Il nuovo libro di Alessandro Gori ha il sapore di un disco live

L'intervista ad Alessandro Gori. Abbiamo dialogato su "Gruppo di leprecauni in un interno", dalla dimensione scrittura alla concezione dell'esistenza e del suo legame con la comicità, sbirciando tra i temi e i protagonisti di questa nuova antologia.

Silvia Buffo
Silvia Buffo
Silvia Buffo, 1985, giornalista. Ha fondato e dirige Il Digitale. Formazione classica e filologica, un dottorato di ricerca in Letteratura italiana, sui legami tra scrittura e nuovi media. “La bellezza è promessa di felicità” è il suo motto, che ha delicatamente rubato a Stendhal.
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Oggi approda ufficialmente nelle librerie Gruppo di leprecauni in un interno, il nuovo libro di Alessandro Gori, edito da Rizzoli Lizard. Cosa dicono, a ragione, di quest’ultimo lavoro? “L’inferno di Dante, scritto meglio”, l’ha detto Cedric Bafometti su “The Paris review”.

L’autore satirico Gori è ormai al suo settimo libro, gli abbiamo strappato qualche anticipazione su temi, protagonisti e segni particolari della sua narrazione, dal vero significato del titolo alla personale dimensione della scrittura e della comicità.

L’intervista ad Alessandro Gori su Gruppo di leprecauni in un interno

alessandro gori

Come nasce questa nuova antologia di racconti?

Da appassionato di musica ben più che di scrittura, ho sempre composto ogni antologia come fosse un disco. Così, dopo l’esplosione pop di Jocelyn Uccide Ancora e la rapsodia prog di Confessioni di una Coppia Scambista al Figlio Morente, volevo un’antologia che avesse il sapore di un disco live, magari un bootleg registrato su musicassetta Scotch. Da lì, una raccolta di racconti dallo spirito adolescenziale, irriverenti, arrapati, scatologici, gioiosamente impresentabili.

L’ho scritto con lo stesso spirito dei miei primi libri. Non a caso molti racconti sono stati realizzati a quattro mani con Gianluca Cincinelli, mio compagno di banco ai tempi del Liceo Classico, grande amico e coautore di due mie opere precedenti — vogliamo dire giovanili? E diciamolo —.

Chi sono i protagonisti di quest’opera? Puoi anticiparceli qui?

Il paggio Quintiliani, il capodoglio Olivetti, Jigsaw l’Enigmista, una sedicente reicarnazione del marchese De Sade, un cospirazionista, una groupie grafomane, un camperista eroinomane e i simulacri di personaggi nazional popolari raccontati in una sorta di Altroquando, dai Coma Cose a Roger Federer, passando per Christian Raimo, Nicole Kidman e Pietro Pacciani.

Nel libro trova infatti spazio un monologo il cui io narrante è proprio Pietro Pacciani. Sembrava un racconto comico invece tocca tutt’altre corde.

Pietro Pacciani oggi è solo un meme, una non persona, una figurina tirata fuori per far ridere a poco prezzo. Se proietto una sua foto a un mio spettacolo, il pubblico ride in automatico. È cambiato ben poco rispetto a trent’anni fa, quando Pacciani era quell’orco in famiglia che faceva schifo a tutti e nessuno voleva toccare, fino al tacito assenso collettivo di volerlo vedere in carcere per sedici delitti che non aveva commesso, quelli del Mostro di Firenze, che resta senza un nome e le cui indagini continuano tutt’oggi. Per il pubblico da casa andava bene così: Montanelli lo definì il trionfo teorico della giustizia.

Visto che non sono mai stato fra quel pubblico, mi piaceva l’idea di restituirgli qualcosa. Del resto se Pacciani non fosse stato quell’orco che è stato, per le cui colpe aveva già pagato col carcere, oggi gli dedicherebbero le piazze come vittima di malagiustizia. A me ha fatto sempre molta simpatia.

Gruppo di leprecauni in un interno, spieghieresti letteralmente il titolo del tuo nuovo libro?

I leprecauni sono gnomi del folklore irlandese, tutti paciarotti, vestiti eleganti, con le loro barbette rosse, le pipe in bruyère e i cilindri ampiamente quadrifogliati. Sono degli agenti del caos fastidiosi e un po’ ridicoli, che ti vien solo voglia di ribaltarli con una schicchera, come briciole da un tavolaccio.

Nel mio libro sono i demoni minori della nostra contemporaneità, che cerco di snidare, tritare a dadini e mettere alla berlina. Una sorta di manuale di caccia.

In un racconto c’è l’elaborazione del lutto via social di una ragazza che perde il padre, in un altro vediamo un oncologo che posticipa l’inizio della chemio di un paziente, perché la sua strategia è non far vedere al tumore che si ha paura. Spesso nei tuoi libri si esalta il dramma della morte, della finitezza dell’esistenza. Da cosa nasce questa tua sensibilità?

