Offendere sui social è reato? Secondo la Procura di Roma sarebbe solo uno sfogo

Alessandro Isidoro Re
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Alessandro Isidoro Re. Classe 1990, "Umanista 4.0", è autore e redattore per Triwù, società di comunicazione scientifica, dove si occupa di tecnologia e filosofia. Scrive online su riviste tra cui Linkiesta, Il Tascabile, L’indiscreto e Quaderni d’Altri tempi. È Presidente fondatore dell’associazione CON.CRE.TO., impegnata nell’organizzazione di eventi culturali e interdisciplinari nella città di Milano.
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Qualche giorno fa, la procura di Roma ha dichiarato che non è reato insultare sui social media, specificando che «le frasi denigratorie godono di scarsa credibilità, dunque non ledono la reputazione altrui». Sarebbe, insomma, soltanto uno sfogo. Be’. Tanti pensieri ci vengono in mente. Come cantava Guccini nel Cirano, riecheggiando un noto proverbio popolare, “ferisce più la penna che la spada”. La questione non è così banale. Le ferite che possono provocare parole dure e velenose, soprattutto per i più sensibili, meno attrezzati, possono essere molto profonde, spesso devastanti. E possono, sì, condurre al gesto estremo. Quello di farla finita per sempre. E le recenti vicende di cronaca lo dimostrano, e Tiziana Cantone è solo la punta dell’iceberg.

Fenomeno moderno? Niente affatto

Già nel VI secolo a. C., si dice che il poeta lirico greco Ipponatte fosse famoso per i suoi versi ricolmi di astio verso i suoi nemici. Frasi così rancorose, polemiche, crudeli, che spesse volte spingevano i lettori al suicidio per l’estrema vergogna. Una specie di cyberbullismo ante litteram, insomma. D’allora la polemica e l’insulto mediato, tramite per esempio poesie o canti, come nel celebre caso di Dante contro Bonifacio VIII. E ora che i media sono diventati social, condivisi e digitali – be’, naturalmente gli insulti si sono diffusi. Espansi. Ma derubricare l’odio socialmediale a semplice “sfogo”, come per l’appunto ha fatto la procura di Roma, potrebbe essere un po’ miope.

Bullismo da social media, un trend da contrastare

Come detto, gli insulti si sono moltiplicati aumentando la potenza esiziale a dismisura. Le morti per suicidio “da social media” aumentano sempre più, è un dato forte. Secondo l’Annual Bullying Survey del 2017, su un campione di 10.000 casi, il 31% di questi adolescenti inglesi ha dichiarato di aver bullizzato qualcuno su internet – il 54% è stato vittima di bullismo almeno una volta nella vita, di cui 10% di cyberbullismo. Forse allora bisognerebbe porre un freno, un argine politico/sociale/culturale a questo habitus orrendo. Dato che, purtroppo, non sappiamo ancora regolarci da soli…   di Alessandro Isidoro Re

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Alessandro Isidoro Re. Classe 1990, "Umanista 4.0", è autore e redattore per Triwù, società di comunicazione scientifica, dove si occupa di tecnologia e filosofia. Scrive online su riviste tra cui Linkiesta, Il Tascabile, L’indiscreto e Quaderni d’Altri tempi. È Presidente fondatore dell’associazione CON.CRE.TO., impegnata nell’organizzazione di eventi culturali e interdisciplinari nella città di Milano.
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