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“La mafia chiedeva il pizzo a mio padre, non chiamatemi la figlia del pentito”

In Italia il servizio centrale di protezione tutela i testimoni di giustizia, fornendo assistenza legale, sociale e sanitaria. Ma tutto questo costa un prezzo umano elevatissimo, quando la protezione diventa una prigionia insopportabile.

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In Italia sono circa un’ottantina i testimoni di giustizia: persone che non hanno commesso alcun reato, provenienti dal tessuto economico e sociale imprenditoriale. A differenza dei collaboratori di giustizia, i “pentiti”, non appartengono ad ambienti malavitosi, anzi ne sono vittime. Diventano testimoni dopo aver subito estorsioni o aver visto e denunciato crimini di diversa natura.

Una volta che i testimoni e le loro famiglie accedono al programma di protezione, devono cambiare identità, nascondendo o del tutto annullando i legami con il loro passato, venendo sradicati dai contesti di provenienza. Lo stato contribuisce al sostentamento dei testimoni con uno stipendio che si aggira introno ai 1000-1500 euro al mese, ma spesso non è sufficiente.

Vivere sotto protezione significa rinunciare a un’esistenza normale, astenendosi dal lavoro, dai rapporti con amici e familiari più stretti, ma anche e soprattutto, dal dire la verità.

Un annientamento che logora dall’interno le persone che hanno avuto il coraggioTestimoni di giustizia di denunciare i loro vessatori. Le vittime del “pizzo” sono costrette a una vita di ombre, in cui l’angoscia dell’essere scoperti diventa una prigione forse peggiore alla galera vera e propria.

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La storia di Sofia, una vita nell’ombra

La storia di questa ragazza figlia di un imprenditore testimone di giustizia ne è un emblema. A 22 anni ha già cambiato più volte nome e residenza per scappare alla mafia che ha perseguitato il padre.

Schiva e diffidente, Sofia – così l’ha soprannominata l’intervistatore del Corriere della sera che l’ha incontrata – ha dovuto affrontare un’infanzia e un’adolescenza difficili. Il padre, nel 2005, ha avuto il coraggio e la forza di denunciare i numerosi taglieggiamenti ricevuti da parte della malavita. Oggi forse quel coraggio non lo avrebbe più, considerando quanto sia cambiata la vita della sua famiglia da allora.

Trasferimenti, nascondigli, allarmi, divieti ma anche scorte armate e la paura costante di dover fuggire. Forse troppo per una ragazza con tanti sogni e molta malinconia. Il passaggio all’età della consapevolezza l’ha segnata profondamente, imparando a sue spese che la libertà è un concetto relativo nel programma di protezione.

Sofia ha dovuto mentire, nascondere la sua provenienza, instaurare legami basati sull’ambiguità e sulle bugie. Tutto questo l’ha portata alla soglia della depressione, sentendosi come in gabbia ed essendo additata, erroneamente, come “la figlia del pentito”. Ogni spostamento della ragazza doveva essere dichiarato e autorizzato, oltre che sorvegliato da tre uomini armati. L’unico suo momento di evasione era la lettura, a cui si è aggrappata negli anni di “prigionia”. E forse grazie ai libri e alla sua brama di libertà, Sofia è riuscita a riprendersi parte della sua vita rubata: andare in discoteca, uscire senza chiamare, seguire un corso da estetista, frequentare un ragazzo.

L’augurio è che tutte le persone nelle sue condizioni riescano infine a recuperare una vita dignitosa e la libertà di scegliere, pur continuando a combattere la criminalità.

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di Enrica Vigliano

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