lunedì, 18 Ottobre 2021

Il pericolo delle armi in mare: parla il biologo Ezio Amato

Le armi in mare in seguito alle guerre o alle esercitazioni militari sono pericolosissime per la salute dell'uomo e della fauna marina. Ne parla Ezio Amato, biologo marino e tecnologo dell'ISPRA.

Cecilia Capanna
Appassionata di temi globali, di ambiente e di diritti umani, madre di tre figli del cui futuro sente un grande senso di responsabilità

Ci preoccupiamo giustamente dei rifiuti e della plastica che vi galleggiano, ma in pochi sanno che sono moltissime le armi in mare che giacciono sul fondo del nostro Mediterraneo, scaricate lungo l’arco della storia recente a partire dalle Guerre Mondiali fino ai nostri giorni.

Anche quando vengono considerate strumento di difesa, tutte le armi provocano inesorabilmente distruzione e morte e purtroppo causano danni gravissimi anche quando non vengono utilizzate, come dimostrano gli studi fatti su quelle in mare.

Il biologo marino Ezio Amato, dirigente tecnologo del Centro nazionale per le crisi e le emergenze ambientali e il danno (ISPRA), ha raccontato chi sono i responsabili di queste armi in mare, quali sono le più pericolose e cosa possono provocare.

Le conseguenze ambientali delle guerre

Le prime a dover essere considerate sono le conseguenze ambientali dei conflitti, partendo dai danni del cimitero chimico di armi in mare ereditate della prima e della seconda guerra mondiale. Gli scontri armati con l’avanzare della tecnologia lasciano ricordi sempre più pericolosi che decenni e decenni non bastano a cancellare. Ezio Amato racconta:

Residuati bellici, armi pericolosissime, disastri ambientali irreversibili, come gli esperimenti nucleari fatti in Polinesia per testare le varie bombe atomiche in mare, sono lasciti ai quali normalmente non si pensa. C’è una sorta di pudore da parte delle autorità nel rivelare certe cose ma nelle acque Italiane, di pertinenza del nostro Stato, è pieno di residuati bellici della prima e della seconda guerra mondiale per il fatto che l’Italia è stata un teatro di guerra piuttosto importante. 

Cancro e mutazioni genetiche, questo provocano le armi in mare

armi in mare - Ezio Amato
Ezio Amato, dirigente tecnologo del Centro nazionale per le crisi e le emergenze ambientali e il danno (ISPRA)

Dopo i due conflitti mondiali, le guerre purtroppo hanno continuato a verificarsi aumentando i depositi di armi in mare Mediterraneo. La guerra nei Balcani, ad esempio, ha portato ulteriormente a riempire l’Adriatico di munizonamento non esploso, pericoloso per i pescatori, per chi deve fare posa di condotte e soprattutto per la fauna marina. Il lavoro di Ezio Amato e dell’ISPRA è stato quello di stabilire quali siano i pericoli e le conseguenze di questa situazione:

Abbiamo fatto degli studi dai quali è risultato che in certe condizioni particolari le armi in mare sono sicuramente di grave pericolo per la fauna marina. Alcune sostanze di natura particolare, quelle contenute nelle cosiddette armi chimiche, restando in acqua hanno un potenziale ancora inalterato dopo decenni e sono sostanze che provocano cancro, nascita di figli deformi, possono modificare l’assetto genetico degli individui di una certa specie con conseguenze che sono a lungo termine e la cui portata è molto difficile da poter valutare. 

Abbiamo avuto riscontro di questi effetti in diversi siti dove sono state affondate volontariamente armi chimiche in Adriatico, o involontariamente, come nel caso di poligoni vicino al mare in cui ci si esercita a sparare e i colpi fuori bersaglio finiscono in mare. In tutte queste situazioni si tratta di un problema consistente non soltanto per i pescatori, che sono soggetti per primi all’esposizione a questo pericolo, ma anche per la fauna marina.

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Affondamento volontario di munizioni e esercitazioni: ecco perché ci sono tante armi in mare

L’affondamento di munizionamenti per disfarsene era una pratica normale fino agli anni 70 in tutto il mondo. Quando uno stock di bombe non andava più bene veniva buttato in mare: questa la prima causa dei cimiteri chimici di armi in mare.

Gli altri responsabili sono i poligoni e le esercitazioni militari. Se una volta le esercitazioni implicavano l’uso di munizionamento da guerra e una attenzione all’ambiente insufficiente, oggi invece ci sono delle regole molto stringenti. Ezio Amato racconta degli studi effettuati nelle acque adiacenti al poligono di Capo Teulada in Sardegna, da cui sono “sfuggite” in mare moltissime munizioni:

Fortunatamente, abbiamo potuto verificare che in quel luogo ci sono delle condizioni idrografiche tali per cui non c’è la possibilità che questi contaminanti possano effettivamente avere un effetto negativo sull’ecosistema. Lo abbiamo studiato comparando lo stato di salute di alcuni organismi stanziali prelevati sia nelle acque che lambiscono poligoni militari, sia nelle acque in cui ci sono sedimenti  e situazioni analoghe dal punto di vista ecologico ma prive di questo tipo di fenomeno.

