vanità.

La polemica: mancano i riconoscimenti scientifici

Non tutti gli psicologi, tuttavia, concordano sul ritenere la selfite una malattia. Una notizia del 2014 secondo la quale la malattia sarebbe stata effettivamente classificata dall’American Psychiatric Association si rivelò una bufala, e la cosa scosse talmente tanto la comunità scientifica che il lavoro di Griffith viene ancora visto con molta diffidenza. Sebbene i risultati dello studio del team di Nottingham siano stati pubblicati sull’International Journal of Mental Health and Addiction, i ricercatori hanno ancora molte riserve sull’argomento, soprattutto considerato che le cause comportamentali identificate da Griffith non sono poi così insolite nella media della popolazione.

Soffri di selfite? Scoprilo con il test

Volete mettervi alla prova? Ecco le domande presenti nel sondaggio di Griffith. Su una scala da 1 a 5, quanto vi riconoscete nelle seguenti affermazioni?

  1. Scattare selfie mi dà la piacevole sensazione di godermi al meglio il mio ambiente
  1. Condividere i miei selfie mi dà la sensazione di creare sana competizione con i miei amici e colleghi
  1. Ottengo molta attenzione condividendo i miei selfie sui social network
  1. Farmi dei selfie mi aiuta a ridurre lo stress
  1. Quando mi faccio un selfie avverto più fiducia in me stesso
  1. I miei gruppi sociali di riferimento mi accettano di più quando scatto selfie e li condivido
  1. Mi esprimo meglio attraverso i selfie che di persona nel mio ambiente
  1. Scattare selfie nelle occasioni più disparate aumenta il mio status sociale
  1. Mi sento più popolare quando pubblico i miei selfie sui social network
  1. Scattare più selfie migliora il mio umore e mi fa sentire felice
  1. Divento più positivo verso me stesso quando mi scatto selfie
  1. Postare i miei selfie mi rende un membro importante del mio gruppo sociale
  1. Scattare selfie consente di conservare ricordi migliori del momento e dell’esperienza
  1. Pubblico spesso selfie per avere like e commenti sui social network
  1. Pubblicando i selfie, mi aspetto che i miei amici mi apprezzino
  1. Scattare selfie migliora immediatamente il mio umore
  1. Scatto ulteriori selfie, che guardo in privato per aumentare la mia autostima
  1. Quando non faccio selfie, mi sento distaccato dal mio gruppo sociale
  1. Prendo i selfie come fossero trofei dei ricordi futuri
  1. Uso gli strumenti di modifica per migliorare i miei selfie e apparire più bello o bella degli altri

Quanto vi siete riconosciuti? Parlatene con noi.   di Marianna Chiuchiolo

Marianna Chiuchiolo
Marianna Chiuchiolo
Laureata in Mediazione Linguistica con un passato nella musica e nel teatro, scrive per il web da diversi anni. Appassionata di scienza, psicologia e viaggi, ama particolarmente passare ore a discutere di personaggi e trame analizzandone caratteristiche, vittorie e incongruenze. Scrittrice di racconti e sceneggiature perché l'immaginazione spesso lo richiede. Giocatrice di ruolo perché immaginare storie è bellissimo, ma viverle è meglio.

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