lunedì, Ottobre 18, 2021

Striscia di Gaza, il racconto del dramma di un conflitto senza fine

La situazione sulla Striscia di Gaza per via dei conflitti è sempre più drammatica. L'intervista al dottore Hosseyn Morelli, portavoce dell’associazione islamica Imam Mahdi in Italia.

Mary Tagliazucchi
Mary Tagliazucchi, giornalista e fotoreporter si occupa di inchieste, reportage in giro per il mondo, cronaca e attualità. Il suo vizio? Guardare oltre, sempre.

Il conflitto sulla Striscia di Gaza non accenna ad arrestarsi. Per cercare di capire e approfondire meglio cosa stia davvero accadendo nella Terra Santa, Il Digitale.it ha intervistato il dottore Hosseyn Morelli, portavoce dell’associazione islamica Imam Mahdi in Italia.

striscia di gaza
Hosseyn Morelli, portavoce dell’associazione islamica Imam Mahdi in Italia.

Dopo la decisione da parte del Governo israeliano di chiudere la “porta di Damasco” (importante varco di accesso alla Spianata), a Gaza, tra la fazione palestinese di Hamas e Israele, è di nuovo guerra. Un conflitto che, tra un cessate al fuoco all’altro, dura da oltre settanta anni e in questi ultimi giorni ha generato una scia di sangue e vittime innocenti che vede protagonisti loro malgrado: il popolo arabo e quello ebraico. Cosa ne pensa delle ultime, drammatiche, notizie che arrivano dalla Terra Santa?

Per poter inquadrare nella giusta prospettiva quanto sta accadendo in questi giorni in Palestina dobbiamo risalire alle origini stesse del problema di questa Terra, tanto Santa, quanto martoriata. Non possiamo prescindere dal ripercorrere, anche se in maniera rapida e sommaria, i fatti che hanno condotto a una situazione che purtroppo non è peraltro per nulla nuova. Prima della nascita del cosiddetto “Stato di Israele” sul territorio della Palestina storica era presente una piccola minoranza ebraica che conviveva tranquillamente e pacificamente al fianco di una maggioranza araba composta da musulmani e cristiani. Differenti componenti religiose ed etniche che in quella terra, così come in molti altri Paesi del mondo arabo, coesistevano dunque armoniosamente.

Sulla spinta dell’ideologia sionista – che aveva dato vita a un movimento colonialista e razzista ebraico fondato in Europa alla fine dell’Ottocento – nei primi decenni del Novecento in Palestina iniziarono però ad arrivare, provenienti da differenti parti del mondo, sempre più numerosi coloni ebrei, molti dei quali inquadrati in organizzazioni terroristiche ebraiche che poi divennero tristemente famigerate per la loro crudeltà, come la Haganah, l’Irgun e il gruppo Stern, che si resero colpevoli di massacri, pulizia etnica ed attentati.

Tale politica di occupazione coloniale, con il sostegno delle potenze occidentali (in particolar modo di quella inglese) e mediante atti di terrorismo, espulsioni forzate della locale popolazione palestinese e l’accaparramento di più del 50% del territorio della Palestina storica, nel 1948 giunse infine ad ottenere il riconoscimento internazionale di “Stato”, quello di Israele appunto. Quel giorno, tra i palestinesi e nell’intero mondo arabo, viene ricordato come la Nakba, la Tragedia.

Nel corso dei decenni successivi questa occupazione violenta e illegale dei territori palestinesi non solo non si è mai arrestata, ma con la sua politica espansionista Israele – fomentata anche da un fanatismo religioso secondo cui Dio avrebbe concesso quella terra esclusivamente al “popolo eletto”, quello ebraico appunto – ha occupato altri territori palestinesi, compresa la parte occidentale di Gerusalemme, per poi iniziare una lenta ma continua annessione anche della sua parte orientale.

Gli stessi storici israeliani, da quelli affiliati al regime occupante sionista come Benny Morris a quelli invece indipendenti e fortemente critici come Ilan Pappe, hanno ben documentato come Israele sia nato e si sia sviluppato grazie agli stupri, ai massacri e alla pulizia etnica messi in atto contro la popolazione autoctona, quella araba-palestinese.