Da bulimico di qualsiasi cosa mi dia piacere, sono molto legato all’esistenza e non ci trovo niente di buono in quella nocumentosa startup che è la morte. Solo che oggi la morte è raccontata come un happening a bordo piscina, un carosello da social, un’eterna missione LOL, WOW, WTF o #manchi. Pare quasi che tu debba augurarti che ti accada prima possibile per quanto è figa e aggregante.

Questa ridicola ricostruzione cognitiva è, appunto, una di quelle cose che mi piace mettere alla berlina. Non amo la comicità che sdrammatizza la morte, che è sempre un atto un po’ grossolano e trito, bensì quella che rende manifesto, scosciato e osceno l’orrore dell’esistenza una volta che la vedi tutta insieme.

In Signora Lia rielabori il testo della nota canzone per raccontare un’altra storia, come avevi già fatto nel libro precedente con Una Faccia Pulita. Qual è il legame con Baglioni?

Claudio Baglioni è il mio cantautore preferito. Sono molto protettivo nei confronti della sua poetica e mi arrabbio spesso quando lo vedo semplificato o peggio ancora equivocato da gente che nemmeno lo conosce. Baglioni non è il menestrello delle ballate romantiche, ma nella sua opera torna costantemente il rapporto dell’uomo col tempo che passa, con la propria finitezza, col tempo che vince anche sulle migliori intenzioni.

Baglioni racconta spesso sentimenti blu, la transitorietà dell’amore che finisce un mattino, senza un senso, un appiglio, qualcuno con cui prendersela. Perché s’impazzisce quando finisce un amore? Perché sappiamo che quest’esistenza non è infinita e non ci sarà tempo per ritrovarci e ricominciare. Ho avuto l’occasione di dialogarci per “Rolling Stone” e credo sia stato uno dei momenti più belli che ho vissuto ad oggi.

Quando ti sei accorto di essere uno scrittore satirico?

Non me ne sono accorto, mi sono spesso sentito definire come tale. Facile che ci arrivo non volendo, perché amo essere mimetico e giocare col linguaggio, la retorica, il bombardamento mediatico, gli slogan, i luoghi comuni, gli automatismi, i personaggi tipici, le semplificazioni manichee e le banalità nella comunicazione.

Che sia quella della tv del dolore, delle missioni solidarietà un tanto al chilo, dei monologhi sanremesi da peso sulla coscienza, della necrofilia travestita da empatia che illude un pubblico con la bava alla bocca di essere migliore di quello che è.

Pensiamo, per esempio, al tuo racconto sul tema dell’antimafia.

Esatto. Uomini che diventano icone ma che poi, una volta che non hanno più voce in capitolo, vengono fagocitati e svuotati della loro autenticità, poi trasformati in brand, spillette d’appartenenza a un club, meme, modi per vendere o per sentirsi a posto con la propria coscienza. Un telefono senza fili capace di arrivare all’opposto del punto di partenza. Mi sono immaginato un io narrante che si ricorda delle stragi del ‘92, ma se le ricorda esattamente all’opposto di come sono andate e riesce ad essere comunque commosso e col groppo in gola.

Un autore dovrebbe scolpire un messaggio tra le righe di chi legge? Lasciare una sorta di significato morale o cosa?

Non mi piace far calare messaggi nel guazzo della creatività. Per i miei gusti la cosa meno interessante che possa fare un autore, peggio ancora se definito satirico, è spiegarti le cose per filo e per segno e portarti mano per mano nello Shangri-Là delle giuste opinioni.

Nelle suite strumentali di Mike Oldfield non c’è nessun messaggio palese, così dovrebbe fare anche uno scrittore. Se spiegassi troppo, se mi premesse mandare messaggi o peggio ancora far vedere che lo faccio, penso che creerei con gli artigli spuntati.

Invece, a proposito del tuo racconto “Pensiero politico”, possiamo scorgervi dentro qualche tua presa di posizione?

Non ne so assolutamente niente di politica, non la seguo ed è un argomento al quale sono ben poco sensibile. Sono ancora troppo concentrato nell’incazzarmi perché il fumetto di Slurp di Carlo Peroni s’interruppe col numero 14 in quell’estate del 1988. A me piaceva molto. In compenso sono un buon orecchiante e mi rimangono impigliati nei neuroni un sacco di nomi di politici, partiti, palazzi, cariche, decreti, franchi tiratori e leggi delega. Quindi ho voluto, solo con quello che so, creare una sorta di flusso di coscienza politichese.

Ci sono cose che non sopporti della vita e che sublimi con la scrittura?

