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Unione Europea: “Facebook deve rimuovere i contenuti illeciti in tutto il mondo”

Facebook deve eliminare post, fotografie e video con contenuti diffamanti, offensivi e illeciti in tutti i paesi del mondo: è stato stabilito dalla Corte di Giustizia europea. Una limitazione della libertà di espressione?

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Diritto di espressione: quali sono i suoi confini? Dov’è che finisce la libertà di parola e ─ soprattutto ─ quando vengono forniti mezzi di espressione libera accessibili a chiunque, chi è il responsabile di ciò che viene trasmesso e pubblicato? Sono domande sempre più comuni da quando il web è parte integrante delle nostre vite e ancora più martellanti quando di mezzo c’è il social network per antonomasia: Facebook.

Porta la data di ieri un comunicato stampa della Corte di Giustizia europea che risolve una causa del 2016 tra il deputato dei verdi austriaco Eva Glawischnig Piesczek e il colosso di Menlo Park. Nella comunicazione, la Corte stabilisce che i contenuti illeciti pubblicati online debbano essere rimossi a livello globale dalla piattaforma, che ne è responsabile.

Una sentenza apparentemente in favore del diritto dei cittadini a tutelarsi da diffamazione o diffusione di materiale illecito, ma che in verità presenta una serie di falle di tipo etico e altre propriamente logistiche.

Il primo problema: siamo sicuri di star tutelando le persone? Questa direttiva richiede misure applicative a livello globale. In parole povere, nel momento in cui viene stabilita la rimozione da Facebook di un contenuto offensivo o diffamante, questo materiale non dovrà essere rimosso solo dalla sua fonte originale. Lo stesso trattamento dovrà essere applicato anche a contenuti equivalenti pubblicati o condivisi su altri profili o bacheche, in qualunque paese. Si chiede, in pratica, di applicare le leggi europee anche al resto del mondo.

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Il problema principale: manca una legge ben definita a livello globale

Questo dà vita ad altri due problemi: il primo è la creazione di un precedente secondo il quale altri paesi potrebbero chiedere l’applicazione delle proprie leggi al di fuori dei propri confini. Il secondo è legato alla mancanza di un’effettiva legislazione, persino a livello europeo, sul concetto di illegalità quando si tratta di contenuti diffamanti, istiganti all’odio o razzisti. Sono i singoli paesi, chi più chi meno, ad essersi mossi a livello autonomo per stabilire i confini della libertà di espressione.

Altra riflessione, altra gatta da pelare proprio come diretta conseguenza di quest’ultima osservazione: chi è che stabilisce cosa è equiparabile a un contenuto offensivo e cosa no a livello globale?  È lo stesso direttivo di Facebook a porsi la domanda:

I tribunali nazionali dovranno prevedere definizioni molto chiare su cosa significhino “identico” ed “equivalente” concretamente. Speriamo che adottino un approccio proporzionato e misurato.

Censura e supervisione: gli algoritmi non sono infallibili

Servono direttive precise e inequivocabili, è necessario soprattutto perché a questo punto nasce un ulteriore problema, stavolta di natura logistica: i controlli. Non si può far intervenire un tribunale per ogni controversia, il lavoro di blocco e limitazione deve avvenire, almeno in parte, in maniera automatica. Ma la mole di contenuti pubblicati quotidianamente sul colosso di Zuckerberg non può essere visionata manualmente. Sono necessari algoritmi che filtrino – e imparino a filtrare – i contenuti secondo parametri specifici, e stabilire quali possono essere considerati illegali.

Allo stato attuale questi algoritmi non sono in grado, non ancora almeno, di assicurare accuratezza al 100%. Inoltre, molte sfumature del discorso facilmente identificabili dal cervello umano ─ satira e sarcasmo in primis, ma anche le critiche costruttive potrebbero rientrare in questa categoria – non sono ancora individuabili in maniera così chiara dalle macchine, che in questi casi commettono spesso errori. Con un provvedimento come quello richiesto dall’UE, il rischio già alto di censurare materiale innocuo potrebbe non solo aumentare, ma anche creare disagi diffusi a livello molto più ampio.

Libertà di espressione, dicevamo, quali sono i suoi confini?

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di Marianna Chiuchiolo

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