Chi è Sara Ciafardoni, la giovane scrittrice dal doppio percorso accademico: “Studiare discipline diverse è da me”

A soli 21 anni Sara Ciafardoni ha portato avanti due percorsi di studio paralleli, giornalismo e ingegneria: "Volevo dare spazio ai miei due mondi".

Silvia Buffo
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Sara Ciafardoni è una di quelle giovanissime ragazze tenaci che non conoscono ostacoli.

Ha iniziato a pubblicare a soli quattordici anni e da sempre la scrittura è il suo modo di osservare il mondo. Oggi a soli 21 anni, Sara ha conciliato due differenti percorsi di studi in ingegneria e giornalismo all’Unicusano, l’università telematica che le ha permesso di ottimizzare al meglio la gestione del tempo, spaziando con il lavoro di autrice e divulgatrice, portando sui social e sui palchi TEDx la sua storia speciale.

Convive con la disabilità, ma sta sempre un passo avanti. La spina bifida non ha arginato i suoi obiettivi, e il suo antidoto è un monito prezioso “Semplicemente smettere di voler essere perfette” e andare sempre oltre nelle diverse tappe che la vita ci riserva. Sara è un esempio virtuoso di come si possano sfatare i dogmi della società della performance, agendo solo per amore di ciò che ci piace, non dimenticando di coltivare noi stessi, le nostre passioni. Traguardi, e titoli da conseguire saranno solo una naturale conseguenza. E se fosse questo il modo più puro di raggiungere i nostri sogni?

L’intervista a Sara Ciafardoni, la vita oltre ogni ostacolo, la scrittura come vocazione

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1. Oggi sei una scrittrice, ma fino a qualche mese fa eri anche una studentessa. Guardandoti indietro, come sei riuscita a conciliare il percorso universitario con la scrittura dei tuoi romanzi?

Penso che, quando si sceglie di proseguire gli studi, il vero lavoro sia prima di tutto quello della studentessa. Per me lo studio è il fulcro di ogni cosa: senza di esso non sarei la persona che sono oggi, né quella che sto diventando. Credo che l’accesso all’istruzione venga dato sempre per scontato, mentre non è affatto banale. Studiare è un’opportunità preziosa e non dovremmo mai considerarla garantita.

Tutto ciò che fa parte della mia quotidianità, dalla scrittura al lavoro fino alla divulgazione culturale, è nato come un hobby. Ho coltivato queste passioni fin da piccolissima e, crescendo, mi è sembrato naturale farle convivere e trasformarle in percorsi concreti, cercando di non sacrificare nulla di ciò in cui credo.

2. È da qui nasce anche la scelta di intraprendere due percorsi universitari diversi?

Esattamente, non perché fossi un’indecisa cronica, ma perché sentivo di dover dare spazio a due mondi che mi appartengono entrambi. Da una parte c’è la scrittura, il giornalismo, il desiderio di acquisire strumenti teorici più solidi per capire davvero come funziona questo settore, che resta il mio sogno. Dall’altra c’è l’ingegneria, una scelta nata anche da un’esperienza personale molto importante: ero stata operata da poco e sentivo il bisogno di capire meglio come funzionasse ciò che avevo dentro e intorno a me.

È stata mossa da questo bisogno di capire di più la curiosità per l’ingegneria, la matematica e le scienze in generale, che considero un linguaggio diverso con cui interpretare la realtà, affascinante proprio come quello letterario.

Volevo imparare a parlare entrambi i linguaggi e, chissà, magari un giorno riuscire a metterli in dialogo. Ho scelto l’Unicusano per conciliare tutto questo con una situazione personale complessa. Dopo un intervento particolarmente difficile avevo bisogno di un’università che mi permettesse di seguire le lezioni online e di adattare lo studio alle mie esigenze, senza però rinunciare alla qualità della formazione. Cercavo un percorso che mi venisse incontro in un momento delicato della mia vita, ma che mi desse anche basi solide e mi permettesse di crescere davvero.

Questa esperienza mi ha lasciato una consapevolezza importante: uno studio flessibile non è necessariamente uno studio più semplice, ma uno studio capace di adattarsi alla persona senza mai perdere valore. Non cercavo un percorso agevolato nei voti o nelle difficoltà, ma un’università che mi consentisse di studiare seriamente nonostante le circostanze. Per me la differenza fondamentale è stata questa: non semplificare lo studio, ma renderlo concretamente accessibile.

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3. Hai iniziato a scrivere a 14 anni e oggi hai già tre libri alle spalle: cosa ti ha rivelato di te stessa la scrittura, che nessun’altra cosa avrebbe potuto rivelarti?

Scrivo da quando ero molto piccola, ma ho iniziato a pubblicare a quattordici anni. La scrittura è sempre stata il primo modo che ho trovato per dare ordine ai miei pensieri, per capire quello che sentivo e, soprattutto, quello che osservavo intorno a me. Sono sempre stata una persona che osserva molto. Per tanto tempo ho pensato che fosse una non-competenza: qualcosa che non si può mettere in un curriculum, che non ha un valore concreto e con cui, purtroppo, non si paga l’affitto. Crescendo ho capito che osservare è invece un modo di stare al mondo, e che proprio questa tendenza mi ha portata a scrivere di realtà, storie e persone che troppo spesso non trovano spazio.

