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Perché non facciamo più figli

La Generazione X, quella nata tra la metà degli anni '60 e il 1980, lascia in eredità molte disillusioni e una natalità ai minimi storici. Ecco perché i quarantenni di oggi non fanno figli.

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Oggi hanno tra i 39 e i 54 anni e appartengono a quella che a è stata variamente battezzata Generazione X, dei “baby busters”, generazione perduta o fantasma.

La prima definizione, consacrata dall’omonimo volume di Douglas Coupland del 1991, indica la generazione figlia di quella dei baby boomers. X come qualcosa di sconosciuto, vago, non ben definito. Una generazione che ha assistito alla “fine della storia”, vivendo da spettatrice eventi epocali quali la conclusione della guerra fredda o lo smantellamento del muro di Berlino. I nati tra il 1965 e il 1980 costituiscono il segmento più massiccio dell’attuale popolazione, pionieri delle nuove tecnologie, dotati di un’apertura mentale più ampia rispetto ai loro predecessori, flessibili, creativi e con spirito d’intraprendenza.

I baby busters, ovvero gli sconfitti

La seconda definizione mette in luce i tratti negativi che caratterizzano la Generazione X. “To bust” significa letteralmente rompere, eliminare, scassare. L’epoca dei baby busters è stata segnata dall’inesorabile calo delle nascite, dall’ascesa del numero dei divorzi, dalla crisi economica e dalla conseguente recessione, dalla necessità di essere in due a portare lo stipendio a casa, dalla perdita dei valori morali e religiosi.

Per questo motivo i baby busters sono spesso additati con una serie di stereotipi: pigri, scettici, cinici, indifferenti, senza valori né stabilità familiare. Rassegnati al proprio destino di “sconfitti”, accecati dal boom economico e demografico che li ha preceduti, sono stati incapaci di proiettare verso il futuro le loro energie e speranze, vivendo un eterno presente ricco di incertezze. Hanno strenuamente lottato per distinguersi dai genitori, sia nella sfera dell’istruzione che della carriera, così come in ambito culturale e musicale: leit motiv di questa generazione sono stati il punk, il grunge, l’hip hop.

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Una generazione di imprenditori di se stessi

Sulle note della musica di rottura e con un’anima votata all’indipendenza, la Generazione X ha tuttavia partorito una schiera di “imprenditori di se stessi”. Uno studio del Sage Group ha dimostrato che il 55% delle nuove attività di business sono condotte da rappresentanti della generazione X. Eppure guadagnano almeno il 12% in meno di quanto non facessero i padri alla stessa età.

Di qui il pessimismo che sembra permeare i quaranta-cinquantenni di oggi, intenti a voler ripristinare un’età dell’oro perduta. Forse proprio per questo hanno portato alla ribalta questioni quali inquinamento, ambiente, ed ecosostenibilità.

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Il popolo senza figli, una rinuncia dettata da fattori culturali

Le ferite della generazione dell’interregno, nella transizione tra vecchie glorie e ascesa di millennials e “giovani Z”, si sono tramutate in quella che Richard Linklater definisce “non-partecipazione aggressiva”. Dati alla mano, i figli della Generazione X sono pochissimi. In Italia ogni anno il saldo demografico perde tra le 80 e le 120 mila unità. Migliaia di bambini non nati per ragioni che sembrano incomprensibili.

A ben vedere, né la precarietà al lavoro, né la politica, né le condizioni economiche determinano da sole la scelta di procreare. La ragione ultima probabilmente è da ricercare in quei valori perduti, in quelle speranze dimenticate, in quella disillusione profonda davanti alla quale si è trovata a far fronte, impreparata, la Generazione X.

Ancora una volta, politiche e legislazione dovrebbero proporre cambiamenti radicali che investano sul futuro, promuovendo un orientamento culturale propositivo e non difensivo. Solo in questo modo le Generazioni Y e Z potranno ristabilire l’equilibrio anelato e mai raggiunto dalla Generazione X.

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di Enrica Vigliano

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