venerdì, Ottobre 30, 2020

Gli italiani in Fase 2: c’è chi si butta nella movida e chi ha paura di uscire di casa

Tonia Samela
Tonia Samela
Tonia Samela, nata a Potenza nel 1994. Psicologa Clinica e Dottoranda di Psicopatologia del Comportamento, attualmente conduce la sua attività di ricerca a Roma. È attiva nella promozione della salute e nella divulgazione scientifica del sapere psicologico.

L’emergenza sanitaria provocata dal Coronavirus ha costretto la popolazione a modificare in modo radicale il proprio stile di vita. Le disposizioni emanate dai Governi di tutti i Paesi del mondo hanno costretto i cittadini a grandi sforzi di osservanza delle regole.

Il sacrificio del distanziamento

Preoccupazione, ansia e voglia di lasciare la città dove si era domiciliati per tornare presso i propri cari sono gli stati d’animo e i comportamenti più diffusi, soprattutto all’inizio dell’emergenza. Occorre ricordare che una situazione rischiosa è più terrificante se percepita come nuova, con conseguenze non completamente note e con effetti che si protraggono nel tempo e per molte persone. Di fronte al pericolo percepito come massivo e incontrollabile, la reazione di panico è spesso la reazione più naturale. Leggi anche: Coronavirus e fuga dal Nord, perché siamo tentati di fare ciò che ci viene vietato?

Movida, perché giudichiamo cosa fanno gli altri e non guardiamo noi stessi?

Successivamente, una volta assimilate le istruzioni propedeutiche alla diminuzione del contagio, ha predominato uno stile maggiormente guardingo nei confronti dell’altro, soprattutto nei confronti del comportamento dell’altro. Appena recepite e assorbite le restrizioni relative al lockdown, l’attività di monitoraggio di molti si è concentrata sullo scovare chi, in barba alle prescrizioni, metteva in atto comportamenti non più permessi.

La caccia all’untore

Di fronte a norme sempre più stringenti infatti può essere facile cadere ulteriormente nel panico e, allo stesso tempo, amplificare il nostro bisogno di controllo anche sulle azioni degli altri. Siccome non è controllabile quello che succede in natura, allora ci si appella a ciò che invece è denunciabile, arginabile, condannabile. In questo caso si è trattato del comportamento del nostro simile. Stiamo parlando di quel fenomeno che ha preso il nome di “caccia all’untore”. Abbiamo compreso inoltre che un altro modo di reagire in maniera non razionale e sostanzialmente opposta a ciò che ci viene prescritto ha lo scopo principale di ridurre ansia e paura. Il non osservare le norme, il fare ciò che è vietato ha, di fatto, lo scopo di rimuovere l’angoscia e di cercare di recuperare una percezione illusoria di controllo personale sul rischio stesso e sulla propria esistenza. In questo modo è possibile spiegare il comportamento di chi ha sentito di dover reagire in senso opposto a ciò che veniva prescritto.

Le rezioni psicologiche della Fase 2 fra paura e voglia di libertà

Con il procedere dei mesi, poi, c’è stata la possibilità di allentare le restrizioni, tenendo comunque alta l’attenzione sulla possibilità di contagio. A livello cognitivo questo ennesimo cambiamento appare ancora una volta destabilizzante. Con l’inizio della fase 2 ci si è domandati che cosa sarebbe accaduto con il de-confinamento, quali sarebbero state le ripercussioni psicologiche e se con la riapertura sarebbe dilagata una sensazione di euforia o di paura. L’assunto di base è che a seconda del proprio vissuto personale, alle proprie convinzioni e alle proprie caratteristiche individuali, abbiamo affrontato il lockdown in modo diverso. Ne consegue che in modo altrettanto diverso stiamo affrontando l’uscita da questa situazione di confinamento.

Come sarò durante il lockdown?

Ogni volta che un comportamento nuovo viene imposto, l’essere umano compie un grande sforzo al fine di modificare le proprie abitudini e ridefinire la propria quotidianità, non solo da un punto di vista pratico o esperienziale, ma soprattutto cognitivo. “Come sarà la mia immagine durante il lockdown? Quanto sarò diversa rispetto a prima? E ora che sono costretto di nuovo a cambiare abitudini e comportamenti, posso tornare a come ero prima?” Di fronte all’ennesima risposta negativa, ovvero: “No, caro cittadino, il contagio è ancora possibile, non ti sto chiedendo né di continuare a comportarti come hai imparato ultimamente, né come ti comportavi prima, ti sto chiedendo di cambiare ancora una volta, di diventare, di nuovo, ancora diverso da prima”, sono due le possibili reazioni che sembra siano state maggiormente osservate di fronte a questa ennesima sensazione di incertezza e di necessità di cambiamento.

