lunedì, Settembre 28, 2020

Covid, studio italiano scopre perché si muore nelle terapie intensive

Lo studio descrive il meccanismo responsabile della elevata mortalità in terapia intensiva dei pazienti con Covid-19. Un passo in avanti che consentirà una maggiore precisione diagnostica e quindi terapie più efficaci.

Elza Coculo
Elza Coculo
Elza Coculo, 30 anni, di adozione romana. Lettrice appassionata con formazione in Studi italiani. Laureata in Editoria e Scrittura. Redattrice per Il Digitale. Amo scrivere di attualità e cultura eco-sostenibile.

Uno studio italiano, recentemente pubblicato sulla rivista Lancet, descrive il meccanismo responsabile della elevata mortalità in terapia intensiva dei pazienti con Covid-19. Alla base, due semplici esami sulle componenti del polmone: gli alveoli, le unità del polmone che prendono l’ossigeno e cedono l’anidride carbonica, e i capillari, i vasi sanguigni dove avviene lo scambio tra anidride carbonica e ossigeno. Infatti, comprendendo il modo in cui il virus danneggia il polmone è possibile intervenire con terapie mirate e quindi efficaci, riducendo il rischio di mortalità fino al 50%.

Perché si muore nelle terapie intensive?

Quando il virus danneggia sia gli alveoli che i capillari polmonari quasi il 60% dei pazienti muore. Quando il virus danneggia o gli alveoli o i capillari a morire è poco più del 20% dei pazienti. Per capire se il paziente abbia riportato un “doppio danno” da Covid bisogna misurare il parametro di funzionalità polmonare, cioè la sua distendibilità, e il parametro ematochimico. Il riconoscimento rapido del “doppio danno” consentirà una precisione diagnostica molto più elevata e un miglior utilizzo delle terapie. In particolare, i pazienti che non hanno sviluppato un doppio danno potranno essere trattati con tecniche meno aggressive delle terapie intensive.

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Lo studio migliorerà le terapie contro Covid

Covid
Marco Ranieri, secondo da sinistra, con la squadra del Sant’Orsola di Bologna. Foto di Paolo Righi.

La ricerca è stata condotta su 301 pazienti ricoverati presso il Policlinico di Sant’Orsola di Bologna, il Policlinico di Modena, l’Ospedale Maggiore, il Niguarda e l’Istituto Clinico Humanitas di Milano, l’Ospedale San Gerardo di Monza e il Policlinico Gemelli di Roma. I risultati dello studio sono determinanti sia per migliorare le cure attualmente disponibili, sia per orientare futuri possibili studi su nuovi interventi terapeutici contro il Covid. Lo studio è stato coordinato dal professor Marco Ranieri, direttore dell’Anestesia e terapia intensiva polivalente del Policlinico di Sant’Orsola, ospedale capofila dello studio. Ha coinvolto anche il professor Franco Locatelli dell’Ospedale Bambino Gesù, presidente del Consiglio superiore di sanità e membro del Cts.

Uno studio corale

La ricerca ha visto anche un’ampia collaborazione tra diverse discipline quali anestesia e rianimazione, pneumologia, radiologia, onco-ematologia, statistica medica. Sono state coinvolte anche diverse Università italiane, tra le quali l’Università di Bologna, Università di Modena e Reggio Emilia, Università di Milano, Università di Milano-Bicocca, Università di Torino, Università Humanitas, Università Cattolica del Sacro Cuore, ed estere, come l’Université Libre de Bruxelles, University of Ireland Galway e University of Toronto.

Leggi anche: Ilaria Capua: “Ecco una buona notizia, un ceppo del Covid perde potenza”

Elza Coculo
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Elza Coculo, 30 anni, di adozione romana. Lettrice appassionata con formazione in Studi italiani. Laureata in Editoria e Scrittura. Redattrice per Il Digitale. Amo scrivere di attualità e cultura eco-sostenibile.

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