Decreto lavoro, introdotto il salario giusto: qual è la differenza con il salario minimo?

Con l'approvazione del decreto lavoro è stato introdotto il concetto di "salario giusto", il quale seleziona i contratti collettivi più solidi e contrasta il dumping contrattuale. Quali sono, quindi, le differenze con il salario minimo, che richiede l'opposizione?

Giorgia Fazio
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Alla vigilia del Primo Maggio è stato approvato il decreto lavoro. Tra i principali punti toccati rientra quello delle retribuzioni, rispetto a cui la Presidente Meloni, riporta Il Mattino, ha introdotto il concetto di “salario giusto”, direttamente legato all’accesso agli incentivi pubblici.

L’obiettivo è quello di selezionare i contratti collettivi più solidi e contrastare il dumping contrattuale. Inoltre, si pone un sistema che valorizza le differenze tra settori, livelli e qualifiche. Alla base del decreto c’è la distinzione tra trattamento economico minimo e trattamento economico complessivo, il che definisce una reinterpretazione dei salari più a livello generale.

Vediamo meglio in cosa consiste questa novità apportata dalla riforma e in che modo cambieranno gli stipendi dei lavoratori italiani, prossimamente.

Decreto lavoro e salario giusto

Nel nuovo decreto lavoro viene introdotto il concetto di “salario giusto”, che va a porsi come un’alternativa valida del salario minimo. Nello specifico, fa sapere Il Mattino, il Governo intende selezionare i contratti collettivi più solidi e utilizzarli come riferimento generale.

In questo modo si contrasta il dumping contrattuale, ossia una partica sleale che coinvolge sindacati poco rappresentativi, finalizzata a ridurre drasticamente i costi del lavoro. Sul tema del salario giusto si accende il dibattito politico, con l’opposizione che richiede l’introduzione di un salario minimo legale, fissato a 9 euro lordi l’ora, come soglia di tutela universale, soprattutto per i lavoratori più esposti.

Di tutta risposta, la maggioranza sostiene che con il nuovo decreto si rafforza il modello italiano fondato sulla contrattazione, ponendo non una soglia unica minima, ma un sistema che valorizza le differenze tra settori, livelli e qualifiche. Quindi, con l’accesso diretto agli incentivi pubblici, sgravi e bonus saranno riconosciuti solo alle imprese che applicano trattamenti economici adeguati ai contratti collettivi più rappresentativi.

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Salario giusto o minimo? I punti del decreto

Decreto lavoro

Alla base del decreto lavoro bisogna fare, rispetto alla questione del salario giusto, una distinzione fra trattamento economico minimo (Tem) e trattamento economico complessivo (Tec). Per quanto riguarda il primo, rappresenta il compenso base stabilito dai contratti collettivi per ciascun livello.

Il secondo, invece, sottolinea Il Mattino, include tutte le componenti della retribuzione, quindi mensilità aggiuntive, premi, indennità, benefit. La riforma si concentra proprio su questo valore complessivo per la formulazione del salario giusto, in quanto la contrattazione collettiva appare centrale per la sua determinazione.

Si comprende quanto Tem e Tec si stiano ponendo sempre più come i nuovi parametri di riferimento per i contratti futuri, sia per definire i livelli retributivi minimi, sia per stabilire i criteri per avvedere a incentivi e politiche pubbliche. Dunque, si passa dal prendere in considerazione il valore minimo a quello complessivo, il che rappresenta un cambiamento rilevante nella lettura e nella valutazione dei salari.

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