mercoledì, Dicembre 2, 2020

Lago d’Aral, la rinascita di un tesoro quasi scomparso

Un tempo era uno degli specchi d’acqua tra i più grandi al mondo, oggi è considerato uno dei più gravi disastri ambientali del Pianeta. Dagli anni 90 si lavora per la rinascita del lago d'Aral.

Elza Coculo
Elza Coculo
Elza Coculo, 30 anni, di adozione romana. Lettrice appassionata con formazione in Studi italiani. Laureata in Editoria e Scrittura. Redattrice per Il Digitale. Amo scrivere di attualità e cultura eco-sostenibile.

Sito nella regione che si estende tra Uzbekistan e Kazakistan, il lago d’Aral, detto anche mare d’Aral, fino a qualche decennio fa era un grande specchio d’acqua, nonché il quarto lago più grande al mondo per superficie. Originariamente alimentato da due fiumi immissari, Syr Darya e Amu Darya, il lago salato di origine oceanica, garantiva cibo e lavoro alle comunità costiere. Poi il disastro, causato dall’uomo.

lago d'Aral
Foto NASA. L’Agenzia annualmente docuemnta il ritiro delle acque del lago d’Aral.

Negli anni Sessanta, in piena Guerra fredda, il regime sovietico decise di incrementare la sua produzione di riso e cotone. Per soddisfare l’irrigazione delle piantagioni in una regione arida come l’Uzbekistan, nei due decenni successivi si rese necessario deviare il corso d’acqua dei fiumi principali, attraverso un complesso sistema di canali. Un vero e proprio disastro pianificato. E mentre la produzione di riso e cotone cresceva esponenzialmente, il lago ha cominciato a ridursi a vista d’occhio. Senza i fiumi che lo alimentavano, nel giro di pochi anni il lago d’Aral si prosciuga, diventando pian piano un deserto di sabbia tossica che ha finito per inquinare l’aria, i terreni e ha ammalato la popolazione. Soltanto negli anni 90 il governo kazako ha ammesso l’esistenza di una vera crisi ed è intervenuto per invertire la rotta.

Come è cambiato il lago Aral nel tempo

lago d Aral
Dopo decenni di evaporazione delle acque e l’abbandono dei villaggi da parte dei pescatori, centinaia di imbarcazioni sono rimaste abbandonate sul vecchio fondale del lago d’Aral.

Dal 1960 ad oggi la superficie del lago di Aral si è ridotta del 75%. Degli originari 68mila km quadrati, oggi ne rimangono appena il 10%. Il resto del lago è prosciugato e il fondale, una volta occupato dall’Aral, ha originato il deserto tossico dell’Aralkum. Migliaia di ettari di terra arida, costellata da vecchi pescherecci arenati, che rievocano un passato ormai lontano. Un tempo, infatti, le coste dell’Aral erano abitate per lo più da comunità di pescatori e l’economia locale si sorreggeva principalmente sulla loro attività. Dopo la deviazione dei fiumi decisa dal governo russo ciò non è più stato possibile. L’abbassamento del livello dell’acqua aveva aumentato talmente la concentrazione di sale nel lago, da rendere impossibile la vita dei pesci. Date le condizioni, gli animali iniziarono a spostarsi nei fiumi, poi a morire in massa, e i pescatori abbandonarono i villaggi. La Nasa ogni anno, ad agosto, monitora il ritiro delle acque del lago d’Aral, documentando anno dopo anno uno dei disastri ambientali più eclatanti nella storia dell’uomo.

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Le conseguenze ambientali del lago prosciugato

lago d'Aral
Lago d’Aral. Dove c’è sabbia e sale, prima si estendeva uno degli specchi d’acqua pià grandi al mondo.

Per far posto alle piantagioni intensive di cotone vennero utilizzate quantità enormi di diserbanti che finirono con l’inquinare irreversibilmente i terreni circostanti. I venti forti, caratteristici della zona, iniziarono a trasformarsi in vere e proprie tempeste di sabbia che negli anni hanno trasportato in tutta la regione pesticidi, sale e fertilizzanti accumulati. Residui delle polveri tossiche raggiunsero addirittura i lontani ghiacciai dell’Himalaya, inquinandoli. E tracce degli inquinanti sono state ritrovate in Russia, nelle foreste della Norvegia, sui ghiacciai della Groenlandia e nel sangue dei pinguini in Antartide. Solo nel 1995 alcuni ricercatori segnalarono il disastro alle autorità, confermando che ogni anno le tempeste di sabbia arrivavano a diffondere circa cento milioni di tonnellate di polvere tossica, con evidenti ripercussioni sulla salute degli abitanti della regione. La popolazione ha cominciato ad ammalarsi sempre più frequentemente di cancro alla gola e alle vie respiratorie. L’aspettativa di vita per gli abitanti della costa si era ridotta di circa vent’anni e la mortalità infantile è addirittura quadruplicata rispetto alla media sovietica.

