lunedì, Gennaio 18, 2021

Oltre 270mila le aziende che rischiano di chiudere a ottobre

Elza Coculo
Elza Coculo
Elza Coculo, 30 anni, di adozione romana. Lettrice appassionata con formazione in Studi italiani. Laureata in Editoria e Scrittura. Redattrice per Il Digitale. Amo scrivere di attualità e cultura eco-sostenibile.

L’epidemia da coronavirus ha costretto i negozi ad abbassare le serrande per mesi e la ripartenza è stata più dura del previsto. Secondo una stima di Confcommercio, se a ottobre gli affari non torneranno a pieno regime, sono oltre 270mila le aziende che rischiano di chiudere dopo l’estate. Sul totale di 2,7 milioni di imprese del commercio al dettaglio non alimentare, dell’ingrosso e dei servizi, quasi il 10% vede una potenziale chiusura definitiva. Una stima prudenziale, che deve tener conto di molteplici fattori. Perché oltre agli effetti economici derivanti dalla sospensione delle attività, va considerato anche il calo della domanda, quindi dei ricavi, e l’elevata incidenza dei costi fissi sostenuti dagli esercizi.

Il settore terziario è in crisi

Il settore terziario è duramente minacciato dalla ripresa post-Covid. I danni maggiori si contano nella ristorazione, dove sono a rischio il 45mila imprese, e tra le professioni, circa 49mila attività. Ma soffrono anche gli ambulanti, i negozi di abbigliamento, gli alberghi, i bar e le imprese legate alle attività di intrattenimento. Duro colpo anche per le micro-imprese, cioè quelle con un solo addetto e senza dipendenti. Per questo tipo di attività anche una riduzione del 10% dei ricavi sarebbe determinante. In definitiva, secondo l’Ufficio Studio Confcommercio, su un totale di oltre 2,7 milioni di imprese del commercio al dettaglio non alimentare, dell’ingrosso e dei servizi, quasi il 10% rischia una potenziale chiusura. Leggi anche: Fase 3 a Roma: dalle ferramenta ai parrucchieri, maggiore libertà negli orari di apertura

La percezione dei commercianti

Il Corriere segnala un’indagine sul territorio condotta da Confcommercio. L’autovalutazione degli intervistati sul giro d’affari dopo le riaperture di fine maggio non è confortante. Scrive l’associazione commercianti:

Purtroppo, le valutazioni conclusive sono fortemente negative. Fin qui, nell’esplorazione delle due indagini, svolte a distanza di una settimana, emerge una significativa oscillazione dei giudizi tra la voglia di tornare a fare business e percezioni piuttosto cupe sull’andamento dei ricavi.

Se nella prima settimana solo il 6% del campione degli intervistati indicava un’elevata probabilità di chiusura dell’azienda, nella seconda ondata di interviste sono il 28% ad afferma che, in assenza di un miglioramento delle attuali condizioni di business, valuterà la definitiva chiusura dell’azienda nei prossimi mesi. Circa il 50% valuta di dover richiedere un prestito. Il 40% non sarà in grado di pagare i fornitori, né di sostenere le spese fisse, il 43%.

Fattori d’arresto dell’economia

Secondo Confcommercio, il rischio di mortalità delle imprese calcolato potrebbe essere sovrastimato, ma deve tenere conto di molteplici fattori: deterioramento del contesto economico, effetti della sospensione più o meno prolungata dell’attività. E ancora, crollo dei consumi nelle famiglie e maggiore presenza, in ciascun settore, di ditte individuali. Leggi anche: Conte: “Soldi dell’Europa sono di tutti, non sarà un tesoretto” di Elza Coculo

Elza Coculo
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Elza Coculo, 30 anni, di adozione romana. Lettrice appassionata con formazione in Studi italiani. Laureata in Editoria e Scrittura. Redattrice per Il Digitale. Amo scrivere di attualità e cultura eco-sostenibile.

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