giovedì, Dicembre 3, 2020

Cancro: perché lo psicologo può fare la differenza

Tonia Samela
Tonia Samela
Tonia Samela, nata a Potenza nel 1994. Psicologa Clinica e Dottoranda di Psicopatologia del Comportamento, attualmente conduce la sua attività di ricerca a Roma. È attiva nella promozione della salute e nella divulgazione scientifica del sapere psicologico.

Le previsioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità non sono rassicuranti: il cancro è e resterà una delle malattie a maggiore incidenza e a maggiore impatto sociale, coinvolgendo milioni e milioni di pazienti e familiari. I dati dell’OMS prevedono un aumento di incidenza delle patologie oncologiche del 50% nei prossimi vent’anni, segnalando come la malattia coinvolgerà milioni di persone, in particolare nei Paesi in via di sviluppo. La realizzazione di tale scenario comporterà da un lato un aumento della mortalità: si stimano infatti 2,7 milioni di vittime nel 2030, dall’altro, grazie alle campagne di screening e di diagnosi precoce, un allungamento generale della vita o una cronicizzazione della malattia per decine di milioni di persone. Numerosi studi hanno indagato le implicazioni psicologiche, individuali e interpersonali del cancro, il “big killer”, il “male incurabile”. I risultati di queste ricerche inquadrano il fenomeno dicendoci che i progressi scientifici nella cura del cancro hanno cambiato la storia e gli esiti della malattia, ma non il suo impatto sulle persone colpite. Il dolore, l’equivalenza che sembra indissolubile tra cancro e morte, l’effetto traumatico delle terapie, la demoralizzazione o i quadri francamente depressivi, le conseguenze nei rapporti con la famiglia e l’ambiente lavorativo, la costante preoccupazione per le ricadute sono solo alcuni tra gli innumerevoli problemi che chi si ammala di cancro e i suoi familiari devono affrontare durante il corso della malattia. Tutto ciò ha ovvie ricadute a livello individuale e familiare: la diagnosi di cancro ha in sé gli elementi necessari per generare una crisi esistenziale che si autoalimenta anche a causa dei normali ma devastanti effetti collaterali delle cure. In questa situazione di emergenza e di sofferenza che coinvolge la vita di milioni di persone in tutto il mondo, occorre dare risposta ai bisogni emozionali, psicosociali, spirituali e interpersonali degli ammalati e dei loro cari. Di questi bisogni e necessità si fa carico il personale sanitario che opera in campo oncologico. Si tratta in particolare di psichiatri e psicologi clinici con una formazione specifica nel settore dell’oncologia e delle cure palliative che lavorano a fianco degli oncologi e degli infermieri e che tutti i giorni abbinano attività di ricerca e attività clinica al fine di offrire un aiuto il più possibile concreto e “evidence-based“. I risultati di quarant’anni di ricerca in questo senso hanno portato a definire un quadro da contorni chiari e incontrovertibili, che non solo deve fare riflettere, ma che deve rendere operativi e concreti gli interventi per la salute psicologica in oncologia. È ormai assodato che un terzo delle persone affette da cancro o “lungosopravviventi” presenta elevati livelli di stress emozionale, soprattutto in termini di ansia, depressione, disturbi del sonno e della sessualità che influenzano in maniera negativa la qualità della vita. La famiglia poi è parte attiva nei percorsi di cura e quindi viene esposta agli stessi rischi. Per questo motivo occorre tutelare anche i familiari rispetto al disagio psicologico durante e dopo la malattia di un proprio caro. Leggi anche: Andare dallo psicologo è ancora un tabù: 5 miti da sfatare

Qual è la situazione in Italia

Nei servizi sanitari italiani esiste una tendenza a sottovalutare i bisogni emozionali e spirituali dei pazienti e dei familiari. Molto spesso lo stesso accesso ai servizi psiconcologici risulta frammentario: non sempre gli ospedali lo offrono e quando lo fanno non sempre è continuativo. La possibilità di essere affiancati da una figura di aiuto durante il percorso di cura è spesso una remota possibilità e, nel vortice di emozioni negative e preoccupazioni legate al cancro, le persone trascurano questa opportunità. Lo stigma legato al tema della sofferenza psicologica permea tuttora la nostra cultura, anche quando lo stato di sofferenza è evidente. Il paradosso di questa situazione si rivela poi grazie alle notizie rimbalzate negli scorsi giorni di quotidiano in quotidiano: il 70% dei pazienti oncologici vorrebbe un supporto psicologico ma spesso il servizio non è “disponibile”. A rivelarlo è un sondaggio condotto su circa 4000 malati di cancro in 10 paesi da All.Can international cancer iniziative, una task force internazionale fondata appositamente per indagare i bisogni dei pazienti durante il percorso di cura. Eppure le linee guida internazionali indicano come il supporto psicologico sia una componente essenziale dell’approccio multidisciplinare al cancro. Nella pratica ospedaliera quotidiana, però, spesso non è così. Il problema dello scarso o insufficiente supporto psicologico si ripercuote poi sulla salute: l’angoscia che colpisce chi soffre di cancro peggiora sensibilmente la qualità di vita dei pazienti. Questa condizione di disagio non ascoltato può avere un esito negativo sulla sopravvivenza: i malati di cancro affetti da depressione hanno un rischio maggiore di mortalità di quasi il 40% rispetto ai pazienti che non hanno sintomi depressivi. Occorre quindi che il distress emozionale sia valutato regolarmente nella pratica clinica. L’impiego di semplici strumenti negli ambulatori e nei day-hospital permette infatti di identificare precocemente le persone che presentano una sofferenza emotiva tale da necessitare di tempestivi interventi psico-oncologici. A quel punto il paziente bisognoso può essere guidato verso un sostegno psicologico e trarne giovamento. Spesso le persone hanno bisogno di aiuto ma si trovano in una condizione di sconforto tale per cui non hanno la forza di chiederlo. È in questo frangente che il personale sanitario ha l’obbligo morale e scientifico di accompagnare l’ammalato verso un percorso di miglioramento della salute mentale. A fronte di queste necessità, in molte regioni di Italia si sta tentando di dare una risposta ai bisogni dei pazienti ammalati di cancro. Non mancano le realtà in cui il servizio di psiconcologia è attivo e tutti i giorni viene garantito il supporto necessario ai pazienti oncologici e ai loro familiari. Il senso delle cure psicologiche, dell’attenzione a quei bisogni emozionali e spirituali dell’ammalato e della sua famiglia rientrano nella cornice dell’umanizzazione delle cure e degli interventi centrati sui bisogni dei pazienti. Questi concetti, entrati in voga almeno dagli anni ’70 del novecento, sono tanto cari alla cultura occidentale quanto essenziali per un migliore esito del percorso di cura, non resta che applicarli in maniera capillare nelle cure ordinarie di ogni ospedale e non pensare sempre alla salute mentale come un lusso che in pochi possono concedersi. Leggi anche: Il casco per superare la chemioterapia senza perdere i capelli   di Tonia Samela

Tonia Samela
Tonia Samela
Tonia Samela, nata a Potenza nel 1994. Psicologa Clinica e Dottoranda di Psicopatologia del Comportamento, attualmente conduce la sua attività di ricerca a Roma. È attiva nella promozione della salute e nella divulgazione scientifica del sapere psicologico.

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