lunedì, Ottobre 18, 2021

Afghanistan, a casa l’ultimo soldato USA. È veramente pace?

Si acclama la pace ma i grandi festeggiamenti per il rientro definitivo dei contingenti USA dall'Afghanistan nascondono grandi pericoli per il paese e per il mondo.

Cecilia Capanna
Appassionata di temi globali, di ambiente e di diritti umani, madre di tre figli del cui futuro sente un grande senso di responsabilità

Si è conclusa con 24 ore di anticipo la missione USA in Afghanistan. Il termine del 31 agosto per la ritirata dei contingenti americani e per lo stop al ponte aereo è stato rispettato. Da due settimane non si parla di altro che del caos scatenato dalla decisione di Joe Biden di mettere in pratica il disimpegno iniziato da Mike Pompeo e Donald Trump, dopo 20 anni di presenza americana nel paese. Una mossa che non incorona vinti e non condanna perdenti ma che lascia dietro di sé il delirio.

Nonostante si stia festeggiando da ambo le parti, sia da parte di Biden al grido “È stato un grande successo!” sia da quella dei talebani con fuochi d’artificio misti a proiettili, la realtà sembrerebbe essere un’altra, tutt’altro che pacifica e distesa. È complicatissimo fare un’istantanea della situazione in Afghanistan che mostri il prima, il durante e quello che potrebbe essere verosimilmente il dopo questa decisione di Biden, giudicata internazionalmente un grande guaio.

Potrebbe essere d’aiuto una mappa concettuale costruita con domande banali, se vogliamo. Forse mettendo in fila le risposte si potrebbe riuscire a capirci qualcosa in un garbuglio che anche esperti di geopolitica e di relazioni internazionali fanno fatica a sbrogliare.

  • Quali erano gli obiettivi dichiarati 20 anni fa
  • Cosa è stato fatto
  • Quali sono i risultati sulla base dei quali è stata fatta la scelta di ritirare i contingenti
  • Cosa ha generato ad oggi la ritirata
  • Cosa dovrebbe succedere e cosa invece potrebbe ancora succedere
  • Cosa si dice di volere per l’Afganistan a livello internazionale e cosa invece si vuole davvero

I commenti e i giudizi verrebbero da sé, seppure scaturiti leggendo i fatti ciascuno dal proprio punto di vista. Senza addentrarci però in analisi difficili, facciamo il punto per capire almeno la struttura del problema che rischia di coinvolgere più di mezzo mondo, non solo USA e Afghanistan, con un effetto boomerang molto pericoloso.

Il piano era di Trump e Pompeo

Il piano per il disimpegno in Afghanistan era stata un’idea di Trump, per la verità del suo Segretario di Stato Mike Pompeo, all’approssimarsi del ventesimo anniversario dall’attentato alle Torri Gemelle e soprattutto delle elezioni. Questo dopo che invece all’inizio del suo mandato si era vantato di aver sganciato “la madre di tutte le bombe”, trasformando in un mega cratere i cunicoli sotterranei che i servizi segreti sostenevano essere il nascondiglio dei talebani.

Punto di forza della sua politica estera e della campagna elettorale, il ritiro dei contingenti USA rispondeva alla volontà di togliersi dal pantano afgano delegando la difesa del paese alle forze di sicurezza di Kabul. Una sorta di afghanizzazione della guerra in Afghanistan, come era stato fatto a suo tempo in Vietnam. Il risultato: l’accordo di Doha stipulato nel 2020 tra talebani e Stati Uniti e la promessa di ritirare i contingenti entro settembre 2021 (Trump era sicuro che sarebbe stato rieletto), in occasione proprio del ventennale dell’11 settembre.

Il disimpegno rientrava anche in un altro obiettivo, quello di contenere i costi. A ridosso delle elezioni, infatti, l’ex Presidente aveva messo un veto sull’approvazione dell’enorme budget per le spese militari, il più alto del mondo, riuscendo così in un evento sorprendente che nei 4 anni della sua amministrazione non si era mai verificato: la bocciatura bipartisan della sua iniziativa per l’unica volta metteva d’accordo repubblicani e democratici. Come avrebbe potuto l’America fare la voce grossa con il resto del mondo altrimenti?

