venerdì, Settembre 25, 2020

Giappone, tacchi alti e niente occhiali in ufficio se sei donna: si scatena la polemica

Enrica Vigliano
Enrica Vigliano
Enrica Vigliano, 33 anni, romana per adozione. Lavora nel mondo dell’arte e della comunicazione di eventi, dopo gli studi di Archeologia e di Business dei beni culturali. Adora parimenti la matematica e la grammatica, avendo una predilezione per le parole crociate e per la vita all’aperto.

La nuova protesta sulla discriminazione di genere, dallo slogan “vietati gli occhiali”, impazza da qualche giorno sui social, tanto da aver scalato le classifiche dei trending topic di Twitter. La notizia arriva dal Giappone, terra di tradizioni millenarie e contraddizioni, sospesa tra le avanguardie tecnologiche e i retaggi di una cultura fortemente conservatrice, tra sovrappopolamento cittadino e crollo demografico. La disputa si è accesa a seguito della messa in onda di un reportage, su una nota trasmissione televisiva nipponica, che denunciava come alcuni datori di lavoro abbiano vietato alle proprie dipendenti di indossare gli occhiali. Non è chiaro se i cosiddetti “divieti” siano basati su politiche aziendali, o piuttosto riflettano pratiche socialmente accettate sul ruolo della donna giapponese.

Divieto di occhiali, quando la bella presenza è più importante della salute

I motivi? Svariati e improbabili, il più delle volte. Ma ciò che infervora gli animi è soprattutto il fatto che siano solo le donne a dover rinunciare agli occhiali. Se il divieto sembrerebbe ancora ammissibile nel caso delle hostess, per ragioni di sicurezza in caso di emergenza, molto meno comprensibile lo è per le addette al pubblico. Una donna ha testimoniato di essere stata ammonita per aver sfoggiato i suoi occhiali nel ristorante in cui lavorava. Il suo superiore le avrebbe chiesto Cosa succederebbe se ti cascassero nella pentola in cui stai cucinando? O nel piatto che stai servendo? Le lavoratrici nel campo delle vendite al dettaglio, poi, non se la passano meglio. Come si legge nei post, alcuni dei quali condivisi migliaia di volte, le recriminazioni sono le più variegate. Da chi dice che le lenti facciano apparire la figura troppo fredda e distaccata, a chi sostiene che gli occhiali “stonino” con l’abito tradizionale, il kimono, si passa addirittura a chi sostiene che indossarli sia una forma di scortesia nei confronti del cliente. Le dipendenti vengono invitate a preferire le lenti a contatto in modo da non rovinare l’ovale del viso o il profilo che mostrano al pubblico. Leggi anche: Addio beauty blogger, benvenute ‘cleaning influencer’

La furia della rete si riaccende dopo la battaglia contro i tacchi alti

L’hashtag “vietati gli occhiali” ha suscitato la furia dei social. Tra gli utenti c’è chi si lamenta delle regole definendole anacronistiche e chi invece definisce i datori di lavoro idioti. C’è chi sottolinea che da nessuna parte si menzioni un simile trattamento per gli uomini, esenti evidentemente dalle imposizioni valide per le colleghe. Kumiko Nemoto, professoressa di sociologia all’Università degli Studi Esteri di Kyoto, reputa che il clamore evocato dalla vicenda sia l’indice di una ribellione popolare a politiche ormai superate. Esattamente com’è successo nel caso della campagna lanciata dall’attrice e scrittrice Yumi Ishikawa nei primi mesi del 2019. #KuToo, gioco di parole tra #MeToo, kutsu, scarpe in giapponese, e kutsuu, dolore, ha raccolto le firme di oltre 31.000 sostenitori, concordi nel bandire l’utilizzo obbligatorio delle scarpe con il tacco prima di essere stroncata.   Sì perché, ironia della sorte, un altro Nemoto, Takumi, il ministro alla Salute, Lavoro e Benessere del Giappone, si è opposto alla campagna. Un chiaro segno di quanto il dissidio sull’abbigliamento lavorativo sia lungi dall’essere risolto.  