Lago Aral prosciugato, le autorità corrono ai ripari

lago d'Aral
Dei 68mila km quadrati originari del lago d’Aral, oggi ne restano poco più del 10%.

Solo negli anni Novanta le autorità del Kazakistan hanno ammesso l’esistenza di una crisi ambientale e hanno tentato di correre ai ripari. La soluzione più efficace individuata dalla guardia forestale fu quella di fissare la sabbia al terreno, piantando alberi su quello che era il fondale del lago. Venne selezionata una particolare pianta autoctona dell’Asia centrale, il saxaul, adatta per la sua incredibile resistenza. Il processo nella sua prima fase è stato molto lento, ma grazie agli aiuti del Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite, il governo locale nel tempo è riuscito a costruire una barriera di protezione intorno al deserto. E la guardia forestale è riuscita a rendere verdi circa 2.500 ettari di terreno all’anno. Dove prima c’era solo sale e sabbia, ora è visibile il terreno. E le tempeste hanno smesso di spostare le polveri tossiche. Un’operazione simile è in corso nel vicino Uzbekistan, ma la mancanza di fondi sta impedendo di ottenere risultati di rilievo.

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Verso la rinascita del lago perduto. Com’è il lago d’Aral oggi

lago d'Aral
Lato uzbeko del lago d’Aral. Anche se con decennale ritardo, l’Uzbekistan ha provato a riqualificare parte del territorio, ma la mancanza di fondi sta impedendo di ottenere risultati di rilievo.

Nel 1992 le autorità kazake decisero di innalzare una diga poco a sud della foce del fiume Syr Darya, con l’obiettivo di salvare dal prosciugamento quel che rimaneva del lago d’Aral. La struttura, realizzata in terra e sabbia, non resse alle frequenti tempeste e dopo una seconda ricostruzione avvenuta nel 1996, crollò nuovamente nel 2002. Fu solo nel 2005 che la Banca mondiale intervenne per finanziare la ricostruzione in cemento della diga di Kokaral, intervento che rappresenta l’ultimo passo per la protezione di ciò che restava del lago. La nuova diga ha permesso l’innalzamento del livello delle acque di circa quattro metri, ridando vita al Piccolo Aral, la sezione settentrionale del lago. Grazie alla costruzione della diga, le condizioni del lago migliorarono al punto da consentire all’industria ittica locale di riprendere le attività. Per poter ripopolare il lago c’era bisogno, inoltre, di strutture per la piscicoltura e molti abitanti delle ex città costiere sulle sponde dell’Aral, cresciuti nel mestiere, tornarono per rimettere in moto i vecchi stabilimenti. Secondo le ultime stime, nella regione di Kyzylorda la pesca dagli anni 90 ad oggi è quintuplicata e la linea costiera è avanzata di 20 chilometri.

Lago d’Aral, prospettive per il futuro

Pesca nel Nord del lago. Dopo la ricostruzione della diga, l’industria ittica locale è tornata a rivivere.

Il lago d’Aral non sarà mai più lo stesso, ma il deserto Aralkum comincia a inverdire, i pesci sono tornati nel Piccolo Aral e anche se i risultati sono ancora modesti, la situazione sta decisamente migliorando. Dall’inizio degli anni Novanta ad oggi, il Kazakistan ha reso verdi 163mila ettari di terreno, circa il 3% del fondale del vecchio lago Aral. E il governo spera di innalzare il livello delle acque del Piccolo Aral di altri 4 metri nei prossimi anni. Si auspica il meglio, ma purtroppo, la carenza d’acqua a livello mondiale e l’innalzamento delle temperature nei ghiacciai dell’Himalaya che alimentano il lago stanno di nuovo minacciando il futuro della regione.

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Elza Coculo
Elza Coculo
Elza Coculo, 30 anni, di adozione romana. Lettrice appassionata con formazione in Studi italiani. Laureata in Editoria e Scrittura. Redattrice per Il Digitale. Amo scrivere di attualità e cultura eco-sostenibile.

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