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Ti presento Sophia: il robot umano, troppo umano

Quando l'umanoide fa paura perché ti somiglia troppo.

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Come accennato nel primo episodio di questa rubrica, la tecnologia applicata alla robotica, sia in termini di algoritmi sia nel campo dell’ingegneria dei materiali, si è spinta molto avanti. Tanto da creare replicanti quasi identici a noi. Quel “quasi” però, piccola parola apparentemente innocua, apre un abisso che bisogna guardare senza che esso a sua volta guardi in noi – parafrasando Nietzsche.
 Lo stesso Nietzsche del celebre testo “Umano, troppo umano” ci viene incontro per definire cosa sono questi umanoidi. Prendiamo come esempio Sophia, robot dalle capacità sopraffine, tanto da essere insignita, prima volta nella storia, della cittadinanza onoraria dell’Arabia Saudita, in visita pochi giorni fa a Roma. L’androide, dai tratti femminili di Audrey Hepburn, più o meno, è stato lo special guest della serata organizzata da Elettronica Group sul tema della “Geopolitica del digitale”.

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Chi è Sophia, l’umanoide che ti somiglia

Sophia, frutto del’acribia della Hanson Robotics, società fondata dallo studioso di robotica Robin Hanson con sede a Hong Kong, è l’umanoide più all’avanguardia del panorama robotico. Ma c’è un ma. È umano, troppo umano… Come potete vedere, mentre la osserviamo parlare abilmente e con grande naturalezza, e perché no? Eleganza e ironia, sentimenti contrastanti si scatenano in noi. Perché c’è qualcosa di più umano e qualcosa di non ancora umano in “lei” o lui? Qualcosa di indefinito, d’inafferrabile, che scardina le nostre certezze e fa vacillare i nostri valori occidentali/razionali costruiti su secoli e secoli di teoria e prassi dell’identità.

Ma va bene così! Suvvia, non spaventatevi

È dagli anni ’70 che si parla di “Uncanny valley”, la “valle sconcertante”, lo stato di inquietudine che appunto ci provoca la vista di un essere artificiale troppo somigliante a noi. Una teoria tanto bislacca quanto seria e verificata. Confusi? Provate a immaginare di guardarvi allo specchio della toliette come ogni mattina e che il vostro riflesso, a un certo punto, dicesse qualcosa di sensato, mentre voi invece siete in silenzio. Paura, eh? Però in qualche modo siete “voi”. Ergo, quel timore subito si declinerebbe in una diffusa inquietudine. Una valle sconcertante, “uncanny valley”, appunto.
Cosa significa tutto ciò? Che tanto lavoro c’è ancora da fare per superare d’un balzo questa valle dell’inquietudine, perché troppa somiglianza non significa creare un vantaggio per l’utente che poi dovrà, in ultima analisi, interagire con quel robot.
Siamo orgogliosamente imperfetti, e così dovranno esserlo anche gli umanoidi, forse per collaborare nel modo più efficace. Specchi del bagno permettendo.

di Alessandro Isidoro Re

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