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Perché le foto stanno distruggendo i ricordi?

Le fotografie stanno cambiando il modo in cui viviamo le esperienze e la percezione di noi stessi.

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Qualche anno fa Umberto Eco parlava dell’importanza di allenare la memoria, un’arte che sembra sempre più in disuso nel mondo moderno. È un po’ la grande contraddizione della società smart: viviamo nell’era della conoscenza accessibile a tutti, eppure avere tutte le risposte a portata di scroll ci rende pigri quando si tratta di memorizzare le informazioni che con tanta facilità possiamo reperire.

Ma, se ci sembra accettabile l’idea del non poter ricordare sempre tutto quando si tratta di dati e nozioni, il discorso cambia quando si parla di come immagazziniamo il ricordo delle nostre esperienze di vita, ed è un argomento verso il quale gli psicologi stanno mostrando sempre più interesse.

L’era del cloud, delle schede di memoria e dei cellulari con fotocamere ad alta definizione ci ha dato la possibilità di creare e portarci dietro gli album fotografici di ogni nostra giornata. Fin qui nulla di strano: l’essere umano si è sempre affidato a supporti esterni per conservare i ricordi – la scrittura è nata anche per questo – ma il mezzo a cui scegliamo di affidarli condiziona il modo in cui ricorderemo un’esperienza.

Scattare tante fotografie è il metodo più efficace per conservare la memoria di un momento speciale. Oppure no? Potrebbero esserci dei lati negativi che a volte non consideriamo.

Concentrarci sulle foto ci impedisce di vivere il momento

Tanto per cominciare, preoccuparci di scattare la foto ci distrae da ciò che abbiamo intorno, impedendoci di viverne pienamente il momento e memorizzarlo nella sua totalità. È un circolo: noi siamo il frutto delle nostre esperienze, le nostre esperienze si basano sui ricordi e la memoria è selettiva. Il nostro cervello non trattiene tutte le informazioni che riceve ma si concentra su quelle che reputa più importanti. Di alcuni periodi della nostra vita, come ad esempio l’infanzia, abbiamo pochissimi ricordi e spesso si basano su fotografie e ritratti di persone che non necessariamente sono una testimonianza veritiera del passato.

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L’abuso di foto rinforza l’immagine ma diminuisce il ricordo sensoriale

La fotografia, come mezzo visivo, immortala una parte del ricordo ma non è in grado di catturarne per intero l’essenza perché non può conservare le percezioni legate agli altri quattro sensi. Se non viviamo pienamente un’esperienza perché siamo presi dalla foga di scattare, col tempo perdiamo le sensazioni uditive e olfattive che abbiamo vissuto e finiamo con l’averne un ricordo limitato. Sappiamo richiamare l’aspetto di una persona ma non quello che ci ha raccontato, i colori di una città ma non i profumi dei mercati o i rumori dei vicoli.  Addirittura a volte ricordiamo l’aspetto di una pietanza ma non il suo sapore. Tutti queste memorie parziali limitano la nostra esperienza personale.

Ci costruiamo un’identità personale attraverso le foto…

Nell’era del selfie e della condivisione social, l’immagine che trasferiamo al mondo è sempre più legata alla percezione di noi che intendiamo trasmettere. Quello che mostriamo è l’idea che abbiamo della nostra personalità. Ma le foto, e i selfie in particolare, raramente vengono scattate in contesti autentici, spesso le pose sono artefatte e pensate allo scopo di trasmettere una sensazione o un’idea precisa di sé. Idea che diventa parte della nostra identità.

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L’identità personale, però, è in costante cambiamento perché nutrita dall’esperienza e dalla memoria. Chi soffre di amnesia, infatti, mostra spesso segni di perdita di identità, come se la mente svuotata dai ricordi diventasse una tavola bianca.

…ma rischiamo di perdere la parte più profonda di noi stessi

Cosa succede nel caso di eventi particolarmente traumatizzanti che modificano profondamente il nostro modo di essere? Percepire delle differenze importanti tra l’identità presente e quella immortalata nel ricordo può essere fonte di forte stress a livello inconscio.

Una fotografia è un ottimo modo di conservare un momento speciale, purché non prenda il sopravvento su questo, o rischieremmo in futuro di non ricordarlo con la stessa intensità con cui l’abbiamo vissuto o addirittura non riconoscerlo più come parte di noi stessi.

 

di Marianna Chiuchiolo

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