Home»Digital Life»La Storia dell’arte non sparirà dalle scuole: è diritto alla bellezza

La Storia dell’arte non sparirà dalle scuole: è diritto alla bellezza

Abolire l'ora di Storia dell'arte sarebbe come perdere noi stessi.

15
Condivisioni
Pinterest Google+

“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”: è l’Articolo 9 della nostra Costituzione, di cui siamo tanto orgogliosi. Ma per onorarla occorre coerenza. Essere praticamente in linea con i suoi principi riguardo il lavoro, l’uguaglianza, il ripudio della guerra, la definizione del tricolore, il riconoscimento dei diritti delle minoranze linguistiche e religiose, la dichiarazione dell’unità della Repubblica e dei rapporti Stato-Chiesa, e dulcis in fundo lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica che coincide soprattutto con la tutela della nostra storia, quella che possiamo amminare per tutto il territorio del nostro paese.

L’Italia ha 53 siti Unesco, un’infinita quantità di musei, 282 parchi archeologici e non possiamo neanche immaginare quanti monumenti a cielo aperto. Una risorsa preziosissima in molti, troppi casi trascurata e non valorizzata come meriterebbe. E ora a correre rischi, in questo clima di quasi abbandono, è anche la lezione di Storia dell’arte. Quella disciplina materia che ci insegna a conoscere, apprezzare e custodire quest’immenso patrimonio, a sviluppare la sensibilità estetica, a elverci a persone umanamente migliori.

Ogni italiano dovrebbe imparar da bambino la storia dell’arte come una lingua viva, se vuole avere coscienza intera della propria nazione.

Così scriveva Roberto Longhi, grande storico dell’arte, intendendo quest’ultima come una “lingua viva” al pari di quella fatta da fonemi e morfemi, vocali e consonanti. Per lo stesso principio lo studioso fonda, nel 1950 a Firenze, Paragone, rivista di arte figurativa e letteratura. Due mondi che vanno a braccetto e che si spiegano e raccontano a vicenda. Già Dante nella sua Commedia citava, l’uno accanto all’altro, i padri dell’arte del Trecento con quelli della poesia volgare, i ceppi da cui tutto ebbe inizio.

Studiare Letteratura è fondamentale: perché non è lo stesso per la Storia dell’arte?

Una dimensione multidisciplinare non sarebbe un approccio sbagliato, probabilmente. Una visione che intrecci la storia, la letteratura, l’arte visiva, la geografia. Ma c’è qualcosa di più urgente: rivalutare la Storia dell’arte come disciplina necessaria all’interno del percorso formativo. Ci siamo chiesti, se la storia dell’arte dovesse sparire dagli insegnamenti primari e secondari, restare assente negli istituti tecnici, seguendo la strada che sembra segnata da anni di trascuratezza, sottovalutazioni e tagli, come potremmo più conoscere, rivalutare e valorizzare le bellezze e le risorse del nostro territorio?

Oggi ancora ci troviamo davanti a battute che non fanno proprio sorridere. Anche perché, forse, da parte di chi è a capo di quell’ente, il Ministero dei Beni Culturali, non ci si aspetterebbe una freddura così poco pertinente al ruolo che ricopre. C’è chi lo accusa, chi ne apprezza l’onestà intellettuale, chi si aspetta smentite, ridimensionando il tutto ad una semplice battuta. Proviamo a ricostruire l’accaduto dello scorso settembre: alla richiesta del Sovrintendente delle Belle Arti della Liguria di modificare i concorsi d’accesso per i dirigenti museali, aprendolo non solo agli storici dell’arte, il Ministro Bonisoli risponde che, data la noia provata negli anni scolastici, lui abolirebbe l’insegnamento della materia. Scoppia un boato in aula, misto di stupore e sconcerto. Ma è giusto sminuire le responsabilità di un messaggio così preoccupante?

Leggi anche: Un murale mangia lo smog di Roma come fosse un boschetto vero

La disciplina che più ci valorizza culturalmente, noi la sminuiamo

La storia dell’arte venne introdotta nelle scuole dalla riforma Gentile nel 1932. In quasi 90 anni la sua presenza tra i banchi di ogni ordine e grado è stata messa in discussione, bistrattata, trascurata. Trattata come ancella di altre materie, tappa buchi di settimane considerate infinite per gli studenti, pensata quasi come un ornamento. La conoscenza e lo studio del nostro patrimonio artistico è stato spesso bersaglio di riduzioni a un ruolo che, onestamente crediamo, non le sia adeguato.

Nel 1974, Spadolini, allora Ministro dei Beni Culturali e Dell’Ambiente, opera il divorzio tra quest’istituzione e quella deputata alla Pubblica Istruzione. Si inaugura così quella separazione definitiva tra tutela del patrimonio nazionale e formazione. Una dissociazione che probabilmente ha pesato e pesa nelle valutazioni delle scelte da prendere in questi ambiti. I colpi contro l’insegnamento della storia dell’arte continuano a essere assestati.

