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Neuroni Alternativi, quando la ricerca scientifica diventa social

È partita l’iniziativa di crowdfunding della giovane ricercatrice Chiara La Rosa. La raccolta, lanciata su Facebook, servirà a finanziare il progetto 'Neuroni Alternativi', che cercherà una cura alle patologie del sistema nervoso.

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I grandi passi in avanti nel campo delle neuroscienze ci hanno fatto capire che il cervello è un organo talmente complesso che c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire. Infatti, molte sono le domande sulla struttura e la funzione di quest’organo alle quali ancora non abbiamo risposta.

Il cervello non è un organo incline a rinnovare i suoi componenti cellulari. Un problema che da tempo impegna la materia riguarda proprio la plasticità strutturale dell’organo, cioè la sua capacità di cambiare forma e numero dei suoi componenti nel corso della vita. Trent’anni fa si è scoperto che nuovi neuroni possono essere generati in piccole zone del cervello adulto. Queste nuove popolazioni di cellule nervose, presenti già alla nascita, rimarrebbero in uno stato di immaturità all’interno della corteccia cerebrale come una riserva in attesa di essere utilizzata nel momento del bisogno. L’ipotesi formulata dagli scienziati che studiano questi neuroni è che essi possano rimanere in stand by per lungo tempo per poi integrarsi nei circuiti nervosi ‘aggiungendosi’ progressivamente come nuovi elementi.

La ricerca ha un potenziale conoscitivo enorme. Questa nuova fonte di plasticità potrebbe prevenire l’invecchiamento cerebrale e, con un po’ di fortuna, dimostrarsi utile nella cura di malattie neurologiche degenerative quali il morbo di Parkinson, la malattia di Alzheimer o la sclerosi multipla. Nella maggior parte dei casi l’insuccesso delle terapie adottate per queste patologie è dovuto alle scarse capacità del sistema nervoso di riparare le cellule danneggiate e alla sua incapacità di sostituirle. Una riserva di neuroni ‘nuovi’ rappresenta un eccezionale strumento per mantenere giovane ed efficiente il nostro cervello.

Il team di ricercatori che lavora al progetto ‘Neuroni Alternativi’.

La materia è senz’altro delicata. Per questo abbiamo provato a capirne di più intervistando la giovane ricercatrice italiana Chiara La Rosa, impegnata nel progetto del prestigioso Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi. Chiara, classe 1988, da circa quattro anni fa parte dello studio, ma la mancanza di fondi minaccia la chiusura della ricerca. Per questo, insieme al suo supervisore, il professor Luca Bonfanti, ha pensato di rivolgersi al web con un’iniziativa di crowdfunding. Ecco quello che ci ha raccontato.

Chiara, come ti sei avvicinata al progetto ‘Neuroni alternativi’ e da dove nasce nello specifico l’interesse per la ricerca sui neuroni immaturi?

Ho iniziato a studiare i neuroni immaturi all’inizio del mio dottorato, ormai quasi quattro anni fa. Il mio supervisore, il Prof. Luca Bonfanti, coresponsabile del gruppo Neurogenesi Adulta presso il Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi, il NICO, cercava un dottorando e la ricerca riguardava questa nuova popolazione cellulare poco studiata. In quel periodo io cercavo una posizione di dottorato nel campo delle neuroscienze e ho pensato che il progetto potesse far per me: mi è sembrato un’ottima opportunità, molto interessante e stimolante, che mi avrebbe permesso di cimentarmi in qualcosa di estremamente nuovo.

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Per chi non è del settore è difficile comprendere in modo corretto il concetto di plasticità cerebrale, neuroni alternativi e neuroni immaturi. Puoi provare a spiegare a un profano cosa sono e come si comportano? A cosa servono?

Con il termine plasticità cerebrale ci riferiamo a tutti quei cambiamenti funzionali e strutturali che permettono al nostro cervello di adattarsi all’ambiente esterno, come una marcia in più per sopravvivere. La neurogenesi adulta è la forma di plasticità cerebrale che è stata maggiormente studiata negli ultimi anni perché permette di generare nuovi neuroni durante la vita adulta. Negli anni ’90 però è stato scoperto un nuovo tipo di plasticità: i neuroni immaturi. Queste cellule della corteccia cerebrale vengono prodotte durante lo sviluppo embrionale e rimangono in uno stato di immaturità durante la vita adulta. Di questi neuroni sappiamo davvero poco, ad esempio non ne conosciamo la funzione: l’ipotesi più accreditata è che siano in grado di maturare e di integrarsi nei circuiti nervosi. Questa sarebbe un’enorme opportunità per il cervello, che mantiene plastica la corteccia cerebrale, responsabile di moltissime funzioni complesse come il pensiero ed il linguaggio. Questa popolazione cellulare potrebbe essere anche uno strumento per limitare i danni cerebrali causati da invecchiamento, patologie o traumi.