Il risultato quindi dipende da dove avvengono questo tipo di rilasci. In un ambiente fangoso, per esempio, è molto più facile che la munizione venga affondata nel tempo e la corrosione agisca in maniera più veloce. Questo è un caso che si più presentare in circostanze molto localizzate.

Come si comportano i veleni sott’acqua

Uranio, arsenico, iprite, lewsite, fosgene e difosgene, acido cloro solfonico e cloropicerina sono alcune delle sostanze chimiche con cui vengono caricate le munizioni degli strumenti di guerra come mortai, missili, bombe da aereo, granate da nave. Tutto questo è costruito senza tenere conto delle esigenze dell’ambiente.

In Italia esiste un centro militare abilitato a bonificare il territorio nazionale dalle armi chimiche che vi si trovano. Si tratta del Centro Tecnico-logistico interforze (CETLI), un laboratorio estremamente specializzato nel trattare queste sostanze pericolosissime. Cosa succede quando questi veleni finiscono sott’acqua insieme alle armi in mare? Ezio Amato spiega:

Questi prodotti venefici in mare hanno un comportamento non sempre identico a quello che hanno in atmosfera. L’iprite per esempio sott’acqua rimane perfettamente solida, inalterata e capace di provocare effetti nocivi per lunghissimo tempo. 

 

Nel caso del micidiale uranio impoverito invece, causa di leucemie e tumori se inalato con le polveri della deflagrazione, fortunatamente non sembrerebbe essere pericoloso una volta immerso con le armi in mare. Amato racconta:

In mare le radiazioni dell’uranio impoverito vengono bloccate dall’acqua, non per altro in una centrale nucleare le barre di uranio vengono immerse in piscine di acqua. L’acqua dunque scherma dai raggi gamma. Di fatto è impossibile che un proiettile ad uranio impoverito caduto in mare sviluppi effetti sensibili. 

Le convenzioni internazionali risolvono il problema delle armi in mare?

Ben due convenzioni internazionali hanno proibito l’uso di armi biologiche e armi chimiche. Nonostante ciò, nel 2017 l’areonautica siriana ha usato gas sarin e bombe al cloro contro la popolazione civile non rispettando gli accordi.

Le esercitazioni militari inoltre, anche di paesi che con il mare nostro non c’entrano nulla come la Russia, avvengono spesso nelle acque internazionali del Mediterraneo senza alcuna cura e alcun rispetto dell’ambiente, legittimate dalle convenzioni internazionali sul diritto del mare. Amato denuncia:

Voglio segnalare che nelle convenzioni internazionali sul mare, quella per esempio che dice cosa si possa o non possa buttare in mare, a pagina uno riportano che le direttive che seguono devono essere osservate da tutte le navi e tutti gli aeromobili tranne quelli militari.

In pratica è stato deciso che per andare ad ammazzare il prossimo non sia necessario tutelare l’ambiente. Non esiste nessun regolatore, nessun garante, zero. Non per altro sono stati fatti esperimenti con le bombe atomiche in mare fino a non troppi anni fa. 

Quali le soluzioni?

Per quanto riguarda le esercitazioni militari, sebbene oggi non si usino più le munizioni da guerra ma armi con carica ridotta, resta il fatto che dentro ci siano comunque metalli pesanti e altre sostanze che che nel tempo affliggono il territorio soprattutto in caso di armi in mare. Ezio Amato propone:

Queste sostanze potrebbero essere sostituite qualora vi fosse un controllo di qualità da parte di un’autorità pubblica che verifichi di che cosa sono fatte le munizioni.

Ovviamente però la soluzione radicale al problema sarebbe il disarmo e fare in modo che non si verifichino più conflitti armati. Amato conclude:

Per noi eco-pacifisti la soluzione è il disarmo unilaterale, che è un’utopia. Al momento quindi dobbiamo solo tenere deste le nostre attenzioni, allargare le conoscenze, che sono scientifiche non di tipo emotivo, basate sugli studi pubblicati su riviste internazionali.

In tutto il mondo siamo in centinaia di scienziati che si occupano di questo, purtroppo però siamo una minoranza rispetto alla capacità di veicolare idee e proposte a chi poi deve decidere e che decide normalmente in funzione di parametri diversi da quelli della tutela dell’ambiente, anche quando si dice che si fa qualcosa per il cambiamento climatico, come se fosse solo quello il problema del nostro pianeta.

 

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Cecilia Capanna
Appassionata di temi globali, di ambiente e di diritti umani, madre di tre figli del cui futuro sente un grande senso di responsabilità

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