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Educazione sessuale ancora tabù nelle scuole italiane, il ritardo è inammissibile

L'Organizzazione Mondiale della Sanità considera la salute sessuale parte integrante dei diritti umani. La nostra intervista a Maria Serena Sapegno, docente alla Sapienza di Roma.

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La cultura italiana è molto rigida quando si tratta di discorsi sulla sessualità. Lo è al punto da arrivare a sottovalutare la necessità di un’adeguata formazione sessuale nelle scuole pubbliche. In uno stato civile quest’ipocrisia va inquadrata come molto grave. L’accesso all’educazione sessuale è riconosciuto dall’ONU nel novero dei diritti umani fondamentali e l’Organizzazione Mondiale della Sanità informa chiaramente che il raggiungimento della salute sessuale dell’individuo passa da una corretta educazione alla sessualità. In un corposo rapporto del 2010, dal titolo Sexual Education in Europene sono ampiamente argomentate le ragioni.

L’educazione sessuale aiuta a preparare la gioventù alla vita in generale, specialmente per quanto riguarda il costruire e il mantenere relazioni soddisfacenti, e contribuisce allo sviluppo della personalità e della capacità di auto-determinazione.

Nella maggior parte dei paesi europei l’introduzione della materia nelle scuole primarie ha coinciso con la rivoluzione sessuale degli anni ‘70. Le ragioni dietro tale richiesta sono cambiate nel corso degli anni e sono state diverse da paese a paese. Ma ad oggi la maggioranza dei paesi dell’Europa ha delle linee guida o degli standard minimi a livello nazionale. Perfino in Irlanda, dove l’opposizione religiosa è tradizionalmente forte e abortire era illegale fino ad un anno fa, l’educazione sessuale è diventata obbligatoria nelle scuole primarie e secondarie nel 2003. E di recente anche Papa Francesco ne ha incoraggiato la promozione nelle scuole ove non presente. In Italia invece il nostro Stato preferisce il fai da te. Insieme a Romania, Bulgaria, Lituania, Polonia e Cipro, l’Italia è tra gli unici sei paesi dell’Unione in cui non ci sono norme in tal senso.

Abbiamo chiesto alla professoressa Maria Serena Sapegno, docente di letteratura italiana e Studi di Genere presso l’Università Sapienza di Roma, di aiutarci a definire meglio la questione.

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L’educazione sessuale nel nostro Paese è la grande assente. Cosa dobbiamo pensare?

È una questione complessa che non è più riconducibile, come una volta, alla pervasività dell’influenza ecclesiastica nella società. Si tratta piuttosto, a mio parere di una tendenza alla chiusura della società civile e alla mancanza di un dibattito pubblico aperto e sereno sulle questioni della convivenza civile. Inoltre abbiamo la particolarità di una scuola su cui sono precipitate negli anni recenti tutta una serie di emergenze, come quella dell’integrazione degli stranieri, senza che fossero fornite le competenze necessarie e fondando solo sulla buona volontà degli insegnanti. Solo da ultimo la “buona scuola” ha permesso l’assunzione di molte figure di sostegno, ma non selezionate adeguatamente. Inoltre, alla crisi di carenza del personale insegnante si aggiunge una pratica di intervento delle famiglie nella gestione scolastica che era iniziata con le migliori intenzioni e si è trasformata nel tempo in una enorme complicazione, talora in una ingerenza che porta alla paralisi. E sono proprio i pregiudizi e le paure delle famiglie che di fatto impediscono in molti casi di affrontare il tema dell’educazione sessuale.

Molte volte i genitori italiani tendono a considerare la sessualità una questione privata e un tema troppo delicato per poterlo delegare ad altri. In realtà, sono gli stessi giovani che spesso preferiscono rivolgersi a fonti diverse dai genitori perché percepiti come troppo vicini. E comunque questa convinzione si fonda su due grossolani errori. Il sesso non è solo atto sessuale. E inoltre, il sesso non può considerarsi una questione privata visto che per praticarlo bisogna essere almeno in due.

In mancanza di un’istruzione di base, i giovanissimi italiani devono rivolgersi a canali informali, quindi la loro educazione sessuale passa o attraverso i consigli di amici e genitori o da Internet, cioè dal porno. Questi canali hanno sicuramente il loro valore. Ma quando c’è bisogno di informazioni complesse e di tipo tecnico, come quelle riguardanti la contraccezione o le modalità di contagio di malattie sessualmente trasmissibili, non sono sufficienti. Le infezioni sessualmente trasmesse sono in aumento in tutto il mondo e colpiscono molto duramente anche il nostro Paese. In Italia nel 2017 sono stati diagnosticati oltre 3.400 nuovi casi di contagio da HIV. Non una parola nelle scuole. Nessuna pubblicità progresso in televisione. Forse lo Stato italiano non lo sa. Comunque, anche dove l’attenzione del genitore è più alta non si possono escludere certi fenomeni.