Con il mio dottorato abbiamo avviato un progetto ambizioso, il progetto NEURONI ALTERNATIVI, che si propone di studiare i neuroni immaturi in un’ottica comparativa. Abbiamo valutato la loro presenza in dodici specie di mammiferi, dimostrando che sono più abbondanti in quelle con cervello più simile all’uomo, come lo scimpanzé, il gatto e la pecora. A questo punto vorremmo capire qual è la situazione nella specie umana, ottenendo i campioni dall’Istituto di Sanità americano.

Per circa vent’anni sono stati trascurati gli studi sui neuroni immaturi. Ora l’interesse è aumentato e il progetto avrebbe bisogno di uno staff più nutrito e apparecchiature idonee per portare avanti gli studi. Il ricavato del crowdfunding sarà destinato a questo tipo di investimenti? Cos’altro sarebbe necessario per mantenere la ricerca?

Al NICO le attrezzature all’avanguardia non mancano, mentre è sempre più difficile trovare i soldi per pagare i giovani ricercatori dopo il dottorato. Al momento il ricavato del crowdfunding è stato impiegato per pagare una borsa di studio di 6 mesi per me che ho seguito il progetto sin dall’inizio. Purtroppo, i tempi richiesti da questo tipo di ricerche sono molto lunghi, dell’ordine di anni. È questo il motivo per cui il nostro crowdfunding non si ferma mai! Ovviamente in parallelo cerchiamo fondi scrivendo progetti che mandiamo a diverse fondazioni ed Enti.

Oltre all’università di Padova, state collaborando con partner all’estero. Il National Institute of Health americano ha donato al NICO dei campioni di cervello umano. Ci sono anche il dipartimento di antropologia degli USA, l’università di Valencia e l’INRA in Francia e il dipartimento di anatomia dell’università di Zurigo. Se dovesse essere possibile proseguire i suoi studi al NICO, in quale altro laboratorio potrebbe lavorare per non interrompere il progetto di ricerca?

In alcuni di questi laboratori ho trascorso dei brevi periodi di ricerca durante il mio dottorato: sono stata a Washington, a Valencia ed a Zurigo. Sono state tutte esperienze molto formative sia professionalmente che personalmente. Al momento spero di aver modo almeno per un altro anno di riuscire a dedicarmi al progetto neuroni alternativi qui a Torino e dopo fare un’esperienza all’estero per imparare nuove tecniche ed arricchire il mio bagaglio di competenze. Se non dovessi trovare nessuna opportunità qui, potrei anticipare il mio piano: non so esattamente dove andrei, al momento non ho ancora contattato nessuno all’estero, ma guardando anche alla qualità della vita, oltre che della ricerca, sogno il Nord Europa.

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Le iniziative di crowdfunding hanno più o meno riscontro sui social network. Spesso le persone si interessano a storie commoventi o dal grande impatto sociale. Come è stata accolta sul web la tua richiesta di finanziamento? Social e Scienza ti sembra stiano interagendo in modo positivo?

Il mio supervisore, il Prof. Luca Bonfanti, ha seguito in prima persona l’iniziativa del crowdfunding su Facebook cercando di raggiungere il maggior numero di contatti possibili. Questo sistema ci ha permesso di sensibilizzare la gente sull’impatto della ricerca di base sulla società e sulla scarsità di fondi ad oggi disponibili. Dall’altra parte abbiamo sempre trovato un pubblico interessato e curioso, sempre pieno di domande verso le nostre ricerche e pronto a sostenerci con le sue donazioni. In quest’ottica trovo quindi che i social network possano essere un ottimo sistema per fare divulgazione scientifica ad ampio spettro.

Con il progetto ‘Neuroni Alternativi‘ non si promettono farmaci e cure a breve termine, ma un incremento di conoscenze che potrebbe migliorare la qualità della vita di tutti e che, pertanto, dovrebbe interessare tutti noi.

di Elza Coculo

 

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