Microbiota e farmaci: studiarne l’interazione apre a nuove prospettive di medicina personalizzata

La farmacomicrobiomica analizza la relazione tra microbiota e farmaci, con il fine di capire perché una stessa molecola possa avere effetti diversi tra gli individui. L'obiettivo è sviluppare terapie sempre più personalizzate.

Giorgia Fazio
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La relazione tra microbiota e farmaci sta occupando sempre più spazio nel mondo della medicina. Il ramo che analizza tale legame è la farmacomicrobiomica, che indaga proprio l’interazione a livello molecolare, spiegando i meccanismi di biotrasformazione e aprendo a nuove prospettive di medicina personalizzata.

Nello specifico, “microbiologiaitalia.it” ha passato in rassegna alcuni fattori che interferiscono nel legame tra microbiota e medicinali, come età, dieta e assunzione di farmaci. I dati riscontrati sono fondamentali per capire come una stessa molecola possa avere risposte differenti tra gli individui. Ecco tutto quello che c’è da sapere a riguardo.

Il legame tra microbiota e farmaci

Microbiota

Sono sempre più numerosi gli studi sul microbiota e la relazione che c’è con i farmaci. La farmacomicrobiomica analizza proprio il modo in cui i batteri presenti nel tratto gastrointestinale umano possano attivare, inattivare o trasformare in metaboliti tossici numerose molecole terapeutiche. Tali evidenze sono rilevanti per comprendere le varie risposte ai trattamenti, per anticipare eventuali fallimenti terapeutici e per ottimizzare le terapie.

Come riporta “microbiologiaitalia.it”, diversi studi recenti hanno evidenziato che oltre 180 farmaci possono essere modificati da ceppi microbici specifici. In questo modo, la composizione del microbioma di ogni soggetto determina i livelli plasmatici, la durata d’azione e un profilo di sicurezza differenti.

È emerso, nello specifico, che microbiota e farmaci interagiscono a livello di biodisponibilità sistemica. I microrganismi intestinali producono, infatti, enzimi che catalizzano reazioni di riduzione, idrolisi, demetilazione e deconiugazione, le quali possono presentarsi prima dell’assorbimento o durante il ricircolo enteroepatico.

Allo stesso modo, l’interazione tra microbiota e farmaci può avere delle ripercussioni sull’efficacia di alcune terapie neurologiche consolidate. Un esempio può essere la levodopa, convertita troppo presto in dopamina da enzimi di Enterococcus faecalis, che porta alla riduzione della quantità che raggiunge il cervello e contribuisce alla variabilità di risposta nella malattia di Parkinson.

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Interferenze nella relazione microbiota-farmaci

Ad avere un ruolo attivo nel modificare la composizione microbica e la capacità di metabolizzare i farmaci sono la dieta, l’età, l’assunzione di medicinali e la presenza di patologie intestinali. Un’alimentazione che predilige le fibre favorisce batteri produttori di acidi grassi a catena corta, i quali regolano enzimi epatici, mentre diete ricche di grassi saturi promuovono profili associati a maggiore tossicità di alcuni farmaci.

Per quanto riguarda l’aspetto anagrafico, “microbiologiaitalia.it” evidenzia che l’età avanzata è associata alla riduzione della diversità microbica e ai cambiamenti nella capacità metabolica. Alla luce di tutto ciò, la farmacomicrobiomica intende integrare il profilo microbico nelle decisioni terapeutiche, mostrando come analisi metagenomiche e test funzionali in vitro possono prevedere se un paziente metabolizzerà un farmaco in modo anomalo.

Il fine ultimo è quello di analizzare sempre più a fondo le interazioni tra microbiota e farmaci, così da arrivare alla realizzazione di strumenti clinici concreti. Le ricerche condotte finora dimostrano che i batteri intestinali agiscono come un organo metabolico aggiuntivo, in grado di trasformare i medicinali in modi impossibili da replicare per il fegato umano. Ciò dimostra, in conclusione, come integrare la valutazione del microbioma nelle strategie terapeutiche sia una delle frontiere più promettenti della medicina personalizzata.

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