Alessandro Gori è poeta della verità con il suo Canzoniere dei parchi acquatici

Breve viaggio immersivo in Canzoniere dei parchi acquatici, ultimo e nuovo libro di Alessandro Gori, edito da Rizzoli Lizard.

Silvia Buffo
Silvia Buffo
Silvia Buffo, 1985, giornalista. Ha fondato e dirige Il Digitale. Formazione classica e filologica, un dottorato di ricerca in Letteratura italiana, sui legami tra scrittura e nuovi media. “La bellezza è promessa di felicità” è il suo motto, che ha delicatamente rubato a Stendhal.
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Che dire su Alessandro Gori? Puoi dire delle cose autentiche su uno scrittore se lo leggi senza quasi conoscerlo. Una delle sfide più coraggiose è scrivere senza condizionamenti, per non contaminare la percezione personale e poterla restituire pura e imparziale. Chi è per me Alessandro Gori? Per molti è frettolosamente associato allo “Sgargabonzi”, ma quest’appellativo pare lo infascidisca un po’ e a ragione, perché riduttivo. Difatti, è molto di più.

Senz’altro, quando ci si imbatte nelle sue cose, ad avvolgerti non è solo quella scelta così caratterizzante delle parole e del loro uso, ma è la sua voce. Strumento che utilizza ad arte e con disinvoltura per enfatizzare i significati foneticamente, amalgamandoli in un’alchimia inconfondibile con i significanti: la sua voce arriva prima di tutto e pervade. Diventa memorabile.

Alessandro Gori, la scrittura come un ecosistema

La voce funge da rete in cui si cade invischiati, nei versi, nelle parole, nella poetica, in un flusso di frasi e di pensieri che è più un ecosistema. Ogni cosa è esattamente al suo posto, anche se quel posto è spesso spiazzante. Un flusso unico è la sua scrittura, che non richiede nomi di persona con le maiuscole né punteggiatura: una preposizione vale esattamente quanto un nome proprio, tutte le parole di Alessandro Gori hanno lo stesso peso molecolare.

Basta solo addentrarsi, per poi ritrovarsi immersi, nella sua ultima opera Canzoniere dei Parchi Acquatici. Un libro in cui una sorta di aedo post-contemporaneo narra storie di vita, epifanie, immagini, realtà nude e crude, sensazioni, spesso marchiate a fuoco sulla pelle, ma estremamente estetizzanti. Una visione, a suo modo, estetica che l’illustratore Paolo Bacilieri ha saputo ben accompagnare, scandendo tutte le pagine del libro.

La narrazione di Alessandro Gori non è mai astratta, è esatta. Finanche chirurgica nel riportare sensazioni nella maniera più fedele possibile. Italo Calvino apprezzerebbe la precisione della sua scrittura descrittiva, inscampabilmente immedesimativa. Contro e a dispetto dell’inconsistenza del mondo. Contro e a dispetto della pestilenza e della debolezza del lunguaggio, contro quel pesticida dell’identità che è oggi il politicamente corretto.

Leggi anche: 100 anni fa nasceva Italo Calvino: “Profeta del nuovo millennio”

Ma Gori non è politicamente scorretto, è onesto

Molte le parole chiave della sua poetica: onestà, non preoccupazione del pudore, che altro non è che un filtro edulcorante della verità pura, ed ancora romanticismo inatteso, vita vissuta con l’unica maiuscola che oserei rimarcare a penna sul suo canzoniere come tratto identificativo. E quella V di vita è sempre la V di verità.

Alessandro Gori è poeta della verità. E accanto alle parole chiave, ci sono le atmosfere e i loro contrasti, i luoghi e i non luoghi, i sapori precisi che scandiscono tappe di infanzia, di adolescenza perdute o forse no. Se ci ripensi cosa rappresenta la manzotin? Sicuro qualcosa di “spiritossisimo”, in fondo quella scatoletta è o non è un espediente per stupire? Un asso nella manica, una carta da giocare ancora, perché no?

Amore e verità in Alessandro Gori

Immersi nella scrittura atomistica di Alessandro Gori, che è come un campo quantico, in cui, dalla prima sillaba di Vita sino a Morfina, tutto è in entanglement, coerentemente in minuscolo, leggiamo Gli amori.

Solo il titolo è in maiuscolo, perché le definizioni delle cose sono sempre assolute, sublimate, elevate a qualcosa di enciclopedico per donare loro quella dose di anelata immortalità. È alla declinazione dell’assolutezza che si riserva, invece, il minuscolo, così come la realtà stessa lo è nella dimensione temporale, finita, esperienzale:

al tuo primo amore
avresti dato tutto,
al secondo
avresti dato molto
al terzo
quello che serve
al quarto
quello che avanza
al quinto
di nuovo molto
agli altri a seguire
sempre molto
eccetera eccetera
non me li fate scrivere tutti

Secondo la mia chiave interpretativa, l’amore è ouverture dell’intera poetica, così come la passione, la curiosità, quella mania di assaporare le cose sempre inevitabilmente a fondo e tutte. Persino quando vengono presentate superficialmente, come Veronica, a prevalere è sempre un retrogusto abissale di chi nelle cose ci è passato attraverso, anche se non se n’è preso cura.

A proposito di cura, in questo flusso, che è l’esistenza vista da Alessandro Gori, dove non ci sono argini, non ci sono confini, non c’è punteggiatura, spicca però una cesura, il suo nome è Stefania, una sorta di Beatrice millennial che ha in qualche modo orientato, guidato un essere randomico. Lei è la donna a cui implorare perdono, lei è la vera redenzione. E che possa ancora continuare a essere faro, scongiurando altri abbagli.

Non è nonsense, non è sarcasmo, non è cinismo: è la realtà agrodolce e paradossale

Per assoporare, ancora un po’ oltre, la poetica di Alessandro Gori, sfaccettata, oscena per onestà, e mai a senso unico, bisogna leggere Morfina, con cui chiude il suo canzoniere:

quando mia madre
starà morendo
io sarò in piedi
accanto al suo letto
a torso nudo
e braccia tese al cielo
e urlerò a sguarciagola
IO SONO IL PIÙ GRANDE
IO SONO IL PIÙ GRANDE
IO SONO IL PIÙ GRANDE
così che lei
non capisca cosa
sta accadendo

Cos’altro è la vita, se non incontrare il dolore per poi provare a distorgliersi e distogliere? L’evasione, che altro non è che il rifugiarsi in altre cose, come una coccola, come un’anestesia, come un’eterna copertina di Linus, può essere anche intesa come forma d’amore verso se e verso gli altri.

Si può persino tradire per troppo amore, come è successo al narratore unico e onniscente di questo Canzoniere. Variegato è il viaggio fra i temi: animali domestici, bambini del Biafra, club, ipocondria, utopia, stupro, cattiva televisione, Pasolini, satira, smartphone e persino xylitolo.

Lo sfaccettato e caleidoscopico mondo quantico di Gori ha sempre il suo collante, il suo bosone di Higgs, che tiene il tutto unito, intero, intonso vicino al cuore.

Leggi anche: Quello che di Michela Murgia non si dice: “Pioniera della letteratura digitale”

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