Panico, ansia, frustrazione per il ritorno alla normalità

Chi ha vissuto più serenamente la quarantena può manifestare, con la fase 2, frustrazione e ansia per il ritorno alla normalità. Secondo la Società Italiana di Psichiatria sarebbero oltre un milione gli italiani che stanno sviluppando questa sorta di paura per il de-confinamento, la cosiddetta “sindrome della capanna”, l’insieme delle conseguenze fisiche, emotive e psicologiche che alcune persone si trovano a fronteggiare, quando devono riprendere la loro quotidianità dopo un lungo periodo di chiusura e confinamento. Per definire la sindrome della capanna si è preso spunto dalla Sindrome Post-Incarcerazione (Post-Incarceration Syndrome – PICS), che è una severa condizione mentale, caratteristica delle persone rilasciate dalla prigione, che si trovano a dover rimodularsi in funzione del mondo esterno.

Come reagiamo quando ci viene ridata la libertà?

Chi non ha mai fatto proprio il nuovo stile di vita del confinamento lo ha fatto con enormi sacrifici e a malincuore. Allo scattare della fase 2 ha messo in atto gli stessi comportamenti pre-lockdown, alla base di questo comportamento è possibile comprendere che, fino ad alcuni giorni fa, ci veniva detto esattamente ciò che si poteva o non si poteva fare, limitando la libertà personale. Questa situazione è emotivamente fastidiosa, perché il nostro spazio di libertà si è improvvisamente ridotto. A un certo punto si è detto che potevamo mettere fine a questa condizione, considerando però tutta una serie di nuove e poco controllabili condizioni.

Il ritorno alla socialità ma esponendosi al rischio

Teads

Ora lo spazio attuale è completamente diverso. La nostra vita è fatta di nuovo di interazioni sociali, ma è diventato ancora più evidente l’assunto per cui “la mia libertà finisce dove inizia quella dell’altro”. Prima del lockdown, questa era una verità spesso molto implicita e trascurata, ora ce la ritroviamo invece come evidenza, e con una complicazione in più non da poco: il mio spazio individuale è totalmente dipendente dai movimenti dell’altro: “Sono libero se nessuno si muove verso di me, perché potrebbe contagiarmi e costringermi a un nuovo isolamento”.

Riadattarsi alla normalità non è poi così facile

Di fronte a questa difficile libertà, per alcuni è molto più immediato ignorare questa condizione e tornare molto più semplicemente alla realtà pre-lockdown. Al di là delle risposte più o meno tipiche alla fine del confinamento è evidente che però sia necessario trovare un elemento di coordinamento di noi stessi con tutti gli altri. Questa è una cosa già normalmente difficile, basti pensare a cosa vuol dire gestirsi in un ufficio, in un centro commerciale, in un locale o in una strada molto affollata. Questa, in più, è una normalità del tutto diversa, sia rispetto a quella che è stata sperimentata negli ultimi due mesi, sia rispetto a quella pre-lockdown.

Uscire significa fare i conti con la paura del contagio

Non solo dobbiamo fare i conti con le consuete e stressanti negoziazioni sociali a cui, durante la quarantena, all’interno dei nostri appartamenti, ci eravamo disabituati, ora c’è il rischio di trovarci di fronte a situazioni in cui il fallimento di questa negoziazione sociale si associa a un pericolo, quello del contagio. La moderazione è la misura più difficile perché non è un comportamento standard a cui aderire con più o meno scrupolo, bensì qualcosa che si raggiunge con continue negoziazioni che devono essere messe in atto in continuazione. Questo, da un punto di vista cognitivo, è faticosissimo. Per sperimentare la libertà senza incorrere in o far correre agli altri troppi rischi occorre molta costanza e molta capacità di autoregolazione – o Self-regulation- e forse non tutti sono pronti a questa ennesimo impegno sociale, o prova di coraggio, a seconda della prospettiva. Leggi anche: Coronavirus, l’aiuto degli psicologi italiani: Anche non far niente è utile a qualcosa di Tonia Samela      

Tonia Samela
Tonia Samela
Tonia Samela, nata a Potenza nel 1994. Psicologa Clinica e Dottoranda di Psicopatologia del Comportamento, attualmente conduce la sua attività di ricerca a Roma. È attiva nella promozione della salute e nella divulgazione scientifica del sapere psicologico.

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