La salute e la sicurezza degli impiegati devono di certo essere protetti. Ma è un fatto generalmente accettato dalla società che le donne debbano indossare tacchi alti nei luoghi di lavoro. È una prassi necessaria, appropriata e consona.

La Ishikawa è tornata all’attacco, sostenendo la campagna pro occhiali:

se indossare gli occhiali al lavoro fosse un vero problema, dovrebbero essere vietati per tutti, maschi e femmine. Questa imposizione sulle lenti è la stessa dei tacchi alti. È una regola per le sole donne!

Le fa eco Kanae Doi, direttore del Human Rights Watch Giappone:

se le regole vietano solo alle donne di indossare gli occhiali, si tratta di una disparità di genere. Le ragioni per cui le donne non dovrebbero portare gli occhiali non hanno davvero senso. E’ tutta una questione di sesso. E’ piuttosto discriminatorio.

Il difficile equilibrio tra tradizione e modernità

D’altronde parliamo pur sempre di una nazione in cui le antiche tradizioni e gli usi di una volta costituiscono ancora una parte preponderante della vita quotidiana.

Impiegate, tutte con scarpe col tacco
Un paese che ha fatto del rispetto e della cortesia il suo vanto. Anche se il Giappone è uno dei paesi più “moderni” al mondo. Ma è pur vero che se da una parte è all’avanguardia in numerosi settori, dall’altra arranca ancora agli ultimi posti del World Economic Forum in campo della parità di genere. L’ultimo rapporto globale rivela infatti che il Paese del Sol levante si piazza al 110° posto sulle 149 nazioni analizzate per quanto riguarda il divario esistente sul lavoro tra donne e uomini. L’Italia, dove spesso si raccontano storie analoghe sebbene non così estreme, è al 70°. Così, mentre Microsoft sperimenta felicemente a Tokyo la settimana lavorativa da 4 giorni, le impiegate giapponesi insorgono contro i propri datori di lavoro e contro le politiche maschilistiche a cui devono sottostare.

Quando la maternità mette a rischio il posto di lavoro

La legge sugli standard lavorativi del Giappone proibisce la discriminazione di genere solo per quanto riguarda il salario. Non per tutto il corollario di assunzioni, licenziamenti e gerarchie in cui si articolano le aziende. Infatti, i problemi delle donne lavoratrici in Giappone, tra tacchi alti e occhiali, sono ancora più seri se si parla del fenomeno del matahara. Il termine, che deriva dall’abbreviazione delle parole inglesi maternity, “maternità” e harassment, “molestie“, indica tutti quegli agli abusi, fisici e mentali, in caso di gravidanza o parto. Spesso vengono perpetrati da parte di colleghi, datori di lavoro e familiari che spronano le lavoratrici a dimettersi per occuparsi a pieno della famiglia, come è consono per una donna giapponese. E a rendere ancora più ingiusta la situazione sono le campagne del governo che incentivano le donne ad avere più figli, per far fronte all’inesorabile invecchiamento della popolazione.

Problemi di dress code: l’altra faccia della luna

Siamo sicuri che solo il mondo rosa sia oggetto di discriminazione per il dress code? Joey Barge, un ragazzo inglese impiegato in un call center, qualche anno fa ha provato a dire la sua. Cacciato dal posto di lavoro perché in bermuda, è tornato in ufficio indossando un fresco abito da donna, adatto alla calura estiva. Secondo il giovane, sarebbe stato discriminatorio allontanarlo dal posto quando le sue colleghe sfoggiavano i medesimi indumenti. La sua provocazione all’epoca se le donne possono indossare gonne e vestiti al lavoro perché io non posso portare gli shorts? fece altrettanto scalpore, tra ilarità e solidali – tutti maschi questa volta – alla sua trovata. Leggi anche: Le migliori strategie per aumentare la produttività

Enrica Vigliano
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Enrica Vigliano, 33 anni, romana per adozione. Lavora nel mondo dell’arte e della comunicazione di eventi, dopo gli studi di Archeologia e di Business dei beni culturali. Adora parimenti la matematica e la grammatica, avendo una predilezione per le parole crociate e per la vita all’aperto.

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