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Cerchi diagnosi su Google? Sei ipocondriaco: blogger e forum non sono il medico

Un mal di testa, un raffreddore, un po' di febbre. Anche i malanni diventano 4.0. Ma la laurea in Medicina non si prende su Instagram.

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Una ricerca del Censis, dell’ormai lontano 2014, sosteneva che 4 italiani su 10 cercavano informazioni di salute sul web. Circa il 41,7%. Ci stupisce? Diremmo di no. E se quattro anni fa la percentuale di chi si rivolgeva a Internet era notevole, oggi, nel 2018, nella società digitale dove un tablet e uno smartphone non sono più accessori ma necessari strumenti per semplificare la vita quotidiana e a volte indispensabili dispositivi per svolgere qualsiasi azione, questo dato non sarà aumentato esponenzialmente? Immaginiamo di sì. E se si naviga un po’ in rete, tra blog, siti di varia natura, social network, community e quant’altro, non si può fare a meno di notare che il fenomeno dell’eHealth sia sicuramente in trend.

C’è qualcuno di noi che non abbia mai cercato informazioni riguardanti la propria condizione di benessere digitando parole chiave nella barra di Google? Chi di noi non ha mai rivolto domande ansiose a BigG per sapere cos’è quella macchiolina sulla mano, quel formicolio al piede, quella tosse secca e fastidiosa?

Ricerca di sintomi e eventuali terapie per farli sparire sono campi di ricerche con cui chiunque navighi in rete si è, prima o poi, confrontato. Tanto è vero che, nella società multimediale del web 4.0, dove l’AI prende piede sempre più inesorabilmente, saltano fuori società che si occupano di scoprire e censire gli influencer che operano in campo farmaceutico. Piccole Chiare Ferragni delle aspirine.

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Un blogger al giorno toglie il medico di torno

Oggi potremmo dire “un blogger al giorno”, anziché della mela benefica. Sinceramente forse un po’ estrema e preoccupante un’affermazione del genere. Ma a volte l’esagerazione del concetto che si vuole esprime aiuta a rendere più chiaro e diretto il suo messaggio.

Il punto è questo. Può un contenuto trovato e cercato sul web sostituirsi al dottore? Può qualcuno che si occupa di tenere viva la discussione sulla rete intorno a determinati argomenti, che siano di salute o meno, sostituirsi a chi quelle competenze le ha acquisite con anni di studio ed esperienza?

Noi pensiamo che ci sia dietro proprio un errore di valutazione. Bisognerebbe riuscire ad avere una buona capacità di discernimento. Riuscire a capire, senza farsi prendere dal panico e dall’inevitabile ipocondria che assale chiunque si trovi davanti a una situazione che non comprende, e non necessariamente quelle parole si adattano alle nostre reali condizioni. Un blog sul web è un modo per informare ma non è da confendere con il medico.

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Perché cerchiamo pareri medici su Internet?

Difficile dare una risposta univoca e pertinente a questa domanda. Forse il punto è che non abbiamo a volte neanche il tempo per metterci in fila in sala d’attesa. Oppure per avere una risposta veloce e immediata a qualsiasi dubbio ci assale. O magari perché siano spaventati e ossessionati dal chiarire qualsiasi cambiamento avvertiamo nel nostro corpo, in preda all’ipocondria più feroce. O semplicemente perché ormai il mondo della rete è così saturo di informazioni che diventa un istinto naturale e irrefrenabile rivolgerci a lui.

Vogliamo prenotare una cena. Non chiamiamo più il ristorante, mandiamo un messaggio tramite i social. Perché sicuramente quel locale ha una pagina Facebook. Vogliamo un taxi ma non lo troviamo disponibile subito? Un’app, Uber. Arriva subito. Vogliano qualcuno che si occupi di pianificare le nostre diete in ufficio con tanto di calorie calcolate? Perché dobbiamo perdere noi questo tempo, sicuramente ci sarà un’applicazione. Tutto smart, veloce, pratico. Ma siamo sicuri che può valere altrettanto quando parliamo del nostro stato di salute?

Il web veicola contenuti infiniti in ogni sorta di combinazione. Dovrebbe essere la nostra capacità di analisi ad aiutarci ad attingere da ciò che è realmente valido. Come spesso accade, la tecnologia offre milioni di opportunità. Come sfruttarle, dipende poi da noi.

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Tra pubblicità e autodiagnosi spuntano i microinflencer

Nel 2015, uno studio dei ricercatori della Queensland University of Technology in Australia ha dimostrato che il 50% dei primi 10 risultati selezionati per rispondere a una nostra richiesta di aiuto è irrilevante. Anche per questo Google ha rinforzato in passato la modalità di accesso alle informazioni mediche. Dichiarando, però, sempre e chiaramente, che sono consigli. Per qualsiasi dubbio, bisogna rivolgersi al medico. E per questo non può esistere nessun sostituto digitale di sorta. Quindi bando alle autodiagnosi su Internet. Vogliamo confrontarci così come si chiacchiera con un amico sulle nostre perplessità? Ci sono community, chat e gruppi a non finire per questo. Le diagnosi, quelle vere, lasciamole a chi ha studiato.

Un’altra realtà indica come sia consueto e abitudinale usare Internet anche per i dubbi legati a eventuali malanni e possibili cure. Assolutamente coerente con i tempi che viviamo. Sono i microinfluencer, personaggi con un numero di follower contenuto rispetto ai loro colleghi più affermati, ma ai quali si sta rivolgendo particolare attenzione. Perché? Perché avendo un pubblico più limitato riescono a essere più efficaci nel conquistare l’attenzione di chi li segue, instaurando un rapporto diretto. Si dedicano a settori mirati e circoscritti, in modo da raggiungere solo il target di riferimento. Così esistono piattaforme come Wego Health, che si occupa di fare da ponte tra l’assistenza sanitaria e l’esperienza e le competenze di Patient Leaders, che siano esperti o influencer nel campo della salute. Lo scopo è quello di collaborare per informare, progettare e promuovere prodotti e servizi in campo sanitario.

Insomma usare il web per ottenere più eco possibile: è un bene quando c’è volontà di diffondere conoscenza, avvertenze, possibili scambi di opinioni. Ma tra l’autodiagnosi sul web e l’ambulatorio medico non può esserci conflitto d’interessi.

Augurandoci di non averne mai bisogno, se non siamo proprio in forma, sediamoci in sala d’attesa.

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di Valentina Cuppone

 

 

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