É solo tenendo a mente tutto ciò – che rappresenta una mera descrizione succinta ed elementare delle sofferenze, ingiustizie e oppressioni patite dal popolo palestinese per mano dell’occupazione israeliana in tutti questi decenni – che è possibile passare a leggere ed analizzare correttamente gli avvenimenti di questi giorni, eventi legati indissolubilmente, in un filo di triste continuità, a quella tragedia iniziale. E di fatto la rabbia popolare palestinese non è esplosa unicamente per la chiusura della “Porta di Damasco”, ma anche per altre numerose e ordinarie vessazioni.

Dagli ostacoli posti da Israele alla realizzazione delle imminenti prossime libere elezioni amministrative palestinesi ai vergognosi espropri delle abitazioni di diverse famiglie palestinesi che dagli anni ’60 vivevano nel quartiere di Sheykh Jarrah, a Gerusalemme est, per concederle ai fanatici coloni ebrei.

Espropri legittimati da tribunali israeliani che si basano su leggi sioniste che legalizzano la pulizia etnica e l’apartheid. Ma la causa principale, che ha dato fuoco alle polveri, è stata la vergognosa dissacrazione della Moschea di al-Aqsa, con la selvaggia aggressione da parte delle forze di occupazione israeliane ai fedeli palestinesi che vi pregavano pacificamente nel periodo più sacro dell’anno per i musulmani, il Ramadan.

Questo avveniva peraltro mentre i fanatici coloni israeliani realizzavano una provocatoria manifestazione proprio sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme, moschee che costoro (ma non solo loro) hanno annunciato a più riprese pubblicamente, da molti anni, di voler distruggere onde potervi ricostruire l’antico Tempio ebraico.

Aggressioni, profanazioni, provocazioni ed espropri arbitrari che hanno suscitato le proteste anche dai Patriarchi e dai Capi delle Chiese di Gerusalemme. Il Patriarca Latino ha denunciato la profanazione della Moschea di Al-Aqsa che “viola la santità del popolo di Gerusalemme, nonché quella di Gerusalemme stessa come Città della Pace”, nonché “la violenza usata [dalle forze di occupazione sioniste] contro i fedeli” e gli sgomberi forzati dei palestinesi dalle loro case a Sheykh Jarrah che “non riguardano una semplice controversia immobiliare tra privati, bensì un tentativo [deliberato di pulizia etnica] ispirato da un’ideologia estremista”, quella sionista appunto, caposaldo ‘filosofico’ del cosiddetto “Stato” di Israele.

L’espulsione forzata di famiglie palestinesi dalle proprie case è stata condannata perfino dalle Nazioni Unite, che per bocca del portavoce dell’Ufficio dell’Onu per i diritti umani (Ohchr) Robert Colville hanno esortato Israele a “interromperle immediatamente”, ricordando come la parte orientale della città santa costituisca “parte dei Territori palestinesi occupati” e come il regime israeliano “non può confiscare proprietà private in queste aree”, azione “proibita dalle legge umanitaria internazionale che può arrivare a essere un crimine di guerra”.

Hamas e gli altri movimenti di Resistenza palestinese hanno quindi più volte messo in guardia il regime israeliano che se non avesse cessato le aggressioni, le espulsioni forzate e le profanazioni dei luoghi sacri, avrebbero reagito.

Tutti questi atti deliberati e provocatori da parte di Israele sono giunti dopo che perfino due importanti organizzazioni di difesa dei diritti umani – una israeliana, “B’tselem”, e l’altra occidentale, “Human Right Watch” – hanno finalmente riconosciuto e denunciato come apartheid le politiche che Israele conduce regolarmente nei territori della Palestina che illegalmente occupa.

Le vittime sono quindi coloro che vivevano in quella terra prima dell’inizio del colonialismo israeliano e che nel corso di questi settanta anni sono stati resi profughi e senza casa, o massacrati a migliaia, mentre i sopravvissuti vivono tra rapimenti e detenzioni arbitrari e inumani e una vita fatta di costante discriminazione, umilianti ingiustizie e continui soprusi per mano del regime israeliano.

