venerdì, Dicembre 4, 2020

Mohsen Lihidheb raccoglie oggetti smarriti dai migranti in mare e li porta in museo

A Zarzis, nel sud della Tunisia, Mohsen, ex impiegato delle poste, ha creato il “Museo della memoria del mare e dell’uomo”. Da anni raccoglie oggetti che il mare trasporta a riva. Nel 2002 è entrato nel Guinness dei primati per il numero di oggetti raccolti.

Elza Coculo
Elza Coculo
Elza Coculo, 30 anni, di adozione romana. Lettrice appassionata con formazione in Studi italiani. Laureata in Editoria e Scrittura. Redattrice per Il Digitale. Amo scrivere di attualità e cultura eco-sostenibile.

Zarzis, nel sud della Tunisia, è una cittadina sul mare non molto distante da Lampedusa. Meta dei turisti europei in estate, è anche nota per essere luogo di partenza dei migranti, gli harraga, parola del dialetto per definire coloro che viaggiano senza documenti, che rischiano tutto pur di migrare. È qui che Mohsen Lihidheb, 66 anni, ora pensionato, ex impiegato delle poste tunisine, ha dato vita al “Museo della memoria del mare e dell’uomo”. Da anni recupera gli oggetti che il mare restituisce. Un’azione che voleva essere solo ecologica e che poi è diventata un modo per rendere giustizia, nel proprio piccolo, ai migranti naufraghi del Mediterraneo. Nel lungo articolo a lui dedicato dal giornale Vita viene descritto così:

Un eco artista, una persona comune che ha deciso di agire e non restare solo a guardare ciò che succedeva attorno a lui, soprannominandosi Boughmiga, uomo semplice e saggio.

La memoria del Mediterraneo

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Mohsen Lihidheb, ha dato vita al “Museo della memoria del mare e dell’uomo”.

Era il 1995 quando Mohsen trovò il primo Mamadou sulla spiaggia. Mamadou è un nome comune, uno pseudonimo che ha dato a tutti i migranti senza vita in cui si è imbattuto in questi anni. Persone senza identità, sconosciuti, le cui spoglie ha seppellito proprio nel cosiddetto “Cimitero degli sconosciuti” insieme ai pescatori del luogo. Poi nei mesi successivi il mare cominciò a riportare anche i loro oggetti personali: scarpe, vestiti, borse. Tra le migliaia di oggetti raccolti, in bella vista sugli scaffali, anche numerosissime bottiglie di vetro contenenti messaggi affidati al mare. Oggetti che Mohsen ha raccolto, insieme a ogni genere di rifiuto, e portato a casa sua, dando vita al Museo. Racconta:

A 40 anni mi sono detto che non volevo più subire la vita: ho cominciato ad andare in spiaggia a raccogliere tutto ciò che le onde portavano a riva. Ciò che raccoglievo lo accumulavo nel mio giardino, facendo anche delle letture pubbliche e realizzando delle installazioni artistiche per sensibilizzare sul tema dell’ecologia. Ho realizzato quasi 200 installazioni. Nel 2002 sono entrato nel Guinness dei primati per il numero di oggetti raccolti: un riconoscimento che mi ha aiutato molto a continuare per questa strada.

Leggi anche: La giornalista Caponnetto: “Offendermi non servirà, non smetterò di raccontare i fatti”

Lo spazio dedicato agli harraga, i migranti

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Zarzis, Tunisia. Museo della memoria del mare e dell’uomo.

Lo spazio che più colpisce del Museo è proprio quello dedicato agli harraga, i migranti naufraghi. All’entrata del giardino una piccola barca di legno, riempita di boe rotonde, simboleggia il fenomeno delle migrazioni. E poi scarpe su scarpe, accantonate l’una sopra l’altra, di uomini, donne e bambini, vestiti erosi dall’acqua salata e dalla sabbia, bambole, borsette. Alcune di queste scarpe sono appese agli scaffali con un filo, che Mohsen fa dondolare quando ci passa vicino. Ha detto:

Quando entro qui cerco sempre di farle muovere, di dar loro un po’ di vita. Ogni scarpa per me è come una bottiglia in mare: è un messaggio, è quasi un essere vivente. Ho un approccio molto intimo, di prossimità e di fusione, per sentire un po’ il loro dramma, la loro sofferenza, e attraverso questi sentimenti cerco di denunciare questo fenomeno e cercare una soluzione.

