Artrosi, la cartilagine si può rigenerare grazie a un interruttore: lo studio rivoluzionario

Uno studio condotto alla Stanford University potrebbe trovare una cura farmacologica contro l'artrosi. I ricercatori hanno evidenziato, infatti, un interruttore che porta alla riproduzione autonoma della cartilagine.

Giorgia Fazio
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Sembrerebbe vicina una vera e propria rivoluzione per l’artrosi. Sulla rivista scientifica Science, riporta “Il Sole 24 Ore”, è stata pubblicata la ricerca condotta alla Stanford University, che evidenzia come basti “spegnere” un enzima per generare cartilagine e riparare le articolazioni consumate dal tempo.

Per il momento, i risultati sono stati ottenuti da esperimenti sui topi e su tessuti umani studiati in laboratorio, ma prosegue l’analisi degli inibitori della 15-PGDH per trovare una terapia farmacologica contro il deterioramento delle articolazioni. Gli esperti, a ogni modo, invitano alla prudenza, in quanto ci si trova ancora in una fase preclinica dello studio. Ecco tutto quello che è stato scoperto finora.

In arrivo una possibile rivoluzione per l’artrosi?

Artrosi

Un’articolazione danneggiata dal tempo, piuttosto che continuare a deteriorarsi, può invertire il processo, produrre cartilagine e iniziare a ripararsi da sola. È questa la scoperta a cui è arrivato un gruppo di ricercatori della Stanford University, in California, pubblicata su Science e ripresa da “Il Sole 24 Ore”.

La rivoluzione per l’artrosi risiederebbe in un “interruttore” molecolare che, nel momento in cui viene spento, sembra restituire alla cartilagine la capacità di rigenerarsi, considerata finora estremamente limitata. Gli studiosi si sono soffermati sul nemico della cartilagine, la 15-idrossiprostaglandina deidrogenasi. La 15-PGDH è un enzima che contribuisce alla degradazione delle prostaglandine, molecole coinvolte in numerosi processi biologici.

L’attività di questo enzima aumenta con l’età e può ostacolare i meccanismi di riparazione dei tessuti. Di conseguenza, i ricercatori hanno provato a bloccarlo e questi sono i risultati ottenuti. Nei topi più anziani l’inibizione della 15-PGDH ha favorito la formazione di nuova cartilagine articolare, mentre in modelli sperimentali di artrosi sono emersi benefici sul danno cartilagineo e sul dolore.

Il punto rivoluzionario dello studio è che questo processo non implica il ricorso a cellule staminali, perché quando l’interruttore molecolare si spegne si rimettono a lavoro i condrociti, ovvero le cellule già presenti nella cartilagine, che modificano il proprio programma biologico e tornano a produrla. Ciò vuol dire che non bisogna impiantare nuove cellule, piuttosto indurre quelle già presenti ad avviare un’attività riparativa.

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Quando inizieranno gli studi sugli esseri umani?

I principali risultati a cui sono arrivati i ricercatori statunitensi sono, per ora, relativi a studi condotti su animali. Gli scienziati, come sottolinea “Il Sole 24 Ore”, hanno analizzato anche campioni di cartilagine umana, provenienti da pazienti a cui è stato condotto un intervento di protesizzazione del ginocchio, notando che l’inibizione della 15-PGDH ha stimolato risposte compatibili con una maggiore attività rigenerativa pure in questo caso.

Tali dati, dunque, accendono le speranze anche per la biologia della cartilagine umana. Attualmente l’artrosi viene trattata con esercizio fisico, controllo del peso, fisioterapia, farmaci per alleviare i sintomi, chirurgia protesica, ma non esiste ancora una terapia farmacologica che rigeneri la cartilagine danneggiata. Lo studio di Stanford, quindi, potrebbe portare alla realizzazione di un farmaco che possa riparare i danni, almeno in una parte dei pazienti.

Se i risultati degli studi preclinici dovessero essere confermati anche negli studi sugli esseri umani, l’inibizione di 15-PGDH potrebbe portare a una nuova generazione di trattamenti per l’artrosi, in grado di intervenire direttamente sui processi degenerativi dell’articolazione. Per il momento, il farmaco principale che si sta sperimentando è l’MF-300, un inibitore enzimatico orale della 15-PGDH, che ha già completato la Fase 1 ed è al vaglio di uno studio di Fase 2b. È ancora tutto da certificare, quindi, ma gli esiti che sono stati ottenuti finora promettono bene.

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