Non è quindi soltanto riduttivo ma falso parlare di mera guerra tra Israele e Hamas, perché quella a cui stiamo assistendo è l’ennesima aggressione di Israele contro il popolo palestinese e in particolare contro la porzione che risiede nella Striscia di Gaza. Popolo palestinese che però, con uno spirito indomito e unico, cerca giustamente e legittimamente di difendersi. Mettere sullo stesso piano aggressori e aggrediti, occupanti e occupati, rappresenta quindi una profonda ingiustizia e un totale capovolgimento della realtà.

Lunedì scorso (ndr 17 maggio 2021), l’agenzia Ansa riportava da Tel Aviv la conta dei morti: 220 le vittime palestinesi in una sola settimana dopo l’attacco dell’esercito israeliano che nella notte del 16 maggio ha sferrato decine di attacchi nella Striscia di Gaza. A riferirlo i media internazionali, testimoni nell’enclave palestinese, dove poi gruppi armati hanno lanciato razzi contro Israele. Non sembra esserci tregua tanto che il segretario di Stato americano Antony Blinken, in una serie di telefonate compiute negli scorsi giorni ai ministri degli esteri di Francia, Egitto, Qatar, Arabia Saudita, Pakistan ha affermato: “Basta violenze e tensioni, sia da parte palestinese che da parte israeliana”. La sua visione sull’attuale, nuovo, conflitto?

La violenza e le angherie israeliane contro la popolazione palestinese, come abbiamo detto, non sono purtroppo qualcosa di nuovo. Tale popolo vive sotto l’occupazione e la violenza del regime israeliano da più di settanta anni, ma una censura controllata e una propaganda fuorviante non permettono al mondo di ascoltare la straziante voce di questo popolo oppresso e di mostrare al contempo gli atti di odio, discriminazione e ingiustizia quotidianamente commessi da Israele.

I proclami americani sono ipocriti e ridicoli. Sin dalla fondazione del regime israeliano gli USA sono sempre stati complici dei crimini, dell’occupazione e dell’apartheid sionista, sostenendo questa entità colonialista in ogni modo e difendendola in ogni sede internazionale. È notizia proprio di ieri che gli Stati Uniti del “moderato” Biden, che cianciano di pace e risoluzione del conflitto, hanno approvato la vendita di armi a Israele per un valore di 735 milioni di dollari!

La posizione dell’Unione Europea e di tutte le forze politiche italiane è parimenti vergognosa e connivente, con i differenti esponenti dei partiti italiani che continuano a riaffermare all’unisono la loro solidarietà “senza se e senza ma” a un regime occupante, razzista e infanticida come quello israeliano, tappandosi gli occhi di fronte alle costanti e numerose uccisioni di bambini, donne, anziani e intere famiglie palestinesi. Ma forse ancor più osceno è il tentativo, politico e mediatico, non solo di trasformare l’aggressore in vittima ma anche come “terrorista” e “causa del conflitto” colui che, seppur con mezzi impari, tenta di resistere a un’occupazione e un’ingiustizia che nel mondo contemporaneo non trovano corrispettivi.

Secondo lei l’ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite) che sta ‘cercando’ di coinvolgere tutte le parti verso un cessate al fuoco immediato, riuscirà davvero – per una volta- ad avere un ruolo decisivo?

Non vedo come sia possibile la risoluzione di questa situazione da parte dell’ONU quando, in Palestina come in altre aree dove esistono tensioni e crisi, la causa del conflitto risiede anche nella politica dei due pesi e delle due misure applicata proprio dalle Nazioni Unite. ONU che, non dimentichiamo, possiede una grave responsabilità nell’origine stessa della Tragedia palestinese, avendo conferito legittimità internazionale a un’entità nata grazie a crimini di massa, occupazioni violente, espulsioni forzate della popolazione autoctona e operazioni di pulizia etnica.

Il regime israeliano è chiaramente un regime di apartheid secondo gli stessi criteri dell’ONU. Perché le Nazioni Unite non intraprendono nessuna azione al riguardo? Israele utilizza regolarmente armi illegali contro le zone residenziali e i civili, come le bombe al fosforo, senza subirne alcuna conseguenza in sede internazionale, mentre se queste azioni venissero commesse da Paesi come Iran o Venezuela, verrebbero sottoposti a forti pressioni, dure risoluzioni e pesanti sanzioni.