La scrittura non mi serve per sublimare niente. Semplicemente mi piace far dischiudere i miei meandri e far cozzare fra loro ingredienti apparentemente inconciliabili e vedere che storia sbrodola fuori. Il cui melange può essere divertente, tragico, lirico, epico, sinistro, isterico o morboso. Non fa la differenza. Se è interessante, finisce in un libro. È la stessa cosa che facevo nei miei temi alle elementari, non ho imparato niente da allora. Quello che mi interessa è creare le mie storie in totale libertà e la scrittura è il mezzo che ti rende più libero in assoluto. E sì che non sono neanche un lettore.

Come è stato sentirsi proclamare il miglior scrittore satirico esistente in Italia?

Mentirei se dicessi che non mi ha fatto molto piacere, pure ricevere il Premio Satira a Forte dei Marmi ed esporlo nel mio salotto chippendale. Vengo da un paesino di campagna, i miei genitori sono gente di fatica, un direttore di banca e una sarta, gente molto concreta, finalmente hanno una prova tangibile di quello che faccio e con cosa mi pago i giochi da tavolo.

Tra i tuoi protagonisti, un giovane ribelle vuole esplorare il mondo ma poi finisce per alloggiare in un camper senza ruote lasciato ad arrugginire vicino a un cimitero dietro casa. Ci parli di questo disincanto verso l’entusiastica visione collettiva del viaggio?

Ho sempre trovato mediamente molto noiose le persone che amano viaggiare. Di solito scappano alla noia senza pensare che la spostano soltanto da Campobasso a Malindi, visto che la noia è dentro di loro. Gente curiosa di tutto, che non si affeziona a niente e che, di solito, ha l’empatia d’una scarpa paracarro. Nonostante sia spesso in viaggio per l’Italia per gli spettacoli, sono stato all’estero solo in tre diverse occasioni: a Monaco di Baviera alle Superiori, a Saint Moritz a trovare una mia amica, a Innsbruck col prete per i mercatini di Natale dove fui pure cazziato dalla signora col pittoresco cappello da alpino perché mi stavo portando via la tazza che mi disse non essere compresa nel prezzo del vin brulé.

Invece ci sono posti in cui ami ritornare,Trattatello definitivo sulla Riviera Romagnola, tra nostalgia e spaccato documentaristico, è un latente elogio dei luoghi in cui sei cresciuto.

Frequento la Riviera Romagnola da quando avevo un anno e ci andavo per un paio di settimane coi miei genitori. Oggi ci passo un mese e mezzo, fra agosto e settembre, tutto rigorosamente in hotel, come neanche il principe Odescalchi. Ho sempre amato la Riviera Romagnola perché non si vende mai per niente di diverso da quello che è. In Riviera gli hotel hanno nomi proporzionali al numero di stelle. Non esiste una pensione Imperiale, Gallia o President. Non esistono Grand Hotel Cesira, Orchidea o Sayonara.

E la Riviera nemmeno ti stordisce coi discorsi sulle radici e sullo sbarattolare, ma parla soltanto con chi ne comprende la verità più autentica, oltre i cliché e le banalità. Arrivo io e trovo un mare stupendo, limpidissimo, caraibico. Gli chiedo di restare così, perché l’indomani arriverà a rompere i coglioni un mio amico che va al mare in Sardegna. Poi quel mio amico arriva e l’Adriatico gli tira fuori sotto al naso mucillagini, cicche, flaconi di sciampo Campus e meduse morte. Se ne va e torna cristallino.

I tuoi primi tre libri sono ormai introvabili da anni. Ci sarà una ristampa? A cosa sei al lavoro attualmente?

Furono pubblicati da un piccolo ma valido editore aretino, Fuorionda. Mi piacerebbe certamente poterli rivedere e per farli uscire in una nuova edizione. Ad oggi ho preferito dare priorità a materiale inedito. Negli ultimi anni sono diventato un fan di un illustratore australiano, Steven Rhodes. Casa mia è quasi un museo delle sue opere. Per una nuova edizione da lui illustrata del mio primo libro, Le avventure di Gunther Brodolini, darei via il mio intero scheletro. Al momento invece sono al lavoro su un gioco da tavolo, mia passione primaria.

Hai conquistato un pubblico sempre più riconoscibile, cosa si ama di te, secondo la tua personale percezione?

Io non scrivo per avere il consenso d’un grande pubblico, ma lo faccio solo per me stesso e al massimo per quelli che già la pensano come me. Probabilmente chi mi apprezza lo fa perché si riconosce in quello che scrivo, nella mia concezione dell’esistenza, nel fatto che in filigrana anche nei racconti più divertenti c’è spesso la solitudine disperata e irrisolvibile dell’essere umano dinnanzi al suo destino ultimo. Un dolore che oggi quasi non sei legittimato a gridare. Non è vero che un bravo comico deve essere misantropo. Io mi sento tanto crudele quanto poco misantropo. A me l’uomo fa tenerezza, il vero nemico è la natura.

Leggi anche: Alessandro Gori è poeta della verità con il suo Canzoniere dei parchi acquatici

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