Il guaio di Biden in Afghanistan

Con l’arrivo di Biden, che era tra chi votò per togliere il veto di Trump sulle spese militari, ci si aspettava che l’idea di ritirare i contingenti dall’Afghanistan sarebbe stata abbandonata o quanto meno rallentata. Tanto più che il neo Presidente aveva dimostrato il suo piglio guerraiolo appena ad un mese dalla sua elezione con l’attacco alle forze filo-iraniane in Siria, a dispetto delle promesse pacifiste sbandierate in campagna elettorale.

E invece no, Biden ha proseguito a sorpresa sulla traccia di Trump e, senza avvertire nessuno per tempo, il 14 agosto scorso ha dato il via al ponte aereo per il ritiro, fissando appena per il 31 il termine ultimo. Termine che ha rispettato non cedendo alle insistenti richieste di proroga da parte del G7, dopo che a livello internazionale ci si era resi tutti conto delle disastrose conseguenze che questa scelta sin da subito stava provocando.

Un vero guaio che gli ha causato la perdita di credibilità e il crollo a picco nei sondaggi, ma che soprattutto mette in pericolo la stabilità mondiale potenzialmente di nuovo sotto minaccia del terrorismo. Spiazzante lo stupore e la spiegazione “non ci aspettavamo che succedesse tutto così in fretta”. Nell’arrampicarsi sugli specchi con continui discorsi pubblici in difesa del suo operato e in cui si mostra estremamente emotivo, però Biden si lascia anche scappare le parole dubbie, quelle che fanno temere che invece della distensione dietro l’angolo si nasconda il conflitto, le parole che sanno di guerra:

Non dimentichiamo, non perdoniamo, vi scoveremo

Questa la risposta all’attentato della nuova ISIS-K all’aeroporto di Kabul, rinforzata con un drone così altamente tecnologico e preciso che oltre al furgone che trasportava l’uomo da uccidere ha colpito e ammazzato una famiglia di 9 persone di cui 6 bambini. Inevitabilmente tornano alla mente le migliaia di files pubblicati da Wikileaks sui crimini di guerra compiuti dall’esercito americano. Inevitabilmente si pensa a Julian Assange da anni perseguitato e in carcere per aver detto la verità.

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La versione moderna dei guerriglieri talebani

Ma veniamo ad oggi. Negli ultimi giorni hanno imperversato le soffiate alla CIA di imminenti altri attacchi terroristici. Fuori dall’aeroporto si è consumata la guerra civile, l’Intelligencija afgana è in fuga insieme ad almeno mezzo milione di persone. Il paese rischia di perdere il suo capitale umano migliore, l’unica speranza di crescita. I talebani si sono impegnati ad assicurare l’uscita degli afgani che lo desiderino dal paese, ce la faranno? Fino a ieri le bombe dell’ISIS e i contrattacchi americani hanno fatto esclamare ai cronisti di tutto il mondo “sembra una guerra”, ma siamo sicuri che non lo sia già?

L’ISIS si è riorganizzata e sta cercando tutte le persone che hanno cooperato con gli Stati Uniti per ucciderle una a una. Sono nati i corpi di élite talebani che stavolta non sono più un esercito arrangiato ma hanno a loro disposizione armi sofisticate e dispongono di altissime tecnologie militari dell’ultimissima generazione, rinforzati proprio dagli stessi nemici. Sebbene gli americani abbiano distrutto una parte del loro arsenale per non lasciarlo nelle mani dei miliziani, non sono riusciti a farlo completamente. Stanno compilando un inventario e mancano all’appello autoblindati, carri armati, velivoli, fucili d’assalto, pistole, visori notturni, artiglieria, radio.