È questo il motivo principale per il quale le Nazioni Unite hanno perduto la legittimità e l’autorità per poter giudicare e risolvere crisi e conflitti internazionali. Non possiamo aspettarci pace, giustizia e conciliazione da enti che possiedono gravi responsabilità nella nascita e sviluppo di quelle stesse prevaricazioni e non hanno mai svolto un ruolo imparziale ed efficace nella risoluzione dei conflitti, ma anzi spesso e volentieri si sono resi perfino complici di guerre coloniali e criminali, come quella tutt’ora in corso nello Yemen.

Leggi anche: Accordo raggiunto: Hamas e Israele firmano il cessate il fuoco

La guerra è da sempre un gioco di potere dove a muoversi sulla ‘scacchiera’ geopolitica sono gli interessi dei potenti.  Interessi che proseguono a mietere vittime. Quelle stesse vittime che alla fine si ritrovano armate per difendersi o attaccare. Cesserà mai il frastuono delle armi in nome di una pace attesa da tutti e che si fa attendere da troppo tempo? 

Il diritto all’autodifesa, perché questo è ciò che attuano i palestinesi di fronte agli occupanti e aggressori israeliani, oltre ad essere sancito come sacrosanto da Dio, è ritenuto legittimo dal diritto internazionale e sostenuto da qualsiasi intelletto sano. Il Corano ci insegna che uccidere una persona innocente è come uccidere l’intera umanità e salvare una sola persona equivale a salvare l’intero genere umano (5: 32), ma al tempo stesso esso ci ricorda che a coloro che vengono aggrediti è concessa l’autorizzazione di difendersi (22:39). Quindi non solo non crediamo sia un paradosso uccidere “in nome di Dio”, ma quando si tratta di farlo in determinati contesti e condizioni, come quello di respingere gli assalti degli invasori, degli aggressori e dei colonialisti, è del tutto legittimo e sacro.

La giustizia è un valore talmente elevato che a volte richiede l’utilizzo della forza onde porre fine a una situazione di ingiustizia, oppressione, discriminazione e violenza gratuita. Israele ha occupato illegalmente per molti anni il sud del Libano, e né le trattative né le risoluzioni ONU sono riuscite a restituire quei territori allo Stato e alla popolazione libanese. Sono stati unicamente i sacrifici e la lotta della Resistenza libanese a permetterne infine, nel 2000, la liberazione.

La stessa esperienza palestinese costituisce un esempio a tal proposito. Nel corso degli anni la dirigenza palestinese ha pensato di poter fermare le violente e aggressive azioni del regime israeliano attraverso i negoziati e gli accordi, anche umilianti, ma questo non solo non ha fermato la condotta prevaricatrice ed espansionista israeliana, ma l’ha incoraggiata. Questo perché il regime israeliano non rispetta il diritto né possiede alcuna remora morale, ma crede soltanto nei rapporti di forza e nelle equazioni materiali. Ne siamo stati testimoni nel corso di tutti questi settanta anni.

Quando hanno la possibilità di occupare nuove zone e terre, le occupano. Quando possono condurre massacri sulla popolazione civile palestinese, li compiono, anche se di fronte alle telecamere del mondo. Cosa può fermare queste azioni? I negoziati? No. Perché i negoziati non cambieranno le equazioni materiali. Ciò che muta le equazioni è far comprendere all’occupante che ogni sua azione iniqua e crudele non rimarrà impunita, ma avrà una risposta e un prezzo da pagare. È l’unico deterrente. Non ve ne sono altri.

Se in una società non esistesse una punizione legale per coloro che diffondono corruzione, commettono ingiustizie e violano i diritti altrui, l’ordine, la pace e la sicurezza non potrebbero mai regnare. Pertanto una reazione violenta contro coloro che commettono crimini e violano i diritti altrui è logica e ragionevole non solo da una prospettiva religiosa, ma anche materialista.

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Mary Tagliazucchi
Mary Tagliazucchi, giornalista e fotoreporter si occupa di inchieste, reportage in giro per il mondo, cronaca e attualità. Il suo vizio? Guardare oltre, sempre.

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