Nell’affrontare il comportamento sessuale di bambini e ragazzi, inoltre, è importante tenere presente che la loro sessualità è diversa da quella degli adulti. Questi ultimi non dovrebbero prendere in esame la questione dal proprio punto di vista. Per questo esiste una disciplina, l’Educazione sessuale Onnicomprensiva, CSE, che con un approccio scientificamente corretto, scevro da ogni giudizio, adeguato all’età del bambino e attento alle questioni di genere, prepara i ragazzi ad approcciare al mondo della sessualità. È stato dimostrato come la CSE abbia contribuito alla prevenzione dell’HIV, alla diminuzione delle gravidanze in età adolescenziale e alla parità di genere in molti Stati, compresi quelli africani dove l’Aids è ancora diffusissimo.

Ceci n’est pas une porno. Anonimo. Milano, 2018. L’illustrazione ha suscitato indignazione e critiche perché presentata all’interno di una mostra dal titolo Porno per bambini.

Gravidanze indesiderate, dipendenza da pornografia e trasmissione di malattie sono solo alcune delle criticità che derivano da un’educazione sessuale evidentemente poco adeguata. Perché tanta resistenza verso una consapevolezza maggiore dei ragazzi?

La crisi di autorevolezza che ha colpito le istituzioni e la scuola ha indebolito il legame di fiducia che aveva consentito dal dopoguerra a un paese molto ignorante di far fare un salto a tanti dei suoi giovani cittadini e promosso l’ascensore sociale. Ora il paese è ancora ai primissimi posti in Europa per tassi di analfabetismo di ritorno e per numeri di non-lettori, ma le famiglie, e purtroppo spesso anche i mezzi di comunicazione, tendono a mandare il messaggio che studiare non serva e che la scuola non debba occuparsi di formare complessivamente i giovani. Tanto meno in quelle sfere, come la sessualità, che vengono percepite come private. Così le famiglie non hanno le competenze per informare i giovani ed essi ricorrono ai siti porno o alle opinioni dei coetanei. I rischi sono appunto molto alti. Ma nessuno ha il coraggio di imporre l’educazione sessuale dall’alto vista la pressione che le famiglie possono esercitare nelle scuole.

L’UNESCO nel 2018, insieme a UNAIDS, UNPFA, UNICEF, UN Women, WHO, ha realizzato una Guida tecnica internazionale sull’educazione sessuale per ribadire l’importanza di rendere la materia Onnicomprensiva obbligatoria in tutti i Paesi del mondo.

In Italia, invece, ragazze e ragazzi vengono lasciati soli a capire. È dagli anni Settanta che a governi alterni vengono avanzate proposte di legge, ma mai nessuna ha trovato esito favorevole. Nel 2015 però, con la riforma ‘Buona Scuola’, sembra arrivato un segnale. Al comma 16 art. 1 della  legge 107/2015 si promuove nelle scuole “l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le altre discriminazioni”. È un risultato importante, anche solo perché potrebbe essere vista come l’unica apertura a questi temi. La professoressa Maria Serena Sapegno ha partecipato al tavolo tecnico che si è occupato dei lavori, dunque le abbiamo chiesto:

La legge 107/2015 stabilisce linee guida per l’educazione al rispetto, da diffondere nelle scuole di ogni ordine e grado. Qual è la sua opinione?

Abbiamo steso delle buone linee guida, riuscendo a trovare un punto di incontro sui temi qualificanti anche tra persone di opinioni molto diverse. È chiaro naturalmente che le linee guida poi per essere attuate devono trovare un dirigente scolastico ed un collegio che siano determinati a farlo e assumano delle iniziative specifiche. Non essendoci alcuna penalizzazione in caso contrario, non abbiamo alcuna garanzia che ciò avverrà, ma certo possiamo sperare.

Le linee guida stabilite sono un documento di indirizzo che fornirà alle scuole spunti di riflessione per approfondire i valori e principi per una corretta “educazione al rispetto” ispirati dall’articolo 3 della nostra Costituzione.

L’Italia poi è anche un Paese con elevato tasso di femminicidi e violenze sulle donne negli ambienti domestici. È azzardato vedere un parallelismo tra una mancata educazione alla sessualità e questi fenomeni?

