Perché una storia può farci cambiare idea? La risposta arriva dalla psicologia cognitiva

Elena Orsatti
Ad image

Perché ricordiamo una storia che ci ha emozionato, ma dimentichiamo spesso una serie di dati letti pochi minuti prima? E perché un racconto, a volte, può portarci a riconsiderare un’opinione che credevamo consolidata?

La risposta a queste domande non è semplicemente che le emozioni prevalgono sulla razionalità. La psicologia cognitiva studia da tempo il modo in cui le persone elaborano i messaggi e il ruolo che le narrazioni possono avere nella formazione di atteggiamenti e convinzioni.

Una storia, infatti, non comunica soltanto informazioni, ma presenta persone, situazioni e conseguenze, permettendo a chi legge di costruire mentalmente nella propria immaginazione ciò che sta accadendo.

Quando il lettore entra nella storia, un accenno alla psicologia cognitiva

psicologia cognitiva

Nella persuasione narrativa, questo coinvolgimento viene spesso studiato attraverso il concetto di ‘transportation’, ovvero il trasporto narrativo, che indica una condizione in cui l’attenzione e l’attività mentale del lettore si concentrano sul mondo raccontato.

Questo, però, non significa semplicemente provare un’emozione. Il lettore può immaginare gli eventi, seguire le decisioni dei protagonisti e collegare ciò che accade alle proprie esperienze. La narrazione diventa in questo modo una modalità attraverso cui le informazioni vengono comprese e interpretate. Questo meccanismo può avere conseguenze anche sulle convinzioni personali, seppure essere coinvolti in una storia non garantisce automaticamente che il messaggio sia corretto o che il lettore cambi idea: gli effetti dipendono anche dal contenuto e dalle caratteristiche di chi lo riceve.

Uno studio particolarmente interessante è quello pubblicato da Constanze Schreiner, Markus Appel, Maj-Britt Isberner e Tobias Richter nel 2018 sulla rivista scientifica “Discourse Processes”, dal titolo Argument Strength and the Persuasiveness of Stories, che ha esaminato il rapporto tra la qualità degli argomenti e la capacità persuasiva dei racconti, rispondendo alla domanda su come narrazione e argomentazione si combinino concretamente.

Gli autori hanno costruito quattro brevi racconti, ciascuno incentrato su un personaggio che sosteneva una tesi attraverso tre ragioni a sostegno, manipolando indipendentemente due variabili: la narratività del testo, alta quando la sequenza degli eventi seguiva un ordine cronologico lineare e bassa quando la stessa sequenza veniva disposta in un ordine scombinato pur mantenendo
invariato il contenuto, e la forza delle tre ragioni citate dal personaggio, valutate in uno studio pilota come deboli o forti.

I risultati dello studio hanno dimostrato che le storie contenenti argomenti forti risultavano molto più persuasive di quelle con argomenti deboli. L’effetto della qualità argomentativa era particolarmente rilevante per le persone inizialmente più dubbiose rispetto alla tesi sostenuta. Secondo quanto emerge dalla ricerca, è stata rilevata un’interazione tra la forza degli argomenti e il coinvolgimento narrativo, in particolare quando il racconto seguiva una struttura narrativa tipica:

In tutte e quattro le condizioni sperimentali, gli atteggiamenti dei partecipanti si sono modificati nella direzione del messaggio contenuto nella storia. Tuttavia, le storie che presentavano argomenti solidi sono risultate più persuasive di quelle che contenevano argomenti deboli.

Questo risultato variava in funzione delle convinzioni iniziali dei partecipanti: la forza degli argomenti aveva un impatto maggiore sulle persone che, prima della lettura, erano particolarmente scettiche nei confronti della tesi sostenuta dalla storia.

Tutto ciò mette in discussione una contrapposizione troppo netta tra emozione e ragione, che un racconto coinvolgente non deve necessariamente rinunciare alle prove, perché una narrazione ben costruita può accompagnare informazioni solide, rendendole parte di un’esperienza comprensibile per il destinatario.

Il confine tra persuasione e manipolazione: comunicare meglio o convincere a ogni costo?

I risultati dello studio Argument Strength and the Persuasiveness of Stories offrono uno spunto molto importante per la comunicazione. Raccontare una ricerca scientifica, un progetto sociale o una buona notizia attraverso l’esperienza di una persona può aiutare il pubblico a comprendere un fenomeno astratto, ma la testimonianza individuale, da sola, non dimostra che un fenomeno sia diffuso né che una determinata iniziativa produca sempre gli stessi risultati.

Per questo motivo il racconto dovrebbe essere sempre accompagnato da dati verificabili, fonti trasparenti e spiegazioni proporzionate alle evidenze disponibili, in modo che la storia rende il tema accessibile e le informazioni documentate permettono al lettore di valutarne la solidità. La stessa attenzione è importante sui social media, dove i contenuti devono spesso conquistare l’attenzione in pochi secondi. Un’apertura narrativa può incuriosire, ma la credibilità si costruisce anche attraverso ciò che viene mostrato dopo, ovvero dati, contesto, fonti e limiti.

La psicologia cognitiva, quindi, non suggerisce che esista una formula universale per cambiare le opinioni delle persone, ma mostra piuttosto che il modo in cui le informazioni vengono presentate può interagire con la loro qualità e con le caratteristiche del pubblico. Per chi comunica, la sfida è trovare un equilibrio, costruire racconti capaci di coinvolgere senza manipolare, utilizzare le emozioni senza sostituirle alle prove e presentare informazioni complesse senza distorcerle.

In un ambiente digitale in cui l’attenzione è contesa da migliaia di messaggi, una buona storia può essere il punto di partenza. La sua forza, però, dipende anche da ciò che ha da raccontare e dalla possibilità di verificarlo.

Leggi anche: I benefici del latte materno sull’apprendimento dei bambini: “Migliora lo sviluppo cognitivo”

Condividi
Ad image