4. Hai usato la tua arte di scrivere per dare voce a ciò che a volte passa inosservato…

Sì, credo, che la mia scelta nasca da qui: dalla necessità di fermarmi a guardare ciò che passa inosservato e di restituirgli un significato. Per me non è soltanto un mestiere o una passione, ma un modo di interpretare la realtà ed entrare in relazione con essa.

Senza la scrittura, probabilmente, non sarei la persona che sono. È alla base di moltissime cose, anche di quelle che sembrano lontane. Mi ha insegnato la pazienza, perché le parole hanno bisogno di tempo per trovare la propria forma. Mi ha insegnato a guardare la realtà da prospettive diverse, a mettere in discussione le mie convinzioni e a riconoscere che il mio punto di vista non è mai l’unico possibile. E, naturalmente, mi ha insegnato a leggere tanto.

Non si può davvero scrivere senza prima imparare ad ascoltare le parole degli altri, a lasciarsi attraversare dalle loro storie e ad accettare che ogni libro possa cambiare, anche solo in parte, il modo in cui guardiamo il mondo. In fondo, per me la scrittura è questo: un esercizio continuo di osservazione, di comprensione e di messa in discussione. Non è solo qualcosa che faccio, ma una parte fondamentale del modo in cui vivo.

5. Sui social parli di disabilità con ironia, non c’è spazio per “pietismo” e luoghi comuni, con cui spesso se ne parla in Italia: da dove nasce questa scelta di linguaggio?

Sui social, a dire la verità, parlo innanzitutto di cultura. I miei profili sono nati quando il fenomeno BookTok non era ancora così dirompente, perché volevo parlare di libri. Sono sempre stata convinta di una cosa: le persone che apprezzano gli stessi libri condividono, in qualche modo, un pezzo d’anima. È anche per questo che ho aperto i miei social. All’inizio non avevo molti amici e cercavo uno spazio in cui condividere ciò che amavo e trovare persone con cui sentirmi in sintonia. All’inizio non mi mostravo nemmeno, perché il centro di tutto erano i libri.

Con il tempo ho cominciato a raccontare anche qualcosa di me. Il punto è che continuo a parlare di cultura, di libri, di storie, solo che a farlo sono io, con la mia vita e la mia prospettiva. E nella mia vita c’è anche la disabilità. È una cosa che si vede, letteralmente: a meno di inquadrare ogni volta soltanto il mio viso, la sedia a rotelle sarebbe comunque lì. Non posso separarla dalla mia immagine, ma soprattutto non sento di doverla nascondere o giustificare. Questo non significa che i miei social siano nati come un progetto dedicato alla disabilità. Non è mai stata quella l’idea.

Io racconto storie: quelle degli altri, quelle che scelgo attraverso i libri e la cultura e, ogni tanto, anche la mia. La disabilità entra nel racconto perché fa parte di me, non perché debba diventarne per forza il tema centrale. Credo che la differenza sia importante. Non ho iniziato con l’ambizione di cambiare il mondo o di diventare una voce di riferimento su un determinato argomento. Ho iniziato perché volevo parlare di libri e condividere le mie passioni.

Poi ho cominciato a raccontarmi, e raccontarsi significa inevitabilmente mostrare anche la propria quotidianità, comprese le parti che riguardano la disabilità. Quando ne parlo, lo faccio con ironia, e non è una strategia: è il modo più onesto che ho, il modo in cui ho sempre affrontato il mondo, complice anche il carattere del mio babbo che ha cercato di trasmettere a noi figlie. Per esperienza personale, ho capito che il pietismo mette una distanza, mentre ridere insieme fa entrare l’altro nella stanza. 

In fondo penso che raccontare la propria vita con naturalezza sia già un modo per offrire una prospettiva diversa, senza trasformarlo in una missione. Sui social vediamo spesso vite patinate, costruite per sembrare perfette. Io cerco di mostrare uno spaccato di vita reale, con le sue bellezze e le sue difficoltà, proteggendo ciò che appartiene alla mia sfera privata.

Non voglio raccontare tutto, ma quello che condivido vorrei fosse sincero. Anche il mio punto di vista fisico, banalmente, è diverso: trascorrendo gran parte della giornata seduta, guardo il mondo più o meno all’altezza dei bambini. Non credo sia un male. È semplicemente una prospettiva diversa, tra le tante possibili, e forse una che gli adulti, crescendo, hanno dimenticato.

6. Hai portato la tua storia anche su un palco TEDx: cosa cambia, per te, raccontarsi dal vivo rispetto a un libro o un REEL?

Ho avuto l’occasione di raccontare uno spaccato della mia vita durante un TEDx. Raccontarsi dal vivo è molto diverso dal raccontarsi attraverso un libro. Quando sei su un palco, invece, tutto cambia. Anche un video puoi rifarlo mille volte, puoi correggere una frase, ricominciare da capo. Dal vivo no: quelle persone sono lì, mi ascoltano e, almeno per qualche minuto, mi affidano la loro attenzione. Vorrei che ne valesse la pena.

