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“Dietro un grande uomo c’è sempre un grande esperto di social media”: la storia del milionario Greg Baroth

Greg Baroth, un giovane che ha lasciato l’università per diventare il social media manager delle star. Scopriamo la mente geniale dietro ai profili di musicisti, attori ed altri vip.

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Il lavoro che si fa dietro le quinte è importante tanto quanto lo spettacolo che va in scena. Ci sono innumerevoli persone che lavorano ad ogni grande progetto che si rispetti e tutti collaborano affinché ci sia coerenza nella realizzazione complessiva, a partire dalle piccole cose. Se pensate che le notizie, i post e per sino i meme che guardate tutti i giorni sui profili social con milioni di follower siano spontanei e privi di un ordine vi sbagliate di grosso. L’identità digitale oggi passa per Instagram, Facebook, Twitter e tante altre app simili, un incastro che tende alla perfezione e alla riconoscibilità. C’è uno studio a monte prima della pubblicazione online di contenuti e, per quelli che mirano ad avere o già hanno un certo seguito virtuale, questo viene fatto da delle menti ‘invisibili’ di cui spesso si ignora l’esistenza. Possiamo dire che Greg Baroth è una di quelle menti geniali e nascoste.

Greg Baroth, da universitario a social media manager di successo

Greg Baroth è un 27enne che aiuta le persone a diventare famose su Instagram e Youtube, guadagnando una fortuna grazie al suo lavoro. Da adolescente sognava di diventare un biologo marino e, durante quel periodo, ha lavorato per un negozio che vendeva rettili. Mentre proseguiva i suoi studi universitari, Greg si è occupato degli account Twitter del musicista Randy Jackson e di Salvador Santana, figlio di Carlos. Questi suoi primi clienti lo pagavano in nero e, solo durante il primo anno, è arrivato a guadagnare 75mila dollari.

Visti i risultati, a 21 anni, assecondando la sua predisposizione per la creazione di contenuti e la sua capacità di raccontare delle storie davvero convincenti, ha lasciato l’università e il suo lavoro in negozio, dedicandosi al nuovo lavoro a tempo pieno.

In un’intervista all’Observer Greg afferma:

“È piuttosto difficile trovare le parole giuste per descrivere ciò che faccio. Ciononostante, mi definisco come digital media strategist o come consulente, anche se ci sono tanti elementi sottintesi a questa definizione. Quando dico alle persone che mi occupo di social media, la reazione comune e quella di pensare a me come un tizio che controlla Twitter tutto il giorno, o che quello che faccio potrebbe tranquillamente esser fatto da un qualsiasi stagista. (…). In realtà, quello che faccio è curare e sviluppare un brand. È trovare il giusto mix fra gestione dei social media, post-produzione di fotografie, video, creazione e gestione dei contenuti, sviluppo dell’immagine e cura delle pubbliche relazioni. Più mi impegno nel rendere lo storytelling unico, maggiori saranno le opportunità che questo funzioni.”

Un trampolino di lancio per la sua carriera, oltre ad essere un notevole balzo in avanti per i suoi introiti, è la collaborazione per Dan Bilzerian, un famoso giocatore di poker professionista e il successivo lavoro per l’attore Verne Troyer.

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Le controversie e l’unicità delle campagne online

Come spiega lo stesso Greg, il lavoro del digital strategist nel suo caso non consiste semplicemente in una gestione, seppur capillare e professionale dei social, ma di una creazione a tutto tondo dell’identità digitale del cliente. Infatti, più volte si è cimentato nell’organizzare foto e video virali.

Come ogni consulente che si rispetti, Greg si è trovato più volte a dover soddisfare i suoi clienti creando delle campagne un po’ sopra le righe e controverse per alcuni di loro. Sempre durante la sua chiacchierata con il giornale statunitense, il giovane risponde ad una domanda sull’argomento affermando:

“Le persone amano i personaggi controversi. È quella caratteristica che spesso aiuta una campagna a decollare, nel bene o nel male. Aiuta le persone a farsi un’opinione sull’argomento in questione, il che è sempre motivo di condivisione di quell’idea e di forte engagement. Quindi, anche se non è sempre necessario, sicuramente è un aiuto. Se proprio la strategia della controversia non funziona, prova con i gatti.”

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di Federica Tuseo

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