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Bevi acqua minerale? Fai una scelta responsabile con il vuoto a rendere

Comprare acqua minerale in bottiglie di vetro a rendere può abbassare i livelli di CO2 nell'aria e far risparmiare fino a 950.000 euro di petrolio al giorno.

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Parliamo tantissimo di ambiente. La questione climatica è all’ordine del giorno nelle agende di quasi ogni Paese al mondo. Aspettiamo soluzioni dall’alto, ma anche la somma di singole scelte può fare la differenza. Questo è quanto emerge dall’inchiesta del Corriere della sera sul consumo di acqua minerale nel nostro Paese. L’Italia è il maggior consumatore di acqua in bottiglia al mondo. Ogni italiano beve mediamente 224 litri di acqua minerale l’anno: 11 miliardi di bottiglie prodotte, di cui l’84% in plastica e solo il 10-15% in PET, cioè riciclabile. Il restante 16% del mercato compra acqua minerale in bottiglie di vetro, di cui il 90% è vuoto a perdere. Tale filiera non sarà più sostenibile sul lungo termine. La buona notizia è che esistono delle alternative.

Il vuoto a rendere costa meno e produce meno emissioni

Il vetro a rendere è considerato mediamente meno impattante sull’ambiente e più economico. La stessa bottiglia può essere riutilizzata fino a 30 volte e i costi del trasporto si dimezzano. Quando ricicliamo una bottiglia di vetro a perdere cosa succede? Metto la bottiglia nella campana del vetro. Un camion passa a prenderla e la porta al centro di raccolta. Da qui un altro camion la trasporta al luogo di frantumazione e dopo la frantumazione alla vetreria, dove fonde in altoforno a 1400 gradi. Prodotta la nuova bottiglia, un nuovo trasporto fino al produttore di acqua per l’imbottigliamento. Totale: 4 passaggi. Con il vetro a rendere ci sono solo due passaggi: un camion porta il vetro dal ritiro al centro di raccolta, da qui al produttore che la sterilizza e la riusa. La metà dei passaggi nella filiera di trasporto e un uso minimo di detersivo per il lavaggio.

E poi ci sono i costi di produzione. Per produrre una bottiglia di plastica PET occorrono 2kg di petrolio. Per produrre una nuova bottiglia di vetro ne occorre 1kg. Spalmando il consumo sui trenta utilizzi che si ha dalla singola bottiglia, avremo un consistente recupero di petrolio. Per le stesse ragioni anche l’impatto dell’altoforno, che lavora ad altissime temperature, sarebbe limitato. Sulla base dei dati raccolti da Coreve per il 2018, con il vuoto a rendere avremmo risparmiato 5,9 milioni di barili di petrolio nell’anno, che equivalgono a circa 950 mila euro al giorno. Risultato: meno consumo di petrolio e meno emissioni di CO.

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Perché la filiera non cambia modello?

Nel nord Europa il 70% della produzione di acqua minerale è con vuoto a rendere. Perché non farlo anche in Italia? La risposta dei produttori: si preferisce acquistare la bottiglia nuova anziché il vetro a rendere perché l’impianto di sterilizzazione necessario per il riciclo richiede un investimento iniziale oneroso. Risposta dei supermercati: si avrebbe un problema di organizzazione degli spazi. In effetti, anche negozi specializzati in vendita di prodotti biologici, che vendono acqua in vetro a rendere, non riescono ad organizzarsi per ritirare il vuoto. Un primo esperimento per monitorare la fattibilità tecnico-economica ed ambientale del meccanismo nel nostro Paese è stato tentato nel 2017. Una sperimentazione completamente fallita, poiché hanno aderito al progetto poche decine di realtà in tutta Italia e i pochi dati raccolti non sono mai arrivati al Ministero dell’ambiente. Questo fallimento la dice lunga sulla consapevolezza del problema.

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Le nostre scelte sono determinanti

L’Italia vuole bere acqua minerale, quindi la produzione ha senso. Farlo in maniera responsabile è possibile modificando la filiera. Il mercato risponde alle esigenze dei consumatori, quindi se noi consumatori decidessimo in massa di acquistare acqua solo in bottiglie con vuoto a rendere, e da una fonte che non sta a 1000 km, impiegherebbe poco a organizzarsi. Rispetto al vetro a perdere il costo è uguale. Rispetto alla bottiglia di plastica è di qualche centesimo più alto, ma ne vale la pena. Comprare acqua minerale è di per sé un lusso. Un lusso che costa molto caro all’ambiente e alle risorse del pianeta. Per questo nell’inchiesta del Corriere si sottolinea un aspetto importante.

Vale anche la pena ricordare che, salvo particolari prescrizioni mediche, l’acqua del rubinetto di casa, in quasi tutto il Paese è di buona qualità ed è controllata: la legge impone controlli temporali più serrati di quelli per le acque minerali. Uno studio di Legambiente del 2018 ha dimostrato che in una degustazione alla cieca è quasi impossibile distinguere l’acqua imbottigliata da quella del rubinetto.

Secondo Istat il 29% delle famiglie italiane non si fida dell’acqua di casa, ma si tratta di un timore infondato. Mentre è vero che la somma delle nostre singole scelte può fare la differenza nella riduzione delle emissioni. Non aspettiamo ancora.

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di Elza Coculo

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