Ogni volta che racconto una storia non devo necessariamente essere ricordata io, ma fare in modo che qualcosa di ciò che ho raccontato rimanga. Perché, se una persona esce da una sala guardando anche solo una piccola parte del mondo in maniera diversa, allora quel tempo condiviso ha avuto un senso.

7. Se potessi dare un consiglio alla Sara di 14 anni che pubblicava il suo primo libro, sapendo tutto quello che è successo dopo, cosa le diresti?

Non darei un consiglio alla me di quattordici anni, perché, a dire la verità, ero già abbastanza tosta e cazzuta a quell’età. Forse è lei, semmai, che oggi dovrebbe dare qualche consiglio a me. Se però dovessi dirle qualcosa, le direi che ho il permesso di essere brava, ma ho anche il permesso di essere ‘scarsa’. È una cosa con cui faccio ancora fatica a fare i conti, perché spesso ho la sensazione di dover dimostrare qualcosa in più per meritarmi il posto che occupo.

Sarà il periodo storico, sarà il fatto di essere giovane, donna, disabile, ma mi sembra di dover sgomitare parecchio per trovare spazio in luoghi in cui forse nessuno si aspetterebbe di vedermi. E allora ho cercato di essere preparata, competente, di fare sempre qualcosa in più, quasi come se dovessi valere il doppio per essere considerata alla pari. Con il tempo, però, sto cercando di capire che non dovrei sentire il bisogno di essere impeccabile per dimostrare di meritare quello spazio.

Ho il diritto di esserci anche quando sbaglio, quando qualcosa non mi riesce, quando non sono la persona più preparata nella stanza.

La lezione più difficile, per me, è capire che non devo essere straordinaria per avere il diritto di esserci. Non devo trasformare ogni difficoltà in una dimostrazione di forza, né ogni risultato in una prova del mio valore. Posso essere brava, ma posso anche sbagliare, avere paura, essere mediocre in qualcosa e continuare comunque a meritare il mio posto. E forse è proprio questo che direi alla me di quattordici anni.

8. C’è un progetto, letterario o no, che stai coltivando in questo momento e di cui ancora non hai parlato molto?

Sì, c’è un progetto che coltivo da tempo e di cui non ho ancora parlato molto: il mio prossimo libro, che non sarà un romanzo. Manca meno di un mese e poi tutti sapranno ogni cosa.

Posso dire che è il libro per cui ho pianto di più. È un progetto che ha riaperto tante ferite, ma mi ha anche permesso di cominciare a risanarle. Spero davvero che possa essere utile a qualcuno. Non perché offra risposte, ma perché chi lo leggerà potrà riconoscersi in alcune pagine, sentirsi meno solo o trovare le parole per dare un nome a qualcosa.

La prima persona a cui questo libro è stato utile, però, sono stata io. Forse è da qui che nasce tutto. È un libro che ho scritto per guarirmi, anche se, per farlo, ho dovuto prima farmi male. Ho dovuto guardare in faccia cose che avrei preferito lasciare dove si trovavano, affrontarle e provare a dare loro un significato diverso… sicuramente un esercizio che consiglio di fare a chiunque.

9. Cosa vorresti donare a chi legge i tuoi libri? Cosa vorresti restasse di te nei lettori?

Mi considero una scrittrice un po’ atipica, perché quando scrivo non penso al lettore: penso a me, a quello di cui ho bisogno in quel momento e a come trasformare quel bisogno in una storia. Chi legge i miei libri troverà sempre un pezzo di me, anche quando la storia racconta qualcosa di apparentemente lontano dalla mia esperienza.

La cosa più bella, però, è che spesso sono proprio i lettori a restituirmi qualcosa che non sapevo nemmeno di aver messo nelle pagine. Mi raccontano quello che hanno letto tra le righe, le emozioni che hanno riconosciuto, le parti della storia in cui si sono ritrovati. Ed è interessante, perché un libro, una volta pubblicato, smette in qualche modo di appartenere soltanto a chi l’ha scritto e comincia a vivere anche attraverso le esperienze di chi lo legge.

Se c’è qualcosa che vorrei trasmettere attraverso le mie storie, è l’idea che le persone ordinarie meritino di essere raccontate. Perché ognuno di noi combatte qualcosa, anche quando dall’esterno non si vede, e non sempre le battaglie più importanti sono quelle che fanno più rumore.

Credo che spesso siamo portati a pensare che una vita debba essere straordinaria per meritare di essere raccontata, come se avesse bisogno di un evento eccezionale per acquisire valore. Io, invece, sono interessata a tutto quello che accade nel mezzo: alle scelte quotidiane, alle fragilità, ai tentativi di ricominciare, alle piccole conquiste che magari nessuno nota, ma che per chi le vive significano moltissimo.

In fondo, non siamo personaggi secondari di una storia raccontata male: siamo i protagonisti, inevitabilmente, delle nostre vite, anche quando non ci sentiamo tali, anche quando le cose non vanno come vorremmo e la nostra storia non assomiglia affatto a quella che avevamo immaginato. Non serve essere spettacolari per vivere davvero.

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