Il cervello ha più di un’età: uno studio offre nuovi strumenti per analizzare il declino cognitivo

Il cervello ha più età e ad affermarlo è un recente studio, che ha coinvolto anche l'intelligenza artificiale. I ricercatori chiamano alla prudenza, ma i dati emersi offrono nuovi strumenti per analizzare i processi che determinano il declino cognitivo.

Giorgia Fazio
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Le aree del cervello non invecchiano tutte nello stesso modo. Una ricerca pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences ha dimostrato, grazie all’intelligenza artificiale, che alcune regioni cerebrali sembrano biologicamente più anziane di altre. Nello specifico, come riporta “Mondosanita”, l’emisfero destro tende a presentare un’età maggiore rispetto al sinistro.

Lo studio ha realizzato una mappa dell’età biologica delle singole regioni cerebrali, con il fine non solo di stabilire quanto un cervello sembri vecchio, ma capire dove i segni dell’invecchiamento risultino più evidenti. Protagoniste della ricerca quasi 15mila risonanze magnetiche di adulti sani, con un’età compresa tra i 19 e i 100 anni. Vediamo meglio cosa è stato scoperto.

Quante età ha il cervello?

Età cervello declino cognitivo

A lungo è stato pensato che il cervello avesse una sola età. A portare avanti questa convinzione molti modelli di analisi delle risonanze magnetiche, che restituivano come unico valore l’età complessiva cerebrale, poi confrontata con quella anagrafica. “Mondosanita” riprende una ricerca che punta a ribaltare tali convinzioni, mostrando come due persone coetanee possono avere non solo età cerebrali diverse, ma nello stesso organo le strutture possono seguire traiettorie differenti.

Ad affermarlo è lo studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences, “Deep learning maps local brain aging in relation to cognition across human adulthood”, che ha come primo autore N.N. Chaudhari. La ricerca ha utilizzato l’intelligenza artificiale per osservare in maniera precisa e inedita i cambiamenti anatomici del cervello legati all’età. Gli esperti hanno realizzato una mappa cerebrale addestrando un modello AI su quasi 15mila risonanze magnetiche di adulti sani, con un’età compresa tra 19 e 100 anni.

Il sistema è apparso in grado di riconoscere le caratteristiche anatomiche associate alle singole età e a stimare quanto ogni regione del cervello si allontanasse dal profilo atteso. In seguito, è stato verificato su un campione indipendente di quasi 2mila persone, composto da individui cognitivamente sani, persone con deterioramento cognitivo lieve e pazienti con Alzheimer. Ciò che ne è emerso è che alcune regioni sembrano biologicamente più anziane di altre, soprattutto l’emisfero destro.

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Cosa è emerso dallo studio

“Mondosanita” ha riportato i dati emersi dalla ricerca. Nei pazienti sani i lobi frontali e temporali tendevano a mostrare un’età biologica più avanzata rispetto alle regioni posteriori. Le aree frontali partecipano alla pianificazione, al controllo del comportamento e alle decisioni, mentre quelle temporali sono importanti per la memoria e il linguaggio. Si evince che le regioni coinvolte in alcune funzioni cognitive complesse possono avere caratteristiche anatomiche associabili a un’età più avanzata rispetto ad altre aree.

Ciò che è emerso maggiormente dalla ricerca è la differenza che esiste tra i due emisferi. Quello destro è risultato biologicamente più vecchio rispetto al sinistro, anche se si tratta solo di una tendenza osservata nello studio e non di una regola uguale per tutti gli individui. Le ragioni di tale disparità sono, infatti, ancora da chiarire. Nei pazienti affetti da Alzheimer sono state riscontrate alterazioni più pronunciate in alcune strutture coinvolte nei processi neurodegenerativi, come l’ippocampo, importante per la memoria, e nuclei profondi come il putamen e il pallidum, coinvolti nel movimento.

I ricercatori premono a sottolineare che bisogna muoversi con prudenza, perché stimare l’età biologica cerebrale non è una diagnosi e non consente di prevedere chi svilupperà una demenza. Sono necessari ancora approfondimenti longitudinali, che seguono le stesse persone negli anni, per poter avere maggiori certezze. A ogni modo, lo studio appare molto promettente, soprattutto perché offre nuovi strumenti per analizzare i processi che determinano il declino cognitivo.

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