La democrazia italiana ha il 7 in condotta

Come è messa la democrazia nel mondo, in Europa e in Italia? E perché nel nostro Paese dipende dal "funzionamento del Governo"?

Marcello Caponigri
Marcello Caponigri
Giornalista professionista, classe '91, si è occupato di cronaca, di esteri, di politica e di finanza, sia per testate cartacee sia online. Creatore di podcast e di newsletter tematiche, è ora di base a Milano dove segue il mondo del risparmio gestito.
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La democrazia, in Italia, è uno studente svogliato, ben lontano dai primi della classe, e da anni non si sforza di migliorare. Secondo il Democracy Index, l’indice elaborato da The Economist per valutare la salute della democrazia nei diversi Paesi, il punteggio del Belpaese nel 2023 è pari a 7.69, lo stesso dell’anno precedente, mentre nel 2021 era 7.68 e nel 2020 era pari invece a 7.74.

Numeri che da soli non esprimono molto, ma danno l’idea della situazione se confrontati con altri Paesi europei, come la Svezia, la Danimarca, la Finlandia, l’Irlanda e i Paesi Bassi, che hanno tutti valori superiori al 9. La democrazia in Germania è stata valutata con un 8.8, l’Austria con un 8.28 e la Grecia con un 8.14. A superare il nostro Paese sono anche Estonia, Malta, Slovenia e Portogallo. Lo si può vedere dal grafico, elaborato da Il Digitale sui dati del report pubblicato nei giorni scorsi.

Democrazia in Italia e funzionamento del Governo

democrazia e deputati in parlamento

A pesare negativamente sul punteggio dell’Italia, secondo lo studio, è il funzionamento del Governo, a cui è stato assegnato un punteggio di 679 su 1000. Anche gli altri valori, a parte quello del pluralismo politico, non sono però eccelsi e per questo viene compresa fra le democrazie imperfette, insieme ad altri Paesi come il Cile, il Botswana, gli Stati Uniti, le Filippine, il Montenegro e l’Ungheria. Il punteggio è basato su diversi criteri: il pluralismo politico e il processo elettorale, il funzionamento del Governo, la partecipazione politica, la cultura politica e le libertà civili. Qui di seguito, i vari dati a confronto.

Metodologia

L’indice di democrazia dell’Economist Intelligence Unit si basa sulle valutazioni di 60 indicatori, raggruppati in queste cinque categorie. Ciascuna ha una valutazione su una scala da 0 a 10, e l’indice complessivo è la media semplice degli indici delle cinque categorie. Come descritto nel rapporto, l’Indice di democrazia produce una media ponderata basata sulle risposte a 60 domande, ciascuna con due o tre risposte consentite.

La maggior parte delle risposte sono valutazioni di esperti. Alcune risposte sono fornite da sondaggi di opinione dei rispettivi Paesi. Nel caso di Paesi per i quali mancano i risultati dei sondaggi, per colmare le lacune, si utilizzano i risultati di sondaggi condotti in Paesi simili e le valutazioni degli esperti. Gli indici di categoria sono basati sulla somma dei punteggi degli indicatori della categoria, convertiti in una scala da 0 a 10. I punteggi delle categorie vengono rettificati se i Paesi non ottengono un punteggio pari a 1 nelle seguenti aree critiche per la democrazia:

1. Se le elezioni nazionali sono libere ed eque

2. La sicurezza degli elettori

3. L’influenza delle potenze straniere sul Governo

4. La capacità della funzione pubblica di attuare le politiche

Se il punteggio delle prime tre domande non supera 0,5, viene sottratto un punto dall’indice della categoria pertinente. Se il punteggio di quattro categorie è 0, si sottrae un punto dall’indice della categoria Funzionamento del Governo.

Il caso italiano

Il punteggio riferito all’Italia ha visto il suo massimo nel triennio dal 2015 al 2017, dove ha raggiunto il valore di 7.98. Dopodiché, è andato in peggiorando. I motivi per vedere un peggioramento nella nostra democrazia sono diversi: in primis, una maggiore disaffezione al voto. Nel 2018, infatti, l’affluenza alle urne è stata pari al 72,94%, in diminuzione del 2,26% rispetto al 2013. Nel 2022, invece, l’affluenza è stata del 63,91% degli aventi diritto al voto. Un calo del 9,03%.

