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Non solo Amazzonia: l’Africa è avvolta dalle fiamme ma non fa notizia

Le mappe condivise dalla Nasa mostrano vaste aree del pianeta interessate da incendi fuori controllo. Tra le principali cause, interessi economici e tecniche di disboscamento poco etiche.

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Il pianeta brucia. A mostrarlo sono le mappe condivise dalla Nasa, che mettono in evidenza uno scenario ben poco incoraggiante in cui aree del pianeta vaste quanto e più di una nazione sono avvolte dalle fiamme. L’Amazzonia è una delle aree più interessate dai fuochi, ma ce ne sono altre in cui la situazione è simile, se non addirittura peggiore, e si protrae da più tempo. C’è l’Artico, c’è parte della Siberia, c’è il Sud-Est asiatico e – soprattutto – un’area dell’Africa Sub-sahariana grande quanto le precedenti messe insieme.

Inutile ricordare che meno alberi vuol dire minore assorbimento di CO2, meno ossigeno in atmosfera e temperature più alte in un momento critico per la storia ambientale del pianeta. E no, non parliamo di incendi isolati, ma della perdita di foreste che da sole coprono il 20% del fabbisogno di ossigeno della Terra.

La situazione mondiale al 26 agosto, in rosso le aree interessate da incendi.

Le cause dei roghi: interessi economici e scarsa etica

Secondo l’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea, il 70% degli incendi del pianeta si concentra nell’area centro-africana, particolarmente in Tanzania, Angola, Congo e Madascar.

Le cause possono essere fisiologiche in alcuni casi: nella stagione secca può capitare che alcune zone prendano fuoco, ma generalmente questi focolai non si propagano su aree particolarmente vaste e possono addirittura favorire la crescita di alcune specie vegetali. Con l’arrivo della stagione delle piogge i roghi si spengono e la natura fa il suo corso. In altri casi, invece, gli incendi vengono appiccati volontariamente, spesso in maniera illegale, per liberare aree da destinare ad agricoltura o allevamento.

Questa tecnica, che è responsabile anche della maggior parte dei roghi brasiliani attualmente al centro del dibattitto mediatico, è detta “taglia e brucia” ed è pratica comune in alcune aree. In agricoltura viene utilizzata non solo per far spazio alle coltivazioni, ma anche per nutrire il terreno con la cenere generata dalla combustione. Tuttavia, quando essa viene applicata in luoghi dove la biodiversità è già naturalmente minacciata e dove c’è carenza d’acqua, è facile immaginare le conseguenze negative di una tale procedura e la facilità con cui si possa perderne il controllo, mettendo in pericolo foreste e villaggi.

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L’interesse mondiale si concentra solo su alcune aree

Numero di incendi rilevati in un arco temporale di 2 giorni secondo la Nasa.

Attualmente la situazione incendi sta assumendo rilevanza a livello mediatico grazie anche al G7, che ha inserito la questione brasiliana tra gli argomenti a discutere e ha stanziato 20 milioni di dollari da destinare alla lotta agli incendi in Amazzonia. Le altre aree a rischio, tuttavia, non raccolgono lo stesso interesse.

L’appello di Greenpeace, qui espresso attraverso le parole di Martina Borghi, parla chiaro:

Facciamo presto. In Siberia e Amazzonia sono mancati interventi tempestivi e gli incendi hanno assunto proporzioni drammatiche. Chiediamo ai governi dei Paesi del bacino del Congo di adottare misure adeguate per impedire che le fiamme dalla savana si diffondano nella foresta.

Prima ancora di confidare nella stagione delle piogge, è il caso di smetterla con l’indifferenza. La nostra casa chiede aiuto.

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di Marianna Chiuchiolo

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