L’ipotesi più orrenda è che i nuovi studenti coranici che combattono per la Sharia possano costringere i militari formati dagli Stati Uniti a utilizzare tutta questa tecnologia bellica all’insegna del Mullah, primi fra tutti gli aerei da combattimento. Un cavallo di Troia al contrario, una specie di malattia autoimmune per cui gli anticorpi attaccano l’organismo che li ha generati. L’utilizzo di internet è un’altro aspetto importante da dover tenere in considerazione. L’ISIS negli anni ha dimostrato di saper utilizzare la rete e di gestire il digitale magistralmente. I nuovi miliziani sono altrettanto telematici e si organizzano via web. Tutto questo non lascia ben sperare.

Biden rompe e paga ma i cocci sono di tutti

Afghanistan
Festeggiamenti a Kabul per il ritiro dei contingenti americani

I talebani saranno in grado di tenere testa ai nuovi miliziani? Sono abbastanza forti? Sono abbastanza capaci? Parrebbe proprio di no. Sebbene il consesso internazionale stia pensando di riconoscere a livello ufficiale il governo di Kabul, quest’ultimo è disorientato, non ce la fa, lo prova anche il fatto che ha chiesto alla Turchia di aiutarlo a controllare e mettere in sicurezza l’aeroporto. Insomma, le sorti dell’Afghanistan sono ancora destinate a dipendere dall’intervento di forze esterne.

L’ONU sta mettendo a punto una risoluzione per tenere aperto l’aeroporto di Kabul anche oltre il termine scaduto ieri, con la creazione di un corridoio umanitario che permetta a tutti gli afgani che vogliono fuggire di poterlo fare. Nessuno vuole affrontare l’ondata di profughi che oltrepasserà i confini dell’Afghanistan, soprattutto l’Europa. L’Unione infatti preme per la gestione “in loco” delle persone tramite agenzie di cooperazione internazionale e prevede di offrire fino a 1 miliardo ai Paesi confinanti, come Pakistan e Iran, per ospitare i rifugiati.

Il guaio combinato da Biden insomma coinvolge tutti. Ora si cerca di trovare soluzioni, l’ONU, la NATO, l’Europa, il G7. Mario Draghi suggerisce fortemente un vertice straordinario G20 per l’Afghanistan. Si ritiene indispensabile l’intercessione del Pakistan. Al tavolo di Baghdad si sono seduti insieme Arabia, Iran, Iraq, Egitto e Qatar, sebbene in pessimi rapporti tra di loro, per far fronte al nemico comune temuto anche da Russia e Cina, temuto dal mondo: l’ISIS.

Ogni paese però ha anche i suoi interessi e tira acqua al suo mulino. Il sottosuolo afgano è ricchissimo, un tesoro che fa gola a Russia e Cina. L’Afghanistan è anche il più grande – quasi unico – produttore e esportatore di oppio del pianeta. Non entriamo in merito all’utilizzo dell’oppio da parte dell’ISIS, alla connessione tra sostanze stupefacenti e guerre in generale, ai narcotraffici mondiali. Non è questa la sede.

È bene però tenere in considerazione che ben 64mila ettari di terreni afgani sono coltivati a papaveri. Da quei campi vengono l’80% dell’oppio prodotto nel mondo e il 95% del mercato clandestino dell’eroina in Europa. I talebani in realtà dicono no all’oppio per guadagnare credito a livello internazionale, una posizione già presa nel 1989 dopo il ritiro dei sovietici. A quel tempo però prevalsero le ragioni economiche. La schiena dritta della Sharia si piegherà anche questa volta?

Come costruire la vera distensione?

Per concludere, la “pubblicità” americana parlava di pace e distensione e invece il mondo potrebbe essere seduto su una bomba a orologeria. Dopo l’11 settembre di 20 anni fa, fu giusto iniziare una guerra in Afghanistan? Tutti i pacifisti del mondo stanno gridando “Avevamo ragione”. La guerra non è la soluzione, bisogna puntare sul multilateralismo, sul diritto internazionale da far rispettare nei tribunali internazionali.

Personalmente sceglierei la soluzione geniale di Michele Serra: una flotta di droni che invece di sparare diffondono a massimo volume tutti i tipi di musica trasformando l’Afghanistan in un immenso auditorium.

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Cecilia Capanna
Appassionata di temi globali, di ambiente e di diritti umani, madre di tre figli del cui futuro sente un grande senso di responsabilità

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