Lo stesso vale per i diritti civili, che non solo non hanno fatto passi avanti, ma sono minacciati dalle posizioni conservatrici del Governo Meloni. Un esempio è quello del fine vita e della bocciatura della legge da parte del Consiglio Regionale del Veneto, lo scorso gennaio. Un diritto che ha più recentemente trovato supporto dalla Regione Emilia-Romagna, guidata dal Partito Democratico, e che per Marco Cappato deve essere portato avanti nelle aule dei tribunali, piuttosto che in Parlamento.

E ancora, i diritti per le coppie omosessuali. Mentre la Grecia legalizza i matrimoni gay, in Italia bisogna accontentarsi delle unioni civili. La possibilità di adottare, quindi, resta un miraggio. Un fattore per cui il Governo italiano è stato condannato dal Parlamento europeo in seguito allo stop alle registrazioni delle adozioni delle coppie omogenitoriali per la municipalità di Milano.

Infine, il caso recente delle violenze della polizia contro i manifestanti pro-Palestina. Il Governo, attraverso la Rai, ha indirettamente sostenuto l’operato di Israele e ha tentato di censurare gli artisti che a Sanremo hanno espresso solidarietà verso gli abitanti della striscia di Gaza, il che ha portato a numerose manifestazioni che hanno incontrato la reazione violenta delle forze dell’ordine.

Come va la democrazia nel mondo

Il punteggio medio globale dell’indice è sceso a 5,23, rispetto al 5,29 del 2022. Questo dato è in linea con la tendenza generale alla regressione e alla stagnazione degli ultimi anni, e segna un nuovo minimo dall’inizio dell’indice nel 2006. La maggior parte della regressione si è verificata tra le non-democrazie classificate come “regimi ibridi” e “regimi autoritari”.

Tra il 2022 e il 2023 il punteggio medio dei “regimi autoritari” è sceso di 0,12 punti e quello dei “regimi ibridi” di 0,07 punti. Il calo annuale del punteggio medio dei “regimi punteggio medio delle “democrazie complete” e delle “democrazie imperfette” è stato modesto in confronto di 0,01 e 0,03 punti rispettivamente. Questo suggerisce che i regimi non democratici si stanno radicando sempre di più e i “regimi ibridi” stanno lottando per democratizzarsi.

Secondo lo studio, quasi la metà della popolazione mondiale vive in una qualche
democrazia (45,4%). Solo il 7,8% risiede risiede in una “democrazia completa”, in calo rispetto all’8,9% del 2015, dopo che gli Stati Uniti sono stati retrocessi da “democrazia piena” a “democrazia imperfetta” nel 2016, con l’elezione di Donald Trump. Più di un terzo della popolazione mondiale vive sotto un regime autoritario (39,4%), una percentuale che è andata aumentando negli ultimi anni.

Secondo l’indice 2023, 74 dei 167 Paesi e territori coperti dallo studio sono democrazie. Il numero di “democrazie complete” (quelle con un punteggio superiore a 8,00 su 10) è rimasto a 24 nel 2023, lo stesso dell’anno precedente. Il numero di “democrazie imperfette” è aumentato da 48 nel 2022 a 50 nel 2023. Dei restanti 95 Paesi del nostro indice, 34 sono classificati come “regimi ibridi”, che combinano elementi di democrazia formale e autoritarismo, e 59 sono classificati come “regimi autoritari”.

Il titolo del rapporto Democracy Index di quest’anno è Age of Conflict non per caso: come scrive il report, le democrazie del mondo sembrano impotenti nel prevenire lo scoppio di guerre in tutto il mondo e meno abili nel gestire i conflitti in patria. Nel 2023 le guerre in Africa, Europa e Medio Oriente hanno minato le prospettive di un cambiamento politico positivo. L’egemonia degli Stati Uniti è sempre più contestata, la Cina si contende l’influenza globale e potenze emergenti, come l’Arabia Saudita e la Turchia. affermano che il loro ordine internazionale sta diventando sempre più instabile.

Nel frattempo, anche le democrazie più sviluppate del mondo stanno lottando per gestire i conflitti politici e sociali al loro interno, come nel caso italiano. Secondo il rapporto, questo suggerirebbe che il modello democratico sviluppato dopo la seconda guerra mondiale non funziona più.

Leggi anche: Il Generale Vannacci si difende dalle accuse: “Rivendico la mia libertà di parola”

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