A volte trovo dei soldi nelle scarpe, che cambio nella valuta locale e dono alle associazioni caritative. Mi capita di trovare anche delle scarpe di bambini piccoli: ciò mi intristisce molto.

La critica di Mohsen all’Occidente

Mohsen Lihidheb ha portato avanti il suo progetto tutto da solo. Ha dovuto combattere non solo con lo scetticismo dei suoi compaesani, ma anche contro uno Stato completamente assente. Ha raccontato:

Erano gli anni della dittatura, di cui ero oppositore: temevo che venissero a distruggere ciò che facevo. Mi hanno minacciato quando volevo sapere dove mettevano i corpi che ritrovavo: loro venivano a prenderli, ma quando chiedevo dove andavano a finire, se prelevavano il dna, se facevano delle foto, mi hanno zittito. È stata molto dura.

Come ho scritto nel libro ‘Mamadou e il silenzio del mare’, Mamadou conquisterà il mondo: gli arrivi non si fermeranno mai del tutto. Nell’ultima installazione artistica che ho realizzato, ho messo al centro l’Occidente, che si mostra a tutto il mondo dicendo guardate, sono io al centro del mondo, ho i migliori prodotti, le migliori idee, venite a consumare da me, ma quando i poveri arrivano dice no, ritornate da voi e consumate a casa vostra i miei prodotti.

Leggi anche: Migranti, Lamorgese: “Il problema non sono gli sbarchi, ma l’accoglienza”

I sogni dei migranti

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Zarzis, Tunisia. Museo della memoria del mare e dell’uomo.

A Zarzis arrivano molti harraga. Essendo un porto, è un punto di partenza: ci sono tante barche e la spiaggia è molto grande, impossibile sorvegliare interamente. Mohsen ricorda bene il 2011, subito dopo la rivoluzione dei Gelsomini, quando molti tunisini hanno preso la via del mare. Ricorda:

Quasi tutti gli amici di mio figlio sono partiti via mare, lui era rimasto solo. Aveva 20 anni: ha fatto domanda di visto per la Francia e l’ha ottenuto. Sono molto fiero di lui. In generale qui le persone hanno la loro idea di Occidente, che non ha niente a vedere con la realtà.

Spesso quando i migranti partono, è la loro madre che li sveglia, dicendo vai, fai come gli altri. Le donne hanno un ruolo significativo, ma si tratta anche di un problema culturale: tutti vogliono diventare ricchi. Ho pensato spesso a come i migranti non gettino mai una bottiglia in mare con un messaggio. Se mai dovessero prendere una penna in mano, si metterebbero a riflettere, penserebbero che è pericoloso, invece vogliono credere nel loro sogno, ma purtroppo non sempre ha un lieto fine.

La terra appartiene a tutti, anche ai migranti

Lihidheb non condivide il racconto mediatico che spesso etichetta chi parte da questi territori illegalmente come delinquenti. I suoi pensieri, affidati a racconti e poesie, tornano spesso su questo tema. Spiega il suo punto di vista:

i migranti Non ammettono il rischio a cui vanno incontro, sono delle persone che vogliono lavorare, che vogliono del benessere: non è un crimine. La terra appartiene a tutta l’umanità. Forse sono un sognatore, ma chi si nasconde dietro la lingua, la frontiera, l’identità, sta seguendo la politica dello struzzo. Bisogna comprendere queste persone, aiutare tutti affinché ci sia un benessere generale.

Un proverbio arabo – musulmano dice: ‘non possiamo dormire tranquilli se il nostro 40esimo vicino ha dei problemi’. Il 40esimo vicino è anche l’Africa del sud. Ci saranno sempre dei flussi verso il nord: tutti hanno migrato.

Leggi anche: Migranti, la storia di Mustapha che parla ai giovani gambiani: “Non avventuratevi in Europa”

Elza Coculo
Elza Coculo
Elza Coculo, 30 anni, di adozione romana. Lettrice appassionata con formazione in Studi italiani. Laureata in Editoria e Scrittura. Redattrice per Il Digitale. Amo scrivere di attualità e cultura eco-sostenibile.

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