Certo la mancanza di consapevolezza non aiuta ma credo che rispetto al problema della violenza sulle donne siano più importanti gli stereotipi che ancora governano la nostra società e il messaggio implicito che i ruoli di genere siano ‘naturali’: basti guardare alla cosiddetta ‘segregazione educativa’ per cui le ragazze sono incoraggiate a frequentare scuole che le porteranno a esercitare mestieri di cura e di servizio, lo scoraggiamento del loro accesso agli STEM, discipline scientifiche e tecnologiche. O l’idea che esista ancora chi dedica la vita al lavoro mentre le donne devono solo contribuire in modo secondario al bilancio familiare: tutto si basa su una idea gerarchica della differenza sessuale. Chi comanda è sempre l’uomo e, se lei se ne vuole andare, lui può arrivare ad uccidere.

L’educazione sessuale dei più giovani è presupposto imprescindibile per la realizzazione di un pieno rispetto dei diritti umani, per l’uguaglianza di genere, per promuovere la salute, il benessere, la realizzazione di sé, per raggiungere entro il 2030 gli obiettivi ONU per uno sviluppo sostenibile.

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Agenda 2030, punto 5: Realizzare l’uguaglianza di genere e migliorare le condizioni di vita delle donne. Quali iniziative mancano in Italia per il raggiungimento di questo obiettivo?

Siamo piuttosto lontane dal realizzare quegli obiettivi nonostante i grandi passi che si sono fatti. Il primo problema è senza dubbio il basso livello dell’occupazione femminile: se non si colma la differenza tra noi e gli altri paesi europei l’Italia continuerà a non crescere. I dati degli economisti ci dicono che questo è un fattore cruciale. Intrecciato ad esso c’è quello della totale mancanza di tutela per la maternità: mancano i servizi e manca soprattutto una cultura della condivisione. Se i padri non sono incoraggiati o perfino obbligati a condividere la genitorialità, non solo le donne faranno sempre meno figli ma quelle che li fanno pagano in termini gravissimi per la loro attività lavorativa: gli anni fertili sono proprio quelli in cui i loro colleghi maschi cominciano a salire nella loro carriera proprio mentre la maternità comincia a far scendere la loro. Senza cambiare profondamente questa situazione le donne continueranno ad essere cittadine di serie b e la natalità sarà sempre confinata ad uno spazio esclusivamente privato, non un primario interesse collettivo.

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di Elza Coculo

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3 Comments

  1. Marinella Vella
    16 Ottobre 2019 at 9:58 — Rispondi

    Il grande scoglio nell’applicazione delle linee guida della legge 105 sta proprio nella dirigenza scolastica. Come docente ho sempre avuto a che fare con donne dirigenti che si firmano ” il dirigente scolastico ” perché il maschile dà maggiore autorevolezza. A nulla è contato che io evidenziassi durante il collegio docenti l’importanza sostanziale del linguaggio di genere. A loro piace farsi nominare al maschile, per loro la denominazione non ha importanza. Naturalmente il corpo docente zitto, auditore muto e passivo. Infatti alla “superbia maschile” delle donne dirigenti si somma la diffusa inconsapevolezza delle/dei docenti, che sono in stragrande maggioranza donne. La legge è stata ingenua da questo punto di vista. Bisognava implementare in tutte le scuole corsi di formazione per dirigenti e docenti. La cultura non si cambia tout court con le linee guida. Non basta proclamare principi sul linguaggio di genere nella pubblica amministrazione se non si obbliga a usarlo. Non basta proclamare principi sulla parità di genere o sull’educazione sessuale se non se ne favorisce l’applicazione.

  2. Marinella Vella
    16 Ottobre 2019 at 9:59 — Rispondi

    Il grande scoglio nell’applicazione delle linee guida della legge 107 sta proprio nella dirigenza scolastica. Come docente ho sempre avuto a che fare con donne dirigenti che si firmano ” il dirigente scolastico ” perché il maschile dà maggiore autorevolezza. A nulla è contato che io evidenziassi durante il collegio docenti l’importanza sostanziale del linguaggio di genere. A loro piace farsi nominare al maschile, per loro la denominazione non ha importanza. Naturalmente il corpo docente zitto, auditore muto e passivo. Infatti alla “superbia maschile” delle donne dirigenti si somma la diffusa inconsapevolezza delle/dei docenti, che sono in stragrande maggioranza donne. La legge è stata ingenua da questo punto di vista. Bisognava implementare in tutte le scuole corsi di formazione per dirigenti e docenti. La cultura non si cambia tout court con le linee guida. Non basta proclamare principi sul linguaggio di genere nella pubblica amministrazione se non si obbliga a usarlo. Non basta proclamare principi sulla parità di genere o sull’educazione sessuale se non se ne favorisce l’applicazione.

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