Chi più chi meno, tutti ci ricordiamo la Riforma Gelmini del 2010. Gli storici dell’arte, sicuramente. Si realizza la diminuzione, se non addirittura la sparizione, della materia dai programmi. Una situazione paradossale, in un paese come il nostro che potrebbe vivere delle sue ricchezze artistiche, monumentali e paesaggistiche. Cosa tanto ovvia da risultare quasi retorica. A niente è valsa la mobilitazione di associazioni del settore, dell’emendamento SEL nella legislazione del 2013 per il ripristino dell’insegnamento. Niente è stato fatto neanche con la Buona Scuola nel 2015.

Onestamente ci chiediamo perché. Gli italiani hanno poca percezione di ciò che hanno intorno, del contesto culturale e storico in cui vivono. A volte, forse troppe, conoscono poco i reperti che li circondano nelle città in cui risiedono, e tanto meno posseggono l’esperienza di una giornata in giro per musei. Se non all’estero. Perché?

Se non sentiremo parlar di Giotto, Leonardo e Michelangelo come potremo interessarci al patrimonio nazionale?

Dobbiamo restituirle ciò che suo: riportarla al pari degli altri settori disciplinari, riconoscendola come un elemento strategico e un valore sociale e formativo importante. Attraverso la storia dell’arte conosciamo noi stessi. Camminando tra i vicoli e le strade, immergendosi nelle piazze, entrando nelle chiese, osservando quelle strutture, quei monumenti, quei dipinti, impariamo a conoscere ciò che ci ha preceduti e ad avere contezza dell’eredità che ci è stata lasciata.

I contesti storico-sociali in cui le opere dei grandi artisti sono nate, i monumenti che hanno visto la luce per volere di papi e sovrani, per testimoniare e raccontare alle generazioni future le vicende che hanno portato la nostra cultura a essere quella che è. Per capirla e conoscerla. Perché solo così possiamo imparare a rispettarla. Non c’è alcuna forma di tutela se non c’è conoscenza. Che ci piaccia o no, l’abitudine a conoscere e la curiosità del sapere, si impara a scuola. E se queste nuove generazioni non sentissero più parlare, o sempre più raramente e distrattamente, nei luoghi deputati a farlo, di Giotto, Leonardo, Michelangelo, Caravaggio, come possiamo pensare che possano interessarsi al patrimonio nazionale? Come possiamo immaginare, a meno che non decidano di iscriversi all’università in Beni culturali, che abbiano rispetto e si preoccupino di tutelare la bellezza italiana?

“L’arte ci educa alla complessità”, parola di Zygmunt Bauman

Zygmunt Bauman sosteneva che insegnare l’arte significava educare alla complessità. Imparare a guardare un dipinto significa imparare ad analizzare, decodificare, interpretare, descrivere, contestualizzare. La storia dell’arte non è utile solo alla conoscenza della ricchezza artistica di una nazione, ma aiuta a sviluppare tutta una serie di predisposizioni utili nella vita di chiunque e di ogni giorno.

Rendere sensibili alla bellezza. Dare importanza delle cose che ci circondano. Contribuire a provocare un senso di responsabilità che indurrebbe, crediamo, a rispettare il mondo in cui abbiamo la fortuna di vivere. Educazione e rispetto che si tradurrebbero non solo nella tutela del patrimonio artistico, ma anche di quello paesaggistico e ambientale.

Come ha scritto Tomaso Montanari, professore di storia dell’arte moderna all’Università Federico II di Napoli:

C’è un nesso tra la noncuranza per il patrimonio nazionale e la non salvaguardia di quello ambientale.

Formare coscienze ci salverà

Il punto comune è l’analfabetismo storico-artistico. Il fulcro è, non l’importanza di sapere quando è nato Brunelleschi, ma cosa significano le sue opere nel contesto sociale, storico e anche economico in cui sono inserite.

Se non ci pensano i professori di storia e di storia dell’arte a chi dovrebbe essere affidato il compito di formare questo tipo di coscienze? La scuola dovrebbe avere questo compito fondamentale, che non è semplicemente quello di fornire e impartire nozioni. Ma quello di plasmare individui consapevoli. O comunque, almeno fornirgli gli strumenti utili per diventarlo. Se continuiamo a sottovalutare il valore della ricchezza che ci sta attorno, continueremo a ignorare il potenziale di crescita e progresso che queste meraviglie possono contribuire a offrirci. Per non parlare dell’enorme ritorno economico in termini di imprenditoria culturale. Ma di questo ne parleremo più avanti.

Riflettere su questi argomenti è già un punto a favore. Ai posteri l’ardua sentenza.

Leggi anche: Il compito in classe di filosofia si fa sullo smartphone: l’esperimento di un giovane professore

di Valentina Cuppone

Articolo Precedente

Giornata Mondiale Televisione: come Internet ha messo in crisi la TV

Articolo Successivo

Blockchain, avete capito che è la Macchina della Fiducia?

